Le rotte degli #jihadisti

Le rotte sono quelle tracciate dalle carovane di migranti in continuo movimento sulla direttrice libica e su quella turca. Attraverso il nord Africa o i Balcani è, infatti, possibile sfuggire ai controlli più o meno serrati delle forze di sicurezza dei vari Paesi e approdare nelle mete predestinate. Ma se unirsi con gli jihadisti del Sahel è un compito meno arduo, il passaggio in Occidente comporta molti step rappresentati dal cambio di aspetto, dal procurarsi documenti falsificati e dalla ricerca di una via sicura che conduca a destinazione.

Un’operazione condotta dall’INTERPOL durante l’estate scorsa, ha consentito d’individuare i porti di approdo dei foreign fighter diretti verso l’Europa e di avviare 31 nuove indagini riguardo alla movimentazione dei miliziani. Sei le nazioni interessate dall’operazione denominata “Neptune II”, oltre all’Italia: Algeria, Francia, Marocco, Spagna e Tunisia. Il Servizio per la cooperazione internazionale di Polizia della Direzione centrale della polizia criminale (SCIP), responsabile per il nostro Paese, ha individuato nei porti di Genova e Palermo gli approdi di riferimento dei sospetti terroristi a bordo di navi di linea o mercantili. Gli operatori di polizia hanno compiuto oltre 1,2 milioni d’interrogatori, ricerche e riscontri sulle banche dati dell’INTERPOL, attraverso la rete mondiale di comunicazione protetta, che raccolgono tutte le informazioni su documenti di viaggio rubati o smarriti, dati su criminali e autoveicoli rubati, consentendo così l’avvio di 31 indagini, delle quali più di 12 relative al movimento di sospetti terroristi individuati grazie ai controlli incrociati e allo scambio d’informazioni tra i diversi Paesi coinvolti nell’operazione. L’indagine dell’INTERPOL ha riguardato solo le rotte ufficiali attraverso le quali si muovono alcuni dei foreign fighter di ritorno dal Medio Oriente o quelli destinati a missioni in Europa. Come più volte rilevato dagli organi d’informazione, gli itinerari clandestini restano quelli prediletti dai miliziani poiché consentono di sfuggire con più facilità ai controlli delle forze di polizia. La rete dei controlli sulle rotte marine è assolutamente più blanda e, per il nostro Paese, la vigilanza alle frontiere è in concreto una missione impossibile.

La #rotta #mediterranea

Il continuo viavai delle navi delle Ong, impegnate nel servizio taxi che favorisce gli affari di organizzazioni criminali strettamente connesse a quelle di stampo terroristico, favoriscono l’afflusso di persone sulle coste libiche e tunisine in attesa di condizioni meteo favorevoli alla partenza. Tutto questo con un costo altissimo in termini di vite umane e di sicurezza per l’intera Europa.

La Libia è il paese nordafricano più interessato dal fenomeno migratorio diretto verso l’Europa e la presenza radicata di jihadisti all’interno dei confini libici, in costante aumento dopo la caduta dello stato islamico in Siria e Iraq, ha da tempo fatto elevare il livello di allerta tra l’intelligence nostrana e quelle dei paesi interessati dalla movimentazione in entrata dei clandestini. Nello scorso mese di settembre, un raid dell’aviazione statunitense ha colpito un gruppo di miliziani dello Stato islamico nel sud della Libia, nei pressi dell’oasi di Murzuk, a circa 1000 chilometri a sud di Tripoli. Nell’attacco sono stati neutralizzati otto jihadisti appartenenti alle truppe del Califfato in precedenza individuati tramite il monitoraggio dei droni. Il blitz dei cacciabombardieri americani altro non ha fatto che rendere ancora più evidente come Isis, pur decapitato dei suoi vertici, rappresenti ancora una minaccia per la sicurezza a tutti i livelli. Le tre maxi regioni libiche: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, sono infestate dalla presenza di entità jihadiste dedite ad attacchi contro agglomerati urbani alla ricerca di approvvigionamenti, armi e automezzi, in questo non ostacolate dai militari di al Serraj e Haftar, impegnati nel conflitto che si trascina da anni nel Paese. Le filiali di al-Qaeda nel Maghreb islamico e dello Stato islamico, inoltre, fanno affari d’oro nelle zone di confine a sud della Libia essendosi, di fatto, appropriate dei varchi d’ingresso delle masse migratore in movimento verso le coste.

Le città di Ghat e Macchè, rispettivamente al confine con l’Algeria e il Ciad, sono infestate dai miliziani jihadisti che quotidianamente derubano i migranti o semplicemente li prelevano per condurli nei campi da dove, ottenuto il pagamento per il viaggio, li avviano verso le coste libiche, dove altre cellule sono impiegate nella preparazione dei natanti da inviare verso le coste italiane. E le entità jihadiste operanti in Libia sono ben consce del ruolo fondamentale svolto dal controllo del traffico di esseri umani. Seguendo le direttive delle rispettive leadership, infatti, provvedono a infiltrare i flussi di migranti con i miliziani in missione da avviare in Europa così come, in accordo con la mafia nigeriana, i sodali dell’organizzazione da impiegare nei Paesi di destinazione.

Per la Tunisia, le rotte predilette sono quelle che partono da Sfax, dove un’organizzazione locale, gestita da elementi contigui ad Ansar al Sha’aria, e noti alle cronache nostrane per i loro trascorsi nel nostro Paese, provvede a raccogliere i “candidati” alla traversata e al loro indottrinamento a proposito delle versioni da proporre alle forze dell’ordine, allo scopo di ottenere status di rifugiati o facilitazioni del soggiorno dopo il loro approdo sulle coste italiane. I miliziani “in missione”, in precedenza segnalati ai trafficanti dai network del terrore, hanno diritto a un trattamento di favore e alla dotazione del necessario da utilizzarsi al loro arrivo in Italia. Successivamente a questi step, i migranti sono trasferiti in capannoni alla periferia di Sfax nell’attesa di condizioni meteo favorevoli alla traversata e alla disponibilità di un natante. Il viaggio può prevedere una rotta diretta verso le coste italiane o, nel caso di controlli più serrati da parte della Guardia costiera tunisina, comprendere una sosta alle isole Kerkennah in attesa di un alleggerimento della vigilanza.

La #rotta #balcanica

Anche i Balcani sono interessati, e non in maniera marginale, dal flusso di migranti e jihadisti. I primi sono dirottati dalla Turchia verso Grecia (via mare) e Croazia, dove sono spesso rinchiusi in campi profughi dai quali, comunque, tentano di fuggire e dirigersi verso l’Europa occidentale. Per i secondi, il discorso è diverso. Alcuni si associano ai gruppi jihadisti operanti tra Albania e Bosnia Erzegovina, sfruttando tra l’altro la presenza capillare dei combattenti jihadisti rimasti sul territorio dopo il conflitto con la Serbia. In special modo, i miliziani locali sono radicati nelle enclavi della provincia di Zenica, ove opera dall’epoca della guerra dei Balcani, il loro leader indiscusso, Imad al-Husin, meglio noto come Abu Hamza al Suri, detenuto fino al 2016 e in seguito scarcerato dalle autorità bosniache. Le cellule dei fondamentalisti islamici continuano a mantenersi attive e a trarre profitto dall’ospitalità di correligionari così come facilitando i clandestini lungo itinerari considerati sicuri. Anche in questo caso, jihadisti ai quali sono state assegnate missione in Europa, ottengono particolari “favori” da parte degli jihadisti locali che provvedono alla fornitura di documenti per l’espatrio”regolari”, somme di denaro e, soprattutto, cellulari puliti da utilizzare al loro ingresso in Europa.

Lo snodo italiano dei miliziani

Nel nostro Paese i punti di aggregazione sono molteplici e, se in passato erano individuati nei centri di cultura islamica che mascheravano veri e propri rifugi per jihadisti, i ripetuti controlli delle forze di polizia hanno reso i fiancheggiatori dei miliziani molto più accorti. Niente più moschee clandestine, ma alloggi regolarmente censiti con prestanome o occupazioni abusive di palazzi nelle periferie delle metropoli, con la possibilità di decentralizzare le cellule operative nelle province ben collegate ai punti di smistamento e di approvvigionamento di beni, documenti e mezzi di trasporto per gli “operativi” dell’organizzazione. Si tratta di organizzazioni ramificate che all’occorrenza utilizzano il metodo hawala per il flusso di capitali, i ricettatori del posto per i cellulari muniti di schede intestate a ignoti, biglietterie aeree e ferroviarie gestite da proprietari compiacenti e, da non sottovalutare, il ruolo di primo piano ricoperto da italiani senza scrupoli che si prestano, dietro compenso, a favorire latitanze o semplici ospitalità provvisorie a jihadisti dichiaratisi semplici clandestini. Anche alcuni convertiti italiani giocano un ruolo nel vasto apparato dei network jihadisti. Se per alcuni si configura un parziale appoggio ai movimenti fondamentalisti in un’ottica d’islamizzazione più o meno indotta dell’Occidente, per altri si materializza in una vera e propria adesione alle organizzazioni jihadiste.

Con la morte di al Baghdadi non si assisterà certo a una diminuzione della minaccia terrorista ma, se possibile, a una recrudescenza di atti compiuti da singoli elementi ispirati da sentimenti di vendetta. La riorganizzazione dei ranghi di Isis e l’attesa ricomparsa di al-Qaeda potrebbero caratterizzare un futuro molto prossimo. L’organizzazione di attentati complessi, fortunatamente venuta meno nel periodo medio breve, potrebbe incrementarsi con l’arrivo in Europa dei reduci dal conflitto siro-iracheno, decisi a riappropriarsi del palcoscenico massmediatico che può fornire continuità di azione, proselitismo e reclutamento di nuove leve della jihad.

(Source:ofcs.report)

terr

#USA. Final #Country #Reports on #Terrorism 2018

Anche se l’#ISIS ha perso quasi tutto il suo territorio in Siria e Iraq, il gruppo ha dimostrato la sua capacità di adattamento, soprattutto ispirando o dirigendo i follower online. Nel corso dell’ultimo anno, la presenza globale dell’ISIS si è evoluta con affiliate e reti che conducono attacchi in Medio Oriente, Sud-Est asiatico e Africa. Inoltre, terroristi temprati da tante battaglie sono tornati a casa dalle zone di guerra o hanno viaggiato verso paesi terzi, rappresentando nuovi pericoli. Centinaia di combattenti dell’ISIS sono stati catturati e detenuti dalle forze democratiche siriane. Gli Stati Uniti hanno rimpatriato e perseguito i combattenti terroristi stranieri americani (FTF) e hanno spinto altri paesi a fare altrettanto. Nel frattempo, terroristi nostrani, ispirati dall’ideologia dell’ISIS, hanno pianificato ed eseguito attacchi contro vari bersagli, inclusi hotel, ristoranti, stadi e altri spazi pubblici. L’attacco di dicembre 2018 in un mercatino di Natale a Strasburgo, in Francia, che ha ucciso tre persone e ne ha ferite 12, ha dimostrato la capacità dei terroristi nostrani di colpire nel cuore dell’Europa.

#AlQaeda e le sue affiliate regionali rimangono resilienti e rappresentano una minaccia in tutto il mondo. Date le battute d’arresto dell’ISIS, AQ mira a stabilirsi come l’avanguardia del movimento jihadista globale. Nonostante le perdite di leadership del gruppo, le consociate regionali di AQ continuano ad espandere i loro ranghi, complottare e compiere attacchi, nonché a raccogliere fondi e ispirare nuove reclute attraverso i social media e le tecnologie virtuali. La rete globale di AQ include i resti della leadership del gruppo in Afghanistan e Pakistan, Fronte di al-Nusrah in Siria, altri estremisti legati ad AQ in Siria, AQ nella penisola arabica, AQ nel Maghreb islamico, Jama’at Nusrat al-Islam wal- Muslimin, al-Shabaab e AQ nel subcontinente indiano.

Anche i gruppi terroristici a livello regionale sono rimasti una minaccia nel 2018. Ad esempio, il pakistano Lashkar-e-Tayyiba -responsabile degli attacchi di Mumbai del 2008- e Jaish-e-Mohammad (JeM) hanno mantenuto la capacità e l’intenzione di attaccare gli indiani e Obiettivi afgani. A febbraio, agenti operativi affiliati a JeM hanno attaccato un campo dell’esercito indiano a Sunjuwan, nello stato del Jammu e Kashmir, uccidendone sette. Altrove nell’Asia meridionale, i talebani e la rete Haqqani (HQN) hanno continuato a lanciare attacchi letali in tutto l’Afghanistan, anche contro il personale militare americano. In uno dei suoi attacchi più mortali fino ad oggi, HQN -un affiliato dei talebani- ha ucciso più di 100 persone dopo aver fatto esplodere un’ambulanza carica di esplosivi a Kabul a gennaio, una settimana dopo che i talebani avevano condotto un attacco in un hotel di Kabul che ha ucciso 22 persone. Anche i Tehrik-e Taliban Pakistan hanno continuato a compiere attacchi nel 2018, tra cui un attentato suicida di marzo che ha preso di mira un checkpoint alla periferia di Lahore, in Pakistan, causando la morte di quattro agenti di polizia e due civili. Israele ha continuato ad affrontare le minacce terroristiche di Hamas e di altre organizzazioni terroristiche a Gaza. Nel 2018, Hamas e altri gruppi con base a Gaza hanno lanciato più di 750 missili e proiettili di mortaio verso Israele.

La tattica terroristica e l’uso delle tecnologie si sono evoluti nel corso del 2018. Ad esempio, il maggiore uso di droni e comunicazioni crittografate, nonché attacchi a bassa tecnologia di veicoli e coltelli, ha presentato ulteriori sfide per la comunità internazionale antiterrorismo. Inoltre, i terroristi sono rimasti intenzionati ad attaccare l’aviazione civile, sebbene nel 2018 non vi siano stati attacchi di successo. Limitare i viaggi dei terroristi è rimasta una priorità assoluta. La piattaforma di sicurezza delle frontiere del sistema di identificazione e confronto sicuro (PISCES) è cresciuta fino a includere 227 porti di ingresso in 23 paesi e viene utilizzato per controllare oltre 300.000 viaggiatori ogni giorno.

Country Reports on Terrorism 2018 -in allegato il report completo-, offre una rassegna dettagliata dei successi e delle sfide che hanno impegnato l’antiterrorismo degli Stati Uniti e dei Paesi alleati.

https://www.state.gov/wp-content/uploads/2019/11/Country-Reports-on-Terrorism-2018-FINAL.pdf

CT-CVE-e1557421000202

#Svezia: i crimini sessuali triplicano in quattro anni.

La stampa mainstream svedese ha salutato il lieve calo delle #aggressioni #sessuali nel 2018 rispetto al 2017, come uno sviluppo positivo, ignorando la massiccia ondata di crimini sessuali lungo la linea temporale degli ultimi quattro anni. Le cifre provengono dal nuovo rapporto annuale sul crimine del Consiglio nazionale svedese per la sicurezza e la prevenzione della criminalità (Bra). Il rapporto (vedi in allegato), rivela, infatti, che la popolazione svedese vittima di reati sessuali è stata del 6% nel 2018 (circa 22.500 crimini sessuali, di cui 7.960 classificati come stupri), rispetto al 6,4% del 2017.

Ma l’intera valutazione dei media non è corretta. Basta guardare agli anni precedenti per vedere che i crimini sessuali si sono moltiplicati drasticamente negli ultimi quattro anni: infatti, nel 2014, solo il 2% della popolazione svedese era stata aggredita sessualmente, mentre, nel 2018, le aggressioni hanno coinvolto il 6% della popolazione. Quindi, nell’arco di soli 4 anni, i crimini sessuali sono triplicati; un incremento estremamente negativo che dovrebbe essere motivo di preoccupazione. Inoltre, come precisato dall’emittente svedese SVT, la maggior parte degli stupratori condannati in Svezia, è nata al di fuori dell’Europa.

Joakim Lamotte, giornalista svedese, è una delle poche voci che hanno contrastato i commenti dei media, scrivendo su Twitter: “Secondo questo rapporto, tutti i #crimini tranne quelli sessuali sono aumentati sostanzialmente. Per quanto riguarda i crimini sessuali, abbiamo visto un aumento a valanga dal 2014 e sarebbe assurdo se tale cifra continuasse a crescere per sempre…In quattro anni, i crimini sessuali in Svezia sono triplicati, il che è un disastro”. Aggiungendo che il nuovo rapporto mostra come il crimine in Svezia abbia stabilito nuovi record negativi. Infatti, come si può leggere nell’allegato, tutti i tipi di crimini sono aumentati in tutto il paese, colpendo –nel 2018- il 26,4% della popolazione.

https://www.bra.se/download/18.62c6cfa2166eca5d70ec536d/1570520930995/2019_11_Nationella_trygghetsundersokningen_2019.pdf

sweden

 

Lettera aperta del Consiglio delle donne #curde della #Siria del Nord e dell’Est, contro l’offensiva della #Turchia


“A tutte le donne e ai popoli del mondo che amano la liberà.

Come donne di varie culture e fedi delle terre antiche della Mesopotamia vi mandiamo i più calorosi saluti. Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi.
Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni.
Stiamo assistendo a come quartieri e chiese cristiane vengono bombardate e a come i nostri fratelli e sorelle cristiani, i cui antenati erano sopravvissuti al genocidio del 1915, vengono adesso uccisi dall’esercito del nuovo impero Ottomano di Erdogan. Due anni fa, abbiamo assistito allo Stato turco che ha costruito un muro di confine lungo 620 chilometri, attraverso fondi Ue e Onu, per rafforzare la divisione del nostro Paese e per impedire a molti rifugiati di raggiungere l’Europa.
Adesso stiamo assistendo alla rimozione di parti del muro da parte di carri armati, di soldati dello Stato turco e jihadisti per invadere le nostre città ed i nostri villaggi. Stiamo assistendo ad attacchi militari. Stiamo assistendo a come quartieri, villaggi, scuole, ospedali, il patrimonio culturale dei curdi, degli yazidi, degli arabi, dei siriaci, degli armeni, dei ceceni, dei circassi e dei turcomanni e di altre culture che qui vivono comunitariamente, vengono presi di mira dagli attacchi aerei e dal fuoco dell’artiglieria. Stiamo assistendo a come migliaia di famiglie sono costrette a fuggire dalle loro case per cercare rifugio senza avere un luogo sicuro dove andare.
Oltre a questo, stiamo assistendo a nuovi attacchi di squadroni di assassini di Isis in città come Raqqa, che era stata liberata dal terrore del regime dello Stato Islamico due anni fa con una lotta comune della nostra gente. Ancora una volta stiamo assistendo ad attacchi congiunti dell’esercito turco e dei loro mercenari jihadisti contro Serêkani, Girêsipi e Kobane. Questi sono solo alcuni degli incidenti che abbiamo affrontato da quando Erdogan ha dichiarato guerra il 9 ottobre 2019.
Mentre stiamo assistendo al primo passo dell’attuazione dell’operazione di pulizia etnica genocida della Turchia, assistiamo anche all’eroica resistenza delle donne, degli uomini e dei giovani che alzano la loro voce e difendono la loro terra e la loro dignità. Per tre giorni i combattenti delle Forze siriane democratiche, insieme alle YPG e alle JPY hanno combattuto con successo in prima fila per impedire l’invasione della Turchia e dei massacri. Donne e uomini di tutte le età sono parte di tutti gli ambiti di questa resistenza per difendere l’umanità , le acquisizioni e i valori della rivoluzione delle donne in Rojava. Come donne siamo determinate a combattere fino a quando otterremo la vittoria della pace, della libertà e e della giustizia. Per ottenere il nostro obiettivo contiamo sulla solidarietà internazionale e la lotta comune di tutte le donne e gente che ama la libertà.”

#Nigeria: le #scuole #islamiche Almajiris

Queste scuole sono comuni in tutto il nord musulmano della Nigeria, un Paese che è diviso in modo pressoché uniforme tra seguaci del cristianesimo e dell’Islam. Gli abitanti della Nigeria settentrionale, la parte più povera del Paese in cui la maggior parte delle persone vive con meno di $ 2 il giorno, spesso scelgono di lasciare i propri figli proprio in queste scuole. Sono anni che le scuole islamiche in Nigeria sono sotto accusa per atti di abuso, compreso il fatto che molti bambini sono costretti a chiedere l’elemosina per le strade. Qualche giorno fa, le forze di polizia sono intervenute proprio in una di queste scuole islamiche nella città di Kaduna ed hanno liberato circa 300 persone, tenute prigioniere (molti in catene), la maggior parte delle quali bambini di appena 9 anni. Durante l’incursione la polizia ha dichiarato di aver trovato una “camera di tortura” in cui gli studenti erano incatenati, impiccati e picchiati. Molti di loro con cicatrici e gravi lesioni.

Il sistema Almajiri iniziò nell’XI secolo a seguito del coinvolgimento dei sovrani del Borno nell’alfabetizzazione coranica. Oltre settecento anni dopo, fu fondato il califfato Sokoto attraverso una rivoluzione islamica basata sugli insegnamenti del Corano. Questi due imperi gestirono un sistema simile di apprendimento del Corano che col tempo divenne noto come il sistema Almajiri: gli insegnanti e i loro allievi, fornirono alla comunità l’educazione islamica, leggendo e scrivendo il Corano, oltre allo sviluppo di Ajami, ovvero scrivere e leggere la lingua hausa usando alfabeti arabi. Gli studenti, allora, acquisivano anche abilità professionali ed erano coinvolti in agricoltura, pesca, costruzione di pozzi, muratura, produzione, commercio, sartoria, piccole imprese ecc. Molti di loro diventarono coltivatori di cotone e arachidi. Altri, commercianti e conciatori di cuoio e produttori di scarpe e borse. Il sistema Almajiri formava anche giudici, impiegati, insegnanti ecc..; era quindi un importante strumento di civilizzazione.  Le cose cambiarono nel 1904, quando gli inglesi invasero e colonizzarono i territori della Nigeria settentrionale, prendendone il controllo. Uccisero e sostituirono tutti quegli emiri resistenti al dominio straniero, e si rifiutarono di riconoscere il sistema educativo Almajiri, abolendo il finanziamento statale sostenendo che si trattava di semplici scuole religiose. Questa è certamente la genesi della situazione del sistema Almajiri oggi, poichè non si può vietare un sistema senza sostituirlo.

Il National Council for the Welfare of Destitute (NCWD), ritiene che la popolazione degli alunni di Almajirai nel 2001, fosse di circa 7 milioni, un numero senza dubbio raddoppiato o addirittura triplicato nel 2019. Un esercito di circa 14 milioni di giovani senza alcuna preparazione professionale, che per le condizioni economiche disastrose nelle quali vivono, dovute al blocco di ogni finanziamento statale e di ogni qualsiasi altro aiuto governativo, rimane in balia di chiunque -come il famigerato Boko Haram, costola di Isis-, sia pronto a fornire loro un riscatto sociale (e creare problemi non solo in Nigeria ma anche in Europa).

Lo #StatoIslamico in #Africa

Ogni analista, esperto di #jihadismo transnazionale, sapeva che sradicare l’autoproclamato “califfato” dello Stato Islamico in Siria e Iraq non avrebbe segnato la fine di questo brutale movimento. Detenere un territorio fisico e stabilire uno “stato” era ed è importante per #Isis. In risposta alle sue sconfitte, si è disperso, mantenendo però viva la sua ideologia con la speranza di poter fare, in futuro, un altro tentativo per creare un suo stato. Giorno dopo giorno, questa speranza si sta avverando in Africa. Negli ultimi anni, c’è stato un vero e proprio esodo di militanti jihadisti dal Medio Oriente verso il continente, inclusi molti combattenti stranieri che sono rientrati nei loro Paesi d’origine per creare nuove cellule, rafforzare i ranghi di preesistenti gruppi, addestrarli e preparali a eseguire attacchi, con il sostegno anche dell’apparato mediatico e propagandistico del gruppo. Infatti, prima ancora della caduta di Baghuz, ultima roccaforte Isis in Siria, l’organizzazione aveva iniziato una campagna mediatica imperniata proprio sul continente africano, concentrandosi principalmente sulla #Tunisia, il Paese africano a fornire a Isis il maggior numero di combattenti stranieri. Prima ancora del 2018, soprattutto la situazione ambientale del #Sahel si è dimostrata un terreno fertile per l’espansione della militanza jihadista, dovuta alla presenza di un caotico mix di attori armati, risposte sbagliate da parte dei governi, abusi da parte delle forze governative e violenze continue, che hanno innescato una crisi umanitaria senza precedenti.

Isis, ha creato la Provincia dell’Africa centrale, raggruppando i ribelli dell’ADF (Allied Democratic Forces, fondata a metà degli anni ’90) ai confini della Repubblica Democratica del Congo (RDC) e dell’Uganda, e i militanti appartenenti all’insurrezione di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico, dove è attivo il gruppo armato salafi-jihadista al-Sunnah wal-Jamaah (ASWJ), con collegamenti nell’Africa orientale costiera (Somalia, Kenya, Tanzania). Dopo una pausa di circa tre anni, l’Islamic State Central (ISC) ha ristabilito le comunicazioni con la sua affiliata saheliana, lo Stato islamico nel Grande Sahara (ISGS), e in un video pubblicato a fine aprile, i gruppi del Mali e del Burkina Faso, hanno giurato fedeltà ad #al-Baghdadi, riconoscendolo come leader. I recenti attacchi nelle regioni meridionali del Burkina Faso, vicino ai suoi confini con la Costa d’Avorio, il Ghana, il Togo e il Benin, sono la prova di una crescente minaccia per i paesi del Golfo di Guinea. Ciò è stato confermato dall’arresto a dicembre dell’anno scorso di sospetti militanti che preparavano operazioni mirate in tre capitali – Bamako, Ouagadougou e Abidjan – per l’inizio del 2019. Il 15 giugno, in un video intitolato “And the [best] Outcome is for the Righteous” (Il –miglior- risultato è per I giusti), anche i militanti della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (ISWAP), dopo un lungo discorso del loro comandante Sheikh Abu Salmah al-Mangawi, hanno rinnovato il loro impegno di fedeltà ad al-Baghdadi, espandendosi in vari territori in Nigeria e allargando le loro azioni terroristiche in Niger e Ciad. E’ indubbio che Isis abbia fatto progressi nel Sahel e le successive promesse di fedeltà emanate nella regione hanno fornito all’organizzazione notevole materiale di propaganda, oltre ad incrementare attacchi armati contro le forze di sicurezza e le popolazioni civili.  Gli attacchi sono aumentati di numero e si sono intensificati negli ultimi mesi: in una recente newsletter di al-Naba, lo Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità degli attacchi condotti dai mujahidin del Sahel, contro governi ṭawagit (trasgressori della volontà di Allah), eserciti stranieri di “crociati” e milizie tribali murtaddin (apostate).

Le attività jihadiste nel Corno d’Africa – e in particolare in Somalia – ruotano attorno ad al-Shabab (rete di al-Qaeda); tuttavia, Isis può contare su di un’organizzazione rivale, Abnaa ul-Calipha o Stato islamico in Somalia (ISS), nata come risultato di una scissione all’interno di al-Shabab e che ha prestato giuramento di fedeltà ad al-Baghdadi. Sebbene meno importante di al-Shabab in termini di numero di membri, l’ISS ha contribuito ad ampliare la presenza di Isis nell’Africa orientale, spostandosi gradualmente nella Somalia meridionale, compiendo un numero crescente di attacchi armati. Gruppi armati jihadisti hanno reclutato combattenti anche nei Paesi costieri negli ultimi anni. Il Movimento per l’Unità e lo Jihad in Africa occidentale (MOJWA) ha arruolato membri di diversi Paesi, tra cui Guinea, Ghana e Benin.  Il MOJWA non è un movimento isolato; secondo le autorità libiche, dozzine di cittadini del Ghana, del Senegal e del Gambia si sono uniti all’organizzazione dello Stato islamico. Per quanto riguarda la Libia, da quando sono iniziati ad aprile gli scontri tra i due governi, si è allentata la pressione sul gruppo terrorista. Lo stesso Paul Selva, vicepresidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, ha osservato all’inizio dell’estate che da quando LNA e GNA hanno iniziato a combattere, c’è stato un risorgere di campi Isis nella regione centrale. Infatti, Isis ha notevolmente aumentato gli attacchi nel Paese.

L’intensa migrazione e i flussi commerciali tra gli stati costieri e l’entroterra del Sahel, insieme all’ampia dispersione di comunità etniche e religiose, incoraggiano la diffusione d’ideologie e forniscono un facile accesso e punti di appoggio per gli jihadisti. Di conseguenza, nuovi “movimenti di solidarietà” continuano a spuntare e diffondersi, oltre ad un forte revivalismo sunnita. Nel nord del Benin, ad esempio, c’è stata un’ondata di nuove costruzioni di moschee, accompagnata da un’interpretazione più rigorosa della legge islamica, compresa l’introduzione del velo per donne e ragazze. L’ascesa di un Islam più fondamentalista nel continente africano fornisce, per gli attori che sostengono la violenza in nome della religione, una piattaforma efficace per conquistare un pubblico locale e ottenere sostegno e finanziamenti. L’ondata di reclute nei confronti di gruppi jihadisti armati, tuttavia, non può semplicemente essere incolpata alla diffusione dell’ideologia religiosa o ai finanziamenti dai paesi del Golfo Arabo. Diversi studi (condotti dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, dall’International Institute for Strategic Studies o dall’Institut francais des relations international), hanno dimostrato che i giovani sono attratti da questi movimenti per la rabbia conseguente a sensi d’ingiustizia subiti, a conflitti locali e dal comportamento spesso brutale di forze militari e di sicurezza locali e straniere, che alimentano il sentimento anti-occidentale facilitando, di conseguenza, il reclutamento da parte di organizzazioni jihadiste.

Una battaglia spietata –ripeto spietata- dovrebbe essere incrementata e coordinata tra i diversi Paesi della regione, contro ogni tipo di tratta (droga, medicine, armi, esseri umani, estorsioni). Queste attività criminali alimentano e finanziano il jihadismo e qualsiasi progresso nella lotta contro queste attività indebolirà per definizione i  #terroristi. Ma un aspetto ben noto del problema è che però, e purtroppo, in alcuni Paesi funzionari e politici sono complici di questi gruppi. Sin tanto che questa situazione perdurerà, Isis (e non solo) avrà terreno fertile per radicalizzare e reclutare combattenti e avvicinarsi all’obiettivo di fondare uno Stato Islamico in Africa. Dopo di che, l’attenzione jihadista sarà rivolta all’Europa.

ISWAP

(Source: SecurityCouncilReport- GeopoliticalIntelligence-Menastream)

#Isis si prepara a liberare i suoi combattenti prigionieri nelle carceri e nei campi in #Siria e #Iraq

Dopo che il leader di Isis #alBaghdadi l’ha sollecitato in un audio pubblicato il 16 settembre 2019, vari canali segnalano che l’organizzazione terroristica si sta organizzando per liberare con irruzioni e incursioni, i suoi fedeli combattenti e seguaci dalle prigioni e dai campi dove sono confinati in Siria e Iraq. Nell’audio, al-Baghdadi chiede ai suoi seguaci come possano “Accettare di vivere mentre le donne musulmane soffrono l’umiliazione nei campi e nelle carceri sotto il potere dei crociati”.

Il campo di #AlHawl nel nord della Siria, all’interno del quale Isis è già attivo, rappresenta un rischio particolare.  Le Nazioni Unite l’hanno istituito nel 1991, per ospitare i rifugiati dall’Iraq. Riaperto nell’aprile 2016 dalle forze democratiche siriane sostenute dagli Stati Uniti (SDF), è ora gravemente sovraffollato con oltre 63.000 persone tra membri delle famiglie di Isis e civili provenienti dai territori controllati da Isis e arresisi alle forze #SDF nella provincia orientale di Deir ez-Zour. Si sa che è stata organizzata una #raccoltafondi (almeno da giugno 2019), tramite canali crittografati (soprattutto Telegram), con distribuzione anche di materiale propagandistico e, probabilmente, il gruppo sta organizzando attività simili anche in altri campi, compresi quelli iracheni. I canali #social pro-Isis (probabilmente affiliati a singoli sostenitori), hanno iniziato la loro attività di propaganda dal campo di Al-Hawl, sin da metà luglio del 2019. Le donne di ISIS, il 15 luglio, hanno rilasciato un video nel quale ribadivano la loro fedeltà a Baghdadi. In seguito, il 16 luglio, questi canali, hanno condiviso un video nel quale donne con i loro figli alzavano una bandiera di Isis fatta in casa. Hanno anche condiviso il 22 luglio, un video di bambini all’interno del campo che cantavano slogan. E’ chiaro che questi post dimostrano (contrariamente a quanto affermato da qualcuno), la fedeltà al gruppo terroristico e l’atteggiamento non certamente pentito di queste donne.

I sostenitori di Isis hanno creato il 15 luglio una serie di canali di Telegram chiamati “K…..” in inglese, arabo e francese con lo scopo dichiarato di “Aiutare le famiglie dei #Mujahidin in Sham”.  Gli account hanno anche pubblicato presunte lettere dal campo di Al-Hawl di donne appartenenti a Isis: una di queste, del 9 agosto, chiedeva ai musulmani di tutto il mondo di “Svegliarsi” e aiutare le loro “Sorelle”.  Il 18 di questo mese, il canale K….English (ancora attivo), ha pubblicato un’immagine di propaganda raffigurante una donna imprigionata e, citando un testo religioso, sollecitava i musulmani a “Liberare i prigionieri”. Anche il canale ufficiale di Isis, nell’ultima pubblicazione del 19 settembre del magazine #AlNaba, invita i suoi seguaci a “Salvare” uomini e donne detenuti, oltre a sollecitare attacchi in tutto il mondo per “Vendicare i combattenti detenuti”.

Le insostenibili sfide umanitarie –condizioni disastrose-, oltre che di sicurezza, nel campo di Al-Hawl e in altre strutture di detenzione in Iraq e Siria, alimentano le minacce jihadiste di là da Isis. Anche gli account collegati ad #AlQaeda hanno iniziato a sfruttare la difficile situazione di donne e bambini per raccogliere fondi e hanno iniziato a farlo ancor prima di Isis già da gennaio 2019, avviando una campagna tramite Telegram (tuttora attiva) denominata “Fu.. al..As….” (più o meno: libera le donne prigioniere). Probabilmente Al Qaeda, fornendo sostegno a questa popolazione, cerca di competere con Isis per attirare altre potenziali reclute. Le forze SDF hanno tentato di trasferire alcuni dei detenuti in prigioni più organizzate e fortificate, ma mancano i fondi, le attrezzature e la “forza lavoro” necessaria per farlo e, secondo alcune informazioni, Isis è già riuscita a liberare un numero non quantificato di suoi combattenti.

Esiste quindi il rischio elevato che nei prossimi mesi Isis riesca, con raid in questi campi, a liberare i prigionieri, con la conseguenza di rinvigorire il gruppo terroristico non solo in Siria e Iraq.

(Source: ISW-SITE-K…English-Al Naba- Government of Iraq-Telegram post)

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