La Francia affonda lentamente nel caos tra i movimenti Yellow e Black Vests

Il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e poco prima dell’inizio della parata militare, il presidente Macron percorre il viale in un’auto ufficiale per salutare la folla. Migliaia di persone però lo contestano gridando “Dimettiti“, fischiando e lanciando insulti. Poche ore dopo, migliaia di giovani arabi, dalla periferia si riuniscono vicino all’Arco di Trionfo. Apparentemente sono venuti per celebrare a modo loro la vittoria di una squadra di calcio algerina, ma distruggono vetrine e saccheggiano negozi. Le bandiere algerine sono ovunque. Gli slogan gridati sono: “Lunga vita all’Algeria”, “La Francia è nostra”, “Morte alla Francia”. I cartelli con i nomi delle strade sono sostituiti da cartelli con il nome di Abd El Kader, il leader religioso e militare che ha combattuto contro l’esercito francese al tempo della colonizzazione dell’Algeria.  E’ nato il movimento #BlackVests che chiede la regolarizzazione di tutti gli immigrati clandestini sul territorio francese. Nelle settimane successive, le manifestazioni sono continuate in un crescendo. Eppure, pare che #Macron e il governo francese non sembrino considerare il rischio di rivolte, il malcontento della popolazione, la disastrosa situazione economica o l’islamizzazione e le sue conseguenze.

La #Francia oggi è un Paese alla deriva. Disordini e illegalità continuano a guadagnare terreno e sono diventati parte della vita quotidiana. I sondaggi mostrano che il presidente Macron è sempre più inviso al suo popolo che sembra detestare la sua arroganza, risentiti dal modo col quale cerca di schiacciare –senza riuscirci- il movimento dei #YellowVests, senza prestare la minima attenzione alle richieste dei manifestanti. Macron non può più andare da nessuna parte in pubblico senza rischiare di scatenare rabbia e insulti. La polizia francese, da parte sua, appare feroce quando ha a che fare con manifestanti pacifici, ma sembra particolarmente cauta quando ha a che fare con giovani violenti e con i migranti illegali: sanno perfettamente che i giovani arabi potrebbero creare rivolte su larga scala e avverarsi quello che l’ex ministro degli interni, Gérard Collomb, aveva dichiarato nel mese di novembre 2018: “Le comunità in Francia sono sempre più in conflitto tra loro e stanno diventando molto violente … Oggi viviamo fianco a fianco, temo che domani sarà faccia a faccia”.

Ma la divisione della Francia è già una realtà. La maggior parte degli arabi e degli africani vive in zone separate dal resto della popolazione, dove accetta sempre meno la presenza di non arabi e non africani. Non si definiscono francesi, tranne quando affermano che la Francia apparterrà a loro e la maggior parte, sembra coltivare un profondo rifiuto non solo della Francia ma anche della civiltà occidentale. Tre mesi fa è stata creata l’Associazione musulmana per l’Islam di Francia (AMIF) . Un ramo gestirà l’espansione culturale dell’Islam e si occuperà della “lotta contro il razzismo anti-musulmano”. Un’altra parte sarà responsabile dei programmi di formazione degli imam e della costruzione di moschee. Da considerare che i principali leader dell’AMIF fanno parte (o lo facevano fino a poco tempo fa) dei Fratelli Musulmani, movimento designato come organizzazione terroristica in Egitto, Bahrein, Siria, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma non in Francia.  La popolazione musulmana in Francia crescerà significativamente nei prossimi anni. (L’economista Charles Gave ha scritto di recente che entro il 2057 la Francia avrà una maggioranza musulmana). Di conseguenza, presto sarà impossibile per chiunque essere eletto presidente del Paese senza fare affidamento sul voto musulmano. L’incendio che ha devastato la Cattedrale di Notre Dame de Paris è stato ufficialmente archiviato come un ” incidente”, ma è stato solo uno dei tanti edifici religiosi cristiani che sono stati recentemente distrutti nel Paese. Pochi sanno che nella prima metà del 2019, le chiese cristiane che hanno preso fuoco sono state ben 22.

La situazione che regna in Francia non è poi così diversa da quella di molti altri Paesi europei. Alcune settimane fa, il cardinale africano Robert Sarah ha pubblicato un libro: “Le soir approche et déjà le jour baisse“ (Arriva la sera e già la luce si oscura). “At the root of the collapse of the West”, scrive, “there is a cultural and identity crisis. The West no longer knows what it is, because it does not know and does not want to know what shaped it, what constituted it, what it was and what it is. (…) This self-asphyxiation leads naturally to a decadence that opens the way to new barbaric civilizations.”

Questo è esattamente ciò che sta accadendo in Francia e in Europa.

(Source: estratto dell’articolo per il Gatestone Institute di Guy Millière, professore all’Università di Parigi, autore di oltre 25 saggi  sulla Francia e l’ Europa)

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Comandante Alfa e la lettera aperta per l’omicidio del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello #Rega

Vi giro –per chi non l’avesse ancora letta- la lettera aperta del #ComandanteAlfa e lo faccio con grande piacere perché, oltre a condividerne il pensiero, ho avuto modo di conoscerlo e apprezzare il suo equilibrio, l’indiscussa professionalità e le notevoli doti umane che lo contraddistinguono.

“Non riesco a dormire. Quel sangue mi raffredda il cuore, di sofferenza e rabbia. Non trattengo l’adrenalina, quasi non mi riconosco. 40 anni nel G.I.S e 45 anni al servizio dell’Arma dei #Carabinieri che ho contribuito ad Onorare, pare quasi non siano serviti a chiudere gli occhi, sulle troppe ingiustizie.
Caro Mario, non posso chiudere le palpebre, perché rivedo il tuo sorriso, spento improvvisamente da chi a te, si è avvicinato per uccidere. Non era difesa. No, non ha buttato il coltello, dopo la prima ferita che ti ha inferto. No. Ha continuato, finché dopo 11 undici fendenti, non ti vedeva soccombere sotto la sua spietata sete di morte . Non è più tollerabile tutta questa carneficina.
Al Generale dell’Arma dei Carabinieri, rivolgo l’appello più accorato, affinché lui, come massimo rappresentante di tutti i fedeli servitori dello Stato ma, soprattutto del popolo Italiano, faccia sentire la sua voce, nelle sedi politiche e ministeriali di riferimento, per far sì che, chi lavora rischiando per l’altrui incolumità, sia messo in condizioni di difendere e di potersi difendere.
Siano cambiate le regole d’ingaggio degli operatori di tutte le Forze di Polizia!
Ora basta, non si è più carne da macello in un contesto dove chi indossa la divisa viene deriso e vilipeso da coloro che la legalità la infrangono più volte al giorno. Non è una questione di colore di pelle, né di nazionalità, colore politico o religioso. La delinquenza ha tutta lo stesso colore e odore… quello della morte!!
L’Arma è stata ferita al Cuore, tutti gli appartenenti alle Forze dell’ordine lo sono.
La politica, la smetta di usarci come palloni ad una partita di calcio. Non ne possiamo più. Ora i calci vorremmo restituirli, poterli ridare indietro a coloro che offendono anche con parole denigratorie nei nostri confronti.
Ai Ministri dell’Interno e della Difesa, chiedo: Accelerate le leggi opportune. Una persona può difendere la propria casa e noi, che lo facciamo per mestiere e per amore, non possiamo? L’Italia è la nostra casa, il suo popolo è la nostra famiglia, vogliamo avere tutti i mezzi per difenderla, provvedete velocemente.
Questo paese è allo sbando, dal punto di vista della certezza della pena.
Non esiste al mondo, un paese più bello e fiero del nostro ma, nemmeno il più deriso e quasi vilipeso.
Non lo meritiamo. Vogliamo continuare a credere in quello che facciamo, senza essere derisi da chi, il giorno dopo, è già libero e ci denigra. Non vogliamo sempre essere accusati e violentati nell’animo, per aver fatto il nostro dovere.
Come fedele servitore dello Stato, ho vergogna e non posso starmene seduto ad aspettare che qualcosa si muova senza che io faccia nulla, e mi domando: ma tutti i telefonini che riprendono le rare volte in cui siamo costretti ad usare la forza e ci accusano come criminali, dov’erano quella triste notte in cui Mario, ed il suo collega, venivano aggrediti?
Non raccontiamoci la storia che era notte e buio, non la beve più nessuno.
A #Saviano rispondo: VERGOGNATI!!! Ho dato MANDATO, alla casa EDITRICE, di rimuovere la fascetta con la sua prefazione dai miei LIBRI. Peraltro, la sua prefazione non è stata una mia scelta.

Ed infine, un ultimo pensiero a Mario ed alla sua famiglia.
Quante volte ho provato il vostro dolore, troppe, ma ogni volta e’ diverso e la ferita più profonda.
Che Dio ti accolga caro Mario tra le sue braccia, la tua misericordia, nei confronti del prossimo, era infinita, da quello che apprendo. Ora tocca a te, prendere la tua parte. Da lassù, veglia e prega per la tua giovane sposa, per la tua famiglia di sangue e per quella di Cuore che tutti ci accomuna, l’Arma dei Carabinieri.

Che la terra, ti sia lieve!
Comandante Alfa.”

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Il massacro dei cristiani in #Nigeria

La Nigeria è la più grande nazione africana con 186 milioni di abitanti. Di questi, circa 86 milioni -il 46% della popolazione- sono cristiani. Questo Paese, in grado di stabilizzare o destabilizzare i Paesi che lo circondano, tra i quali Niger, Ciad, Burkina Faso e Mali, è teatro d’incessanti attacchi contro i cristiani: omicidi, atroci mutilazioni, stupri di gruppo, incendi di case e chiese con all’interno vittime innocenti.  Il numero degli attacchi e delle vittime in costante aumento, ha spinto The Jubilee Campaign, una ONG internazionale per i diritti umani, a presentare un report all’ICC (International Criminal Court) all’Aia, definendo quanto avviene in Nigeria “An Unrecognized Genocide”. Anche l’International Society for Civil Liberties and Rule of Law, conferma i continui massacri. I numeri: 11.500 cristiani uccisi, un milione e trecentomila sfollati, 13 mila chiese abbandonate o distrutte.

Ma chi sono I responsabili? Due sono le fazioni di jihadisti islamici responsabili della maggior parte delle violenze. Uno è il conosciuto e famigerato gruppo terroristico Boko Haram, apertamente schierato con lo Stato Islamico (ISIS); quello, per intenderci, che nel 2014, ha rapito circa 276 ragazze, per lo più cristiane. L’altro, è il meno conosciuto “Fulani Herdsmen”, accusato da Open Doors –tra l’altro- del massacro del giugno 2018 nel corso del quale sono stati completamente distrutti una dozzina di villaggi cristiani in un parossismo di violenza e morte durato quattro giorni. Nel 2018, hanno ucciso oltre 1.000 civili, mentre nei primi mesi del 2019, gruppi organizzati di 300 e oltre militanti con moderni fucili d’assalto e con l’ausilio di elicotteri, hanno attaccato 20 villaggi cristiani, uccidendo gli abitanti e bruciato le loro case.

Come ha scritto Giulio Meotti sul Foglio: “Carneficine che si consumano senza alcuna grancassa mediatica. In occidente ci mobilitiamo notte e giorno per gli immigrati in mare. Ma ce ne freghiamo dei cristiani uccisi a terra. Figli di un Dio minore che non trovano posto in alcun album di famiglia”.

Inaccettabili le aggressioni alle Forze dell’Ordine

Sono in aumento le aggressioni alle forze dell’ordine impegnate ogni giorno nel contrasto delle attività legate al controllo delle strade. E questo è inaccettabile. Se è inaccettabile qualsiasi forma di violenza, lo è ancora di più quando è scatenata nei confronti  di chi, ogni giorno, è impegnato nella difesa di noi tutti e nel rispetto delle regole e delle leggi.

Secondo i dati dell’Osservatorio Asaps, che registra i soli attacchi fisici che hanno provocato lesioni refertate agli operatori di polizia durante i controlli su strada (escluse quindi le aggressioni avvenute nella gestione dell’Ordine pubblico e le altre non conseguenti al controllo del territorio), le aggressioni fisiche alle divise nel 2018, sono state 2.646. Più di 7 al giorno, una ogni 3 ore e mezzo, con almeno un operatore di polizia finito in ospedale, spesso con conseguenze invalidanti, fisiche e psicologiche.

L’analisi delle aggressioni documentate dall’osservatorio Asaps, entra anche nel dettaglio delle modalità con cui sono compiute: il maggior numero di aggressioni ha riguardato l’Arma dei Carabinieri con 1.210 episodi pari al 45,7%, percentuale in leggero calo rispetto allo scorso anno quando toccò il 46,5%.  Seguono a ruota le aggressioni alla Polizia di Stato con 1.137 episodi, pari al 43% in netto aumento rispetto al 37,7% del 2017. 305 gli attacchi alla Polizia Locale pari all’11,5%, anche in questo caso con un incremento rispetto al 10,5% dell’anno prima.  Il 2,6% ha riguardato altri corpi. La percentuale è leggermente superiore a 100 poiché in alcuni casi nell’aggressione hanno riportato lesioni agenti di corpi di polizia diversi.

E’ preoccupante la percentuale degli stranieri protagonisti delle aggressioni: 1.264 gli episodi che li hanno visti protagonisti (47,8%), in incremento rispetto al 2017 quando la percentuale fu del 45,7%. In 743 attacchi (28,1%), le aggressioni sono avvenute da parte di ubriachi o drogati. Anche qui si segnala una crescita rispetto al 26,8% dell’anno precedente.
In 397 aggressioni (15%) è stata utilizzata un’arma propria o impropria (bastoni, oggetti o la stessa vettura utilizzata per travolgere l’agente); nel 2017 era del 16,6% .

Le aggressioni alle forze dell’ordine sono un argomento importante ma sottostimato. Importante per il ruolo della polizia nella comunità. Sottostimato perché molti non sono consapevoli che le forze dell’ordine sono l’unica barriera protettiva tra noi e una violenza sempre più dilagante e, di fatto, pressoché impunita.

Il #Mossad e la lotta al terrorismo internazionale

Secondo un report di Israel’s Channel 12,  il Mossad. insieme all’Intelligence militare israeliana, avrebbe sventato negli ultimi tre anni, 50 attacchi terroristici da parte di militanti dello Stato islamico e gruppi terroristici legati all’Iran in 20 Paesi in tutto il mondo. Anche il primo ministro Netanyahu , il mese scorso, aveva fatto un’affermazione simile e precisamente: “Israel had thwarted “major” terror attacks planned by the Islamic State terror group and others in “dozens” of countries by using cyber-intelligence, including a bombing on United Arab Emirates’ national carrier Etihad”...That plane from Sydney to Abu Dhabi was going to be exploded in midair”, ha dichiarato. “We found out through our cyber activities, we found out that ISIS was going to do this and so we alerted the Australian police and they stopped this before it happened. This particular incident, I can talk about”, ha affermato Netanyahu. “if you multiply that 50 times, that will give you an idea of the contribution that Israel has made to prevent major terrorist operations, especially from ISIS, in dozens of countries and most of those cases were foiled because of our activities in cybersecurity”.

Sempre il mese scorso, un alto funzionario israeliano aveva dichiarato all’emittente pubblica Kan che il Mossad aveva fornito al governo britannico “informazioni che impedivano a Hezbollah di accumulare tonnellate di esplosivi a Londra”, come parte di un piano più ampio per effettuare attacchi in più Paesi. Nel febbraio dell’anno scorso,  l’intelligence dell’IDF in Australia ha sventato un tentativo dell’Isis di far esplodere un volo in partenza da quel Paese, mentre in luglio sempre dell’anno corso, il Mossad ha sventato un attacco in una città vicino a Parigi.

La settimana scorsa, in una rara apparizione pubblica alla Conferenza sulla Cyber ​​Week di Tel Aviv, il capo del Mossad Yossi Cohen ha affermato che Israele è coinvolto in uno “sforzo segreto” con altri Paesi per combattere il terrorismo. Importante questa dichiarazione: “Society is becoming increasingly vulnerable and more exposed. This risk”, ha affermato, “is becoming more substantial as the vulnerabilities are being discovered by malicious elements”… Cyberintelligence has become the main tool in the world of counter-terrorism, and the direction of the Internet of Things, or IoT, was redesigning the threat constellation that Israel and the West face”…. The Mossad has addressed the challenge by creating a unique venture capital company called Libertad to give seed money to new potential dot-coms focusing on solving specific spy-industry solutions”. Di conseguenza, Cohen ha affermato che: “That greater cooperation between governments, companies and societies is needed”.

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Il calderone mediatico della “capitana” eroina

In questi ultimi giorni qualcuno ha deciso di strumentalizzare i sentimenti delle persone per una causa che di buono non ha nulla. È stato studiato tutto a tavolino per trascinare molti nel calderone mediatico. Non esiste nessuna capitana eroina, nessun migrante in fin di vita sulla sua barca e nessun esponente del PD dal cuore d’oro.

Come scrive Di Leo, fondatrice di Steadfast Onlus  che da anni promuove la difesa della cultura e lo sviluppo dei Paesi che versano in costante disagio economico, “Esiste l’Africa, quella che muore ogni giorno nei propri villaggi, alla quale è stata strappata la dignità da chi continua incessantemente a fare business sulla pelle dei suoi abitanti. Non esiste nessuna eroina Carola, esistono i bambini che elemosinano acqua e cibo per sopravvivere. Esistono i neonati privi di ogni tipo di aiuto e di supporto. Esistono le donne che muoiono durante il parto, aspettando disperatamente di raggiungere la prima ostetrica del villaggio vicino. Esistono uomini che donano i loro organi per far studiare i propri figli. Esistono le ragazze che pur sapendo cosa si nasconde dietro al traffico degli esseri umani, si sacrificano per tenere in vita la propria famiglia”. 

E allora? Chi sono i veri eroi? La Carola Rackete?.

Staccatevi per pochi minuti dal vostro essere così politicamente corretti, dalla vostra superficialità, dalla vostra ipocrisia, dalla vostra idea di stare a posto con se stessi, e provate a informarvi e vedrete ciò che non troverete sui social. Vedrete persone come noi che hanno il diritto di vivere liberamente la propria vita nella propria terra, senza il continuo ed estenuante sfruttamento ad opera di chi continua a fare business sulla loro pelle. E se volete dare un contributo, allora datelo per quei bambini, per quelle donne e uomini che ne hanno realmente bisogno e non a una traghettatrice che rileva carichi di disperati dagli scafisti.

E se volete essere a posto con la vostra coscienza, informatevi e ribellatevi all’osceno sfruttamento da parte delle multinazionali di un continente che non è povero ma ricco, anche se poco gli rimane di questa ricchezza. Uno sfruttamento che è la prima e unica causa di corruzione (165.000 africani hanno un patrimonio complessivo di 860 miliardi di dollari –in media più di 5 milioni a testa– per più della metà custoditi al riparo dei paradisi fiscali), nonché di guerre e migrazioni. I governi occidentali si atteggiano a generosi benefattori che fanno il possibile per “aiutare chi non sarebbe in grado di aiutare se stesso”. Ipocrisie.

Qualche esempio? La Francia ha sempre mantenuto una forte influenza su quelle che, fino agli Cinquanta e Sessanta del Novecento, erano state sue colonie in territorio africano: sono oltre 40, infatti, gli interventi militari sostenuti dalla Francia, tra quelli in difesa di regimi filo-francesi e quelli, invece, contro leader poco graditi, ad esempio in Gabon, Togo, Mauritania, Mali, Ciad, Repubblica Centrafricana, Tunisia, Ruanda e Libia. Ha interessi nello sfruttamento delle materie prime africane, come l’uranio del Niger, l’oro del Mali o il petrolio del Senegal, ed è fortemente presente nel continente anche con le sue multinazionali, come la Total. La Francia è comunque in ottima compagnia, perché buona parte dei Paesi Occidentali sfruttano le risorse africane o appoggiano, direttamente o indirettamente, leader politici locali a loro più graditi. Anche l’Italia, in questo, non è da meno con l’ENI che è presente in ben 14 Paesi africani, dove opera per l’estrazione di petrolio e gas naturale, ed è stata oggetto di numerose inchieste giudiziarie per pesanti accuse di corruzione a scapito di alcuni di questi Paesi, come Algeria e Nigeria. Di recente poi, alla presenza delle potenze occidentali in territorio africano si è aggiunta la Cina, ancora più spregiudicata nel difendere i suoi affari. E questi sono solo degli esempi, senza contare la Banca Mondiale che, pur fornendo prove nella sua relazione intitolata The Changing Wealth of Nations 2018, sull’impoverimento dell’Africa a causa dell’estrazione sfrenata di minerali, petrolio e gas, orienta comunque le sue politiche alla restituzione dei prestiti esteri e al rimpatrio dei profitti delle multinazionali, consentendo di fatto il continuo saccheggio del Continente.

E oggi, mezza Europa, invece di urlare contro questo –ripeto- osceno sfruttamento di un Continente che è la causa prima di migrazione e cercare di affrontare il problema alla radice, passa il suo tempo a insultarsi sulla vicenda legata a un barcone con meno di 50 disperati, eleggendo a eroina una Carola che, oltretutto, ha violato una decina di leggi di un Paese sovrano. E questo, oltre a non risolvere il problema dell’immigrazione, non porterà altro che ad una degenerazione della situazione.

Scafisti e trafficanti di esseri umani, ringraziano.

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#Immigrazione: sangue e profitto

Dall’inizio nel 2015 della “crisi dell’immigrazione” in Europa, la richiesta da parte del continente di una maggiore sicurezza alle frontiere ha creato una nicchia redditizia per le aziende che vendono attrezzature e competenze per costruire e monitorare recinzioni. Negli ultimi tre anni, Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Ungheria, Macedonia, Slovacchia, Slovenia, Turchia e Ucraina hanno eretto recinzioni ai confini.

I muri come strategia di gestione delle frontiere non sono nuovi: la Spagna ha iniziato a costruire barriere anti-migranti a metà degli anni ’90. Ma i crescenti sentimenti nazionalisti in tutta Europa dalla crisi finanziaria del 2008, e il crescente timore di attacchi terroristici, hanno posto le basi per una vasta rete di protezione delle frontiere. Dalla caduta del muro di Berlino e sino ad ora, i Paesi europei hanno eretto 750 miglia di nuove recinzioni e il business della sicurezza delle frontiere ($18 billion in 2015, is expected to nearly double to $35 billion by 2022. Source: Transnational Institute) è in continuo aumento. Di sicuro, le barriere funzionano all’inizio; tendono a ridurre il numero d’ingressi irregolari e aiutano le forze dell’ordine a catturare migranti privi di documenti. L’Ungheria, ad esempio, dopo aver costruito una barriera di confine con la Serbia è passata da 3000 attraversamenti alla settimana dell’ottobre 2015, a 11 segnalati nel 2018. Le barriere possono anche dare benefici politici soddisfacendo molti elettori (In Ungheria, la popolarità del primo ministro Viktor Orban è aumentata bruscamente dopo aver annunciato la costruzione di una prima recinzione; consentendogli di costruirne una seconda). Ma le barriere anti immigrazione -comprese tecnologie sofisticate come dispositivi biometrici, sensori a infrarossi e sistemi di raccolta dati- sono costose. La Spagna da sola spende quasi 12 milioni di euro l’anno per mantenere le sue due barriere meridionali, il doppio di quello che paga alle organizzazioni non governative per aiutare i rifugiati, mentre l’UE ha previsto di stanziare entro il 2020, 6 miliardi di euro per rafforzare le sue frontiere esterne.

La maggior parte dei contratti per la costruzione delle barriere, è stata affidata a grandi società che si occupano di sicurezza come Airbus (francese), Leonardo (italiana), Safran e Thales (spagnole) e al gruppo più influente in quest’area che è l’European Organization for Security (EOS). Quest’organizzazione no-profit con sede a Bruxelles, rappresenta gli interessi delle 41 più importanti società di sicurezza del continente. Secondo Gonzalo Fanjul, ricercatore politico per la società investigativa senza scopo di lucro PorCausa, la costruzione di muri “Non offre soluzioni per la gestione della mobilità umana“, ma è unicamente “Una risposta a una minaccia”. Inoltre, alcune di queste aziende sono anche le maggiori fornitrici di armi al Medio Oriente e al Nord Africa, con potenziali profitti su entrambi gli estremi dell’odissea dei migranti. La maggior parte delle aziende europee coinvolte nel controllo delle frontiere, ha visto aumentare i profitti negli ultimi anni, e il Transnational Institute stima, nel complesso, che questa industria si stia espandendo a un tasso annuo dell’8%. E poi c’è Eurosur, un sistema finanziato dall’UE che utilizza aerei, droni e satelliti per monitorare le frontiere esterne dell’Europa, che costeranno circa 244 milioni di euro entro il 2020.

È comunque improbabile che il blocco dell’Europa all’immigrazione sollevi critiche internazionali. Dopo tutto, l’Arabia Saudita ha costruito una barriera nel deserto con lo Yemen, il Kenya sta recintando il confine con la Somalia e Trump ha fatto del muro al confine messicano una base fondamentale della sua presidenza. Inoltre, l’UE sta lavorando per esportare ulteriormente il modello. Attraverso il cosiddetto quadro di partenariato per la migrazione, sta cooperando per rafforzare il controllo delle frontiere in 16 Paesi, tra cui Etiopia, Mali e Sudan, aprendo così una nuova frontiera di profitto per l’industria della sicurezza delle frontiere. Tornando alla Spagna, il governo ha deciso l’anno scorso di spendere altri 14 milioni di dollari per rafforzare la recinzione di Ceuta perché “it is not fulfilling its purpose.”

Sono molti gli analisti che ritengono che spendere così tanti soldi per ostacolare la migrazione sia privo di senso, principalmente perché i percorsi si spostano: non appena la Grecia ha eretto una recinzione, i migranti hanno iniziato a passare dalla Turchia alla Bulgaria. In secondo luogo, le barriere alle frontiere rendono i migranti più vulnerabili, costringendoli ad adottare rotte più rischiose. Nel 2016, dopo che le rotte dei Balcani e dell’Europa orientale sono state bloccate, le morti dei migranti sono aumentate del 50%. E nel 2017 -nonostante l’enorme dispiegamento militare nel Mediterraneo e la riduzione di arrivi e morti- la percentuale di morti per arrivo è aumentata, dall’1,1% all’1,9%. Interrompere le reti di contrabbandieri è un obiettivo chiave dell’UE ma i muri alle frontiere non aiutano. Tutt’altro: il percorso “a ostacoli” sempre più elaborato avvantaggia i contrabbandieri perché aumenta il bisogno (e il costo) dei loro servizi e ogni volta che un muro è costruito, l’accesso al sogno europeo diventa un po’ più costoso.

La crisi degli immigrati degli ultimi anni, ha contribuito, comunque, a rendere evidente ciò che era latente: che dietro motivi umanitari cioè, vi fosse in realtà un’enorme politica d’immigrazione. Voglio dire che, per ragioni economiche, l’Europa aveva apertamente deciso da anni di incoraggiare l’ingresso di nuovi popoli, presumibilmente per compensare la drammatica contrazione della popolazione nativa dell’Europa. Infatti, secondo le proiezioni demografiche effettuate da Eurostat nel 2013, senza i migranti, la popolazione europea si sarebbe ridotta da 507,3 milioni nel 2015, a 399 milioni nel 2080. In circa 65 anni, un centinaio di milioni di persone europee (20%) sarebbero scomparse. Ma ci sono alcune considerazioni importanti che non sono state fatte. La migrazione da Paesi a basso reddito a Paesi ad alto reddito è quasi una legge di natura. Fino a quando il numero di nascite e morti resta maggiore del numero dei migranti, il risultato è considerato vantaggioso. Ma quando la migrazione diventa il maggiore contributo alla crescita della popolazione, la situazione cambia e ciò che dovrebbe essere una semplice evoluzione, potrebbe diventare una rivoluzione. Perché? Per tre motivi. Anzitutto perché il numero di migranti in Europa è enorme. Secondo, a causa della cultura dei migranti; la maggior parte di loro appartiene a una cultura musulmana e araba, che è in un vecchio e storico conflitto con la cultura dell’Europa. E soprattutto, perché questo processo di migrazione musulmana avviene in un momento storico di radicalizzazione. Terzo: perché ogni Stato europeo si trova in una posizione di debolezza. Nel processo di costruzione dell’Unione europea, gli Stati nazionali hanno smesso di considerare se stessi come strumento indispensabile all’integrazione di diverse culture regionali all’interno di una cornice nazionale. Al contrario, tutti gli Stati-Nazione europei impegnati nel processo UE, hanno trasferito sempre più potere a una burocratica Commissione esecutiva a Bruxelles. Non deve sorprendere quindi che gli indeboliti Stati europei debbano ora far fronte alla forte ripresa di movimenti secessionisti e regionalisti, come la Corsica in Francia, Catalogna in Spagna, e la Scozia e il Galles nel Regno Unito e a movimenti sempre più agguerriti nel rifiuto dell’immigrazione.

Infine, inutile continuare a nascondere che In Italia, l’immigrazione (irregolare), ha rappresentato e rappresenta un’emergenza con grandi implicazioni economiche e sociali. Dal 2007, in Italia sono arrivati ​​illegalmente oltre 1.000.000 di migranti. Per il salvataggio e l’accoglienza, lo Stato ha speso una media di oltre 4 miliardi di euro l’anno, mentre l’Unione Europea ha contribuito con meno del 3%. La maggior parte dei migranti non fugge da guerre o persecuzioni, non sono dei rifugiati, ma sono giovani –in gran parte maschi- di età compresa tra i 18 e i 35 anni- in cerca di lavoro. Poiché il nostro sistema economico, per diverse ragioni, non può utilizzarli, molti di loro diventano un vero affare per le organizzazioni criminali che alimentano un moderno commercio di schiavi, incrementando sempre più il lavoro nero, l’accattonaggio, la droga, la prostituzione e, di conseguenza, le violenze. Senza dimenticare il problema della sicurezza nazionale, poiché i nostri Servizi d’intelligence hanno avvertito più volte del rischio d’infiltrazioni di cellule jihadiste legate al business della migrazione. L’Italia, negli ultimi anni, ha affrontato da sola l’emergenza immigrazione ma il problema non è solamente questo. Un altro problema serio, è che l’immigrazione è spesso alimentata da alcune ONG finanziate da centri di potere globalista (come l’Open Society di George Soros per esempio), che se è vero che salvano vite nel Mediterraneo, altrettanto vero è che con i loro interventi alimentano l’immigrazione, di fatto violando la sovranità dello Stato.

Conclusione: l’approccio all’immigrazione dell’Europa in generale oggi s’indurisce, ma la migrazione continuerà. E continuerà sin tanto che aziende europee continueranno a fornire armi che alimentano guerre e sin tanto che stati europei continueranno nella loro corsa allo sfruttamento delle ricchezze dei Paesi africani.

E gli appaltatori della sicurezza guadagneranno sempre più milioni, i contrabbandieri di esseri umani avranno sempre più clienti e le organizzazioni criminali sempre più schiavi.

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