Il calderone mediatico della “capitana” eroina

In questi ultimi giorni qualcuno ha deciso di strumentalizzare i sentimenti delle persone per una causa che di buono non ha nulla. È stato studiato tutto a tavolino per trascinare molti nel calderone mediatico. Non esiste nessuna capitana eroina, nessun migrante in fin di vita sulla sua barca e nessun esponente del PD dal cuore d’oro.

Come scrive Di Leo, fondatrice di Steadfast Onlus  che da anni promuove la difesa della cultura e lo sviluppo dei Paesi che versano in costante disagio economico, “Esiste l’Africa, quella che muore ogni giorno nei propri villaggi, alla quale è stata strappata la dignità da chi continua incessantemente a fare business sulla pelle dei suoi abitanti. Non esiste nessuna eroina Carola, esistono i bambini che elemosinano acqua e cibo per sopravvivere. Esistono i neonati privi di ogni tipo di aiuto e di supporto. Esistono le donne che muoiono durante il parto, aspettando disperatamente di raggiungere la prima ostetrica del villaggio vicino. Esistono uomini che donano i loro organi per far studiare i propri figli. Esistono le ragazze che pur sapendo cosa si nasconde dietro al traffico degli esseri umani, si sacrificano per tenere in vita la propria famiglia”. 

E allora? Chi sono i veri eroi? La Carola Rackete?.

Staccatevi per pochi minuti dal vostro essere così politicamente corretti, dalla vostra superficialità, dalla vostra ipocrisia, dalla vostra idea di stare a posto con se stessi, e provate a informarvi e vedrete ciò che non troverete sui social. Vedrete persone come noi che hanno il diritto di vivere liberamente la propria vita nella propria terra, senza il continuo ed estenuante sfruttamento ad opera di chi continua a fare business sulla loro pelle. E se volete dare un contributo, allora datelo per quei bambini, per quelle donne e uomini che ne hanno realmente bisogno e non a una traghettatrice che rileva carichi di disperati dagli scafisti.

E se volete essere a posto con la vostra coscienza, informatevi e ribellatevi all’osceno sfruttamento da parte delle multinazionali di un continente che non è povero ma ricco, anche se poco gli rimane di questa ricchezza. Uno sfruttamento che è la prima e unica causa di corruzione (165.000 africani hanno un patrimonio complessivo di 860 miliardi di dollari –in media più di 5 milioni a testa– per più della metà custoditi al riparo dei paradisi fiscali), nonché di guerre e migrazioni. I governi occidentali si atteggiano a generosi benefattori che fanno il possibile per “aiutare chi non sarebbe in grado di aiutare se stesso”. Ipocrisie.

Qualche esempio? La Francia ha sempre mantenuto una forte influenza su quelle che, fino agli Cinquanta e Sessanta del Novecento, erano state sue colonie in territorio africano: sono oltre 40, infatti, gli interventi militari sostenuti dalla Francia, tra quelli in difesa di regimi filo-francesi e quelli, invece, contro leader poco graditi, ad esempio in Gabon, Togo, Mauritania, Mali, Ciad, Repubblica Centrafricana, Tunisia, Ruanda e Libia. Ha interessi nello sfruttamento delle materie prime africane, come l’uranio del Niger, l’oro del Mali o il petrolio del Senegal, ed è fortemente presente nel continente anche con le sue multinazionali, come la Total. La Francia è comunque in ottima compagnia, perché buona parte dei Paesi Occidentali sfruttano le risorse africane o appoggiano, direttamente o indirettamente, leader politici locali a loro più graditi. Anche l’Italia, in questo, non è da meno con l’ENI che è presente in ben 14 Paesi africani, dove opera per l’estrazione di petrolio e gas naturale, ed è stata oggetto di numerose inchieste giudiziarie per pesanti accuse di corruzione a scapito di alcuni di questi Paesi, come Algeria e Nigeria. Di recente poi, alla presenza delle potenze occidentali in territorio africano si è aggiunta la Cina, ancora più spregiudicata nel difendere i suoi affari. E questi sono solo degli esempi, senza contare la Banca Mondiale che, pur fornendo prove nella sua relazione intitolata The Changing Wealth of Nations 2018, sull’impoverimento dell’Africa a causa dell’estrazione sfrenata di minerali, petrolio e gas, orienta comunque le sue politiche alla restituzione dei prestiti esteri e al rimpatrio dei profitti delle multinazionali, consentendo di fatto il continuo saccheggio del Continente.

E oggi, mezza Europa, invece di urlare contro questo –ripeto- osceno sfruttamento di un Continente che è la causa prima di migrazione e cercare di affrontare il problema alla radice, passa il suo tempo a insultarsi sulla vicenda legata a un barcone con meno di 50 disperati, eleggendo a eroina una Carola che, oltretutto, ha violato una decina di leggi di un Paese sovrano. E questo, oltre a non risolvere il problema dell’immigrazione, non porterà altro che ad una degenerazione della situazione.

Scafisti e trafficanti di esseri umani, ringraziano.

africa - Copia - Copia

 

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#Immigrazione: sangue e profitto

Dall’inizio nel 2015 della “crisi dell’immigrazione” in Europa, la richiesta da parte del continente di una maggiore sicurezza alle frontiere ha creato una nicchia redditizia per le aziende che vendono attrezzature e competenze per costruire e monitorare recinzioni. Negli ultimi tre anni, Austria, Bulgaria, Croazia, Estonia, Ungheria, Macedonia, Slovacchia, Slovenia, Turchia e Ucraina hanno eretto recinzioni ai confini.

I muri come strategia di gestione delle frontiere non sono nuovi: la Spagna ha iniziato a costruire barriere anti-migranti a metà degli anni ’90. Ma i crescenti sentimenti nazionalisti in tutta Europa dalla crisi finanziaria del 2008, e il crescente timore di attacchi terroristici, hanno posto le basi per una vasta rete di protezione delle frontiere. Dalla caduta del muro di Berlino e sino ad ora, i Paesi europei hanno eretto 750 miglia di nuove recinzioni e il business della sicurezza delle frontiere ($18 billion in 2015, is expected to nearly double to $35 billion by 2022. Source: Transnational Institute) è in continuo aumento. Di sicuro, le barriere funzionano all’inizio; tendono a ridurre il numero d’ingressi irregolari e aiutano le forze dell’ordine a catturare migranti privi di documenti. L’Ungheria, ad esempio, dopo aver costruito una barriera di confine con la Serbia è passata da 3000 attraversamenti alla settimana dell’ottobre 2015, a 11 segnalati nel 2018. Le barriere possono anche dare benefici politici soddisfacendo molti elettori (In Ungheria, la popolarità del primo ministro Viktor Orban è aumentata bruscamente dopo aver annunciato la costruzione di una prima recinzione; consentendogli di costruirne una seconda). Ma le barriere anti immigrazione -comprese tecnologie sofisticate come dispositivi biometrici, sensori a infrarossi e sistemi di raccolta dati- sono costose. La Spagna da sola spende quasi 12 milioni di euro l’anno per mantenere le sue due barriere meridionali, il doppio di quello che paga alle organizzazioni non governative per aiutare i rifugiati, mentre l’UE ha previsto di stanziare entro il 2020, 6 miliardi di euro per rafforzare le sue frontiere esterne.

La maggior parte dei contratti per la costruzione delle barriere, è stata affidata a grandi società che si occupano di sicurezza come Airbus (francese), Leonardo (italiana), Safran e Thales (spagnole) e al gruppo più influente in quest’area che è l’European Organization for Security (EOS). Quest’organizzazione no-profit con sede a Bruxelles, rappresenta gli interessi delle 41 più importanti società di sicurezza del continente. Secondo Gonzalo Fanjul, ricercatore politico per la società investigativa senza scopo di lucro PorCausa, la costruzione di muri “Non offre soluzioni per la gestione della mobilità umana“, ma è unicamente “Una risposta a una minaccia”. Inoltre, alcune di queste aziende sono anche le maggiori fornitrici di armi al Medio Oriente e al Nord Africa, con potenziali profitti su entrambi gli estremi dell’odissea dei migranti. La maggior parte delle aziende europee coinvolte nel controllo delle frontiere, ha visto aumentare i profitti negli ultimi anni, e il Transnational Institute stima, nel complesso, che questa industria si stia espandendo a un tasso annuo dell’8%. E poi c’è Eurosur, un sistema finanziato dall’UE che utilizza aerei, droni e satelliti per monitorare le frontiere esterne dell’Europa, che costeranno circa 244 milioni di euro entro il 2020.

È comunque improbabile che il blocco dell’Europa all’immigrazione sollevi critiche internazionali. Dopo tutto, l’Arabia Saudita ha costruito una barriera nel deserto con lo Yemen, il Kenya sta recintando il confine con la Somalia e Trump ha fatto del muro al confine messicano una base fondamentale della sua presidenza. Inoltre, l’UE sta lavorando per esportare ulteriormente il modello. Attraverso il cosiddetto quadro di partenariato per la migrazione, sta cooperando per rafforzare il controllo delle frontiere in 16 Paesi, tra cui Etiopia, Mali e Sudan, aprendo così una nuova frontiera di profitto per l’industria della sicurezza delle frontiere. Tornando alla Spagna, il governo ha deciso l’anno scorso di spendere altri 14 milioni di dollari per rafforzare la recinzione di Ceuta perché “it is not fulfilling its purpose.”

Sono molti gli analisti che ritengono che spendere così tanti soldi per ostacolare la migrazione sia privo di senso, principalmente perché i percorsi si spostano: non appena la Grecia ha eretto una recinzione, i migranti hanno iniziato a passare dalla Turchia alla Bulgaria. In secondo luogo, le barriere alle frontiere rendono i migranti più vulnerabili, costringendoli ad adottare rotte più rischiose. Nel 2016, dopo che le rotte dei Balcani e dell’Europa orientale sono state bloccate, le morti dei migranti sono aumentate del 50%. E nel 2017 -nonostante l’enorme dispiegamento militare nel Mediterraneo e la riduzione di arrivi e morti- la percentuale di morti per arrivo è aumentata, dall’1,1% all’1,9%. Interrompere le reti di contrabbandieri è un obiettivo chiave dell’UE ma i muri alle frontiere non aiutano. Tutt’altro: il percorso “a ostacoli” sempre più elaborato avvantaggia i contrabbandieri perché aumenta il bisogno (e il costo) dei loro servizi e ogni volta che un muro è costruito, l’accesso al sogno europeo diventa un po’ più costoso.

La crisi degli immigrati degli ultimi anni, ha contribuito, comunque, a rendere evidente ciò che era latente: che dietro motivi umanitari cioè, vi fosse in realtà un’enorme politica d’immigrazione. Voglio dire che, per ragioni economiche, l’Europa aveva apertamente deciso da anni di incoraggiare l’ingresso di nuovi popoli, presumibilmente per compensare la drammatica contrazione della popolazione nativa dell’Europa. Infatti, secondo le proiezioni demografiche effettuate da Eurostat nel 2013, senza i migranti, la popolazione europea si sarebbe ridotta da 507,3 milioni nel 2015, a 399 milioni nel 2080. In circa 65 anni, un centinaio di milioni di persone europee (20%) sarebbero scomparse. Ma ci sono alcune considerazioni importanti che non sono state fatte. La migrazione da Paesi a basso reddito a Paesi ad alto reddito è quasi una legge di natura. Fino a quando il numero di nascite e morti resta maggiore del numero dei migranti, il risultato è considerato vantaggioso. Ma quando la migrazione diventa il maggiore contributo alla crescita della popolazione, la situazione cambia e ciò che dovrebbe essere una semplice evoluzione, potrebbe diventare una rivoluzione. Perché? Per tre motivi. Anzitutto perché il numero di migranti in Europa è enorme. Secondo, a causa della cultura dei migranti; la maggior parte di loro appartiene a una cultura musulmana e araba, che è in un vecchio e storico conflitto con la cultura dell’Europa. E soprattutto, perché questo processo di migrazione musulmana avviene in un momento storico di radicalizzazione. Terzo: perché ogni Stato europeo si trova in una posizione di debolezza. Nel processo di costruzione dell’Unione europea, gli Stati nazionali hanno smesso di considerare se stessi come strumento indispensabile all’integrazione di diverse culture regionali all’interno di una cornice nazionale. Al contrario, tutti gli Stati-Nazione europei impegnati nel processo UE, hanno trasferito sempre più potere a una burocratica Commissione esecutiva a Bruxelles. Non deve sorprendere quindi che gli indeboliti Stati europei debbano ora far fronte alla forte ripresa di movimenti secessionisti e regionalisti, come la Corsica in Francia, Catalogna in Spagna, e la Scozia e il Galles nel Regno Unito e a movimenti sempre più agguerriti nel rifiuto dell’immigrazione.

Infine, inutile continuare a nascondere che In Italia, l’immigrazione (irregolare), ha rappresentato e rappresenta un’emergenza con grandi implicazioni economiche e sociali. Dal 2007, in Italia sono arrivati ​​illegalmente oltre 1.000.000 di migranti. Per il salvataggio e l’accoglienza, lo Stato ha speso una media di oltre 4 miliardi di euro l’anno, mentre l’Unione Europea ha contribuito con meno del 3%. La maggior parte dei migranti non fugge da guerre o persecuzioni, non sono dei rifugiati, ma sono giovani –in gran parte maschi- di età compresa tra i 18 e i 35 anni- in cerca di lavoro. Poiché il nostro sistema economico, per diverse ragioni, non può utilizzarli, molti di loro diventano un vero affare per le organizzazioni criminali che alimentano un moderno commercio di schiavi, incrementando sempre più il lavoro nero, l’accattonaggio, la droga, la prostituzione e, di conseguenza, le violenze. Senza dimenticare il problema della sicurezza nazionale, poiché i nostri Servizi d’intelligence hanno avvertito più volte del rischio d’infiltrazioni di cellule jihadiste legate al business della migrazione. L’Italia, negli ultimi anni, ha affrontato da sola l’emergenza immigrazione ma il problema non è solamente questo. Un altro problema serio, è che l’immigrazione è spesso alimentata da alcune ONG finanziate da centri di potere globalista (come l’Open Society di George Soros per esempio), che se è vero che salvano vite nel Mediterraneo, altrettanto vero è che con i loro interventi alimentano l’immigrazione, di fatto violando la sovranità dello Stato.

Conclusione: l’approccio all’immigrazione dell’Europa in generale oggi s’indurisce, ma la migrazione continuerà. E continuerà sin tanto che aziende europee continueranno a fornire armi che alimentano guerre e sin tanto che stati europei continueranno nella loro corsa allo sfruttamento delle ricchezze dei Paesi africani.

E gli appaltatori della sicurezza guadagneranno sempre più milioni, i contrabbandieri di esseri umani avranno sempre più clienti e le organizzazioni criminali sempre più schiavi.

immi

#USA-#IRAN: opinione

I tedeschi hanno messo in dubbio le prove presentate dagli Stati Uniti sulla responsabilità dell’Iran nell’attacco alle petroliere. Così hanno fatto i giapponesi e persino Nancy Pelosi, portavoce della Camera dei Rappresentanti. Ma si vuole che tutti noi si sia in linea con un regime americano noto per la sua menzogna, noto per cercare di aumentare le tensioni con l’Iran, e noto per le armi di distruzione di massa mai esistite in Iraq.

Se ci si prendesse la briga di guardare al passato, qualsiasi confronto obiettivo vedrebbe l’Iran molto meno guerrafondaio degli americani e di quasi tutti i suoi vicini. L’Iran non ha mai iniziato una guerra nella storia moderna. Ha un budget militare in percentuale del PIL inferiore al 3%, contro l’8,8% dell’Arabia Saudita, mentre gli Stati Uniti hanno una spesa militare più alta del resto del mondo messo insieme. Gli Stati Uniti sono stati in guerra 222 anni sugli ultimi 239 e attualmente lanciano una bomba –in qualche parte del mondo- ogni 12 minuti. Trump è affiancato da un lato dal Segretario di Stato Mike Pompeo, ex capo della CIA che ha annunciato con orgoglio all’inizio di quest’anno che in quel ruolo “We lied, we cheated and we stole”, e dall’altro John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale e coinvolto nella stesura delle false prove delle ADM da presentare alle Nazioni Unite per giustificare l’attacco all’Iraq.

E poi c’è l’amnesia collettiva di tutti i principali media, sui fatti di com’è stato cancellato l’accordo nucleare iraniano. Un accordo legalmente vincolante firmato nel 2015 da Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, Russia e Germania e che legava Teheran ai limiti del suo arricchimento di uranio in cambio della revoca delle sanzioni. L’Iran aveva rispettato l’accordo (confermato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica AIEA) quando Trump lo strappò unilateralmente a maggio dell’anno scorso, in spregio di tutti gli altri firmatari e in violazione del diritto internazionale. Trump ha poi imposto nuove immeritate sanzioni all’Iran e ha chiesto al resto del mondo di aderire, per evitare il peso di sanzioni negli scambi commerciali.

Dopo tutto questo, ora vediamo gli Stati Uniti criticare l’Iran se vuole aumentare l’arricchimento dell’uranio oltre i limiti dell’accordo. Francamente, date le minacce degli Stati Uniti e dei suoi alleati nella regione, e considerando che Teheran ha stipulato un accordo legalmente vincolante che è stato stracciato e che sta subendo delle sanzioni immeritate a seguito di altre sanzioni, sarebbe così strano se volesse creare armi nucleari, pienamente consapevole delle bombe (non segrete) di Israele a 2000 chilometri di distanza?. E che dire del dispotico Mohammad Bin Salman dell’#Arabia Saudita che sta strombazzando il suo accordo con Trump, Pompeo e Bolton?.  E’ un leader che ha dimostrato di avere scarsa considerazione per il diritto internazionale cercando di colonizzare un altro Paese e facendo a pezzi un giornalista del Washington Post in territorio turco. Dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi, che gli stessi servizi segreti sauditi hanno riferito di essere stato eseguito su ordine di Bin Salman, il Presidente degli Stati Uniti ha deciso di non fare nulla. Troppe armi da vendere a Riyadh.

La storia recente ha dimostrato che l’incoscienza dei media può aiutare a spianare la strada alla guerra. Come Truthout ha riportato nella sua valutazione del 2013 della guerra in Iraq: “Grazie alle ripetute dichiarazioni dei media che Iraq e Saddam Hussein erano minacce immediate per la nostra nazione, nelle settimane precedenti all’invasione, quasi i tre quarti degli americani credevano alle menzogne promosse da Donald Rumsfeld che Saddam fosse implicato negli attacchi dell’11 settembre”. Numerosi mezzi di comunicazione oggi, rischiano di commettere lo stesso errore con l’Iran.

In realtà, da un lato abbiamo un aggressore unito ad un violatore della legge internazionale, dall’altra l’Iran.  Questa è la cruda e dura verità di questo conflitto e se dovessero iniziare a cadere le bombe, quasi certamente, sarà Washington e non Teheran a farlo per primo.

usa iran

Le due realtà del mondo musulmano

Sono due le realtà del mondo musulmano, in competizione tra loro. La prima è l’illusione della supremazia nella quale sono stati allevati per tutta la vita dalla Madre di tutti i libri (il Corano). La seconda, è il mondo reale in cui devono vivere.

Se parli con un musulmano medio, prima o poi lo ascolterai affermare che: la loro è la religione migliore “Oggi ho perfezionato per te la tua religione” (Corano 5,3); hanno il miglior profeta: Maometto è il profeta con le rivelazioni di Allah più complete destinate all’intera umanità; hanno il miglior libro sacro: il Corano contiene le parole letterali, inimitabili, immutabili di Allah; le persone migliori: “Sei il migliore dei popoli mai cresciuto tra l’umanità” (3.110); la loro è la lingua migliore: la lingua araba è la lingua del paradiso, e certamente la lingua della rivelazione; hanno la migliore legge: la Shari’a è la legge divina, e tutto il mondo dovrebbe essere governato da essa. Indottrinati a credere nella preminenza dell’Islam, e quindi nella sua supremazia su tutto ciò che non è islamico, i musulmani urlano senza remore “Allahu akbar” all’unisono ogni volta che è dichiarato l’imperativo “takbir”. Tradotto erroneamente in Occidente come “Allah è grande”, ciò che significa più precisamente è “Allah è PIÙ grande!”. È una rivendicazione di superiorità e della supremazia di Allah su chiunque altro Dio del mondo non musulmano.

Come seguaci di Allah, i musulmani credono che sia obbligatorio governare sui non musulmani. Gli schiavi sono permessi, perché gli infedeli mancano della dignità e del valore dei musulmani. La legge islamica proibisce ai non musulmani di detenere posizioni di autorità sui musulmani, specialmente nel governo. La Dichiarazione del Cairo sui diritti umani (la risposta del 1990 del mondo islamico alla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite del 1948, che i governi musulmani hanno rifiutato di riconoscere) dichiara apertamente: “Il diritto di ricoprire cariche pubbliche può essere esercitato solo in conformità con la Shari’a, che proibisce ai musulmani di sottostare al dominio dei non musulmani”. Inoltre, i musulmani che governano possono farlo solo in conformità con la legge islamica che non sono autorizzati a riformare. Poiché l’Islam è perfetto e supremo, secondo i suoi leader non è consentita alcuna critica. Ogni pensiero che potrebbe mettere in discussione la fede musulmana è inizialmente scoraggiato e, se perseguito, punito. Secondo il Corano (33:36): “Non è appropriato per un credente, uomo o donna, quando una questione è stata decisa da Allah e dal Suo Messaggero, avere un’opzione sulla loro decisione: se qualcuno disobbedisce ad Allah e al Suo Messaggero, si trova su un sentiero chiaramente sbagliato”. L’estensione più agghiacciante di questo credo è, naturalmente, la pena dell’apostasia, che tutte le scuole della Shari’a (sia sunnite sia sciite) etichettano come crimine capitale, con l’esecuzione che prevede normalmente la decapitazione.

Ma, se l’Islam è davvero la religione migliore, perché ha bisogno di una legge punitiva per costringere le persone a rimanere entro i suoi confini? Se è la perfezione della verità, perché la critica non è incoraggiata? Dopotutto, una ricerca onesta della verità dovrebbe condurre verso ciò che è in definitiva vero, e non lontano da esso. Quindi, perché non incoraggiare gli studiosi a studiare le prime testimonianze manoscritte del Corano e rivelare ai fedeli laici il fatto che NON esiste un testo originale del Corano, e che i vari manoscritti che esistono, esistono con discrepanze l’uno dall’altro?. Se il Corano contiene solo le parole rivelate da Allah nell’arabo classico, perché oggi meno di un quarto della popolazione musulmana del mondo parla o legge l’arabo, e ancora meno ne capisce l’antico e complesso arabo classico?. Perché gli studiosi musulmani non ammettono apertamente che a causa delle nebbie della storia e dell’evoluzione del linguaggio, approssimativamente una frase su cinque nel Corano è inintelligibile, e si è rimasti con le supposizioni dei linguisti?. Perché l’eterna, perfetta rivelazione di Allah riguarda i litigi nell’harem di Maometto, o se può sposare la moglie divorziata del suo figlio adottivo?. Perché la parola “senza tempo” dovrebbe fornire istruzioni dettagliate sulle incursioni delle carovane e le battaglie con i vicini?. La migliore rivelazione di Dio alla razza umana, non dovrebbe contenere messaggi più elevati delle preoccupazioni prosaiche di un guerriero del deserto?. Eppure, troviamo nel Corano il chiaro insegnamento di una morale universale che impedisce qualsiasi evoluzione. In effetti, il Corano e la Shari’a sono un’indicazione di ciò che è “morale” o “giusto” davanti ad Allah (è ciò che può far progredire la causa dell’Islam qualunque cosa sia necessaria), e ciò che è “sbagliato”.

“O credenti, chiunque di voi si allontana dalla sua religione, Dio sicuramente porterà un popolo che ama, e che lo ama, umile verso i credenti, sdegnoso verso i non credenti, uomini che lottano sulla via di Dio, non temendo alcun rimprovero. Questa è la generosità di Dio. La dà a chi vuole; e Dio è onnicomprensivo, onnisciente” (5:54). “Quelli che credono combattono per la causa di Allah e quelli che rifiutano la Fede, lottano per la causa del Male: combatti contro gli amici di Satana: in effetti, debole è l’astuzia di Satana” (4:76).“Maometto è il Messaggero di Allah, e quelli che sono con lui sono severi contro i miscredenti e misericordiosi tra loro” (48,29).

Questo è ciò che porta alla dottrina sommaria dell’Islam conosciuta come al-Walaa ‘w’al-Baraa’ (Lealtà e Disconoscimento). Un musulmano deve dedicarsi a tutto ciò che piace ad Allah e opporsi a qualsiasi cosa dispiace ad Allah. La moralità è definita da ciò che piace ad Allah, e l’immoralità diventa qualsiasi cosa si frappone tra Allah e il riconoscimento della sua supremazia. Oppressione, omicidio, schiavitù, stupro, inganno, odio per gli infedeli, tutti diventano strumenti santificati di Allah se servono a estendere il suo regno sulla terra (cioè la conquista musulmana dei non-musulmani).

I musulmani che sono tormentati da una tale moralità partigiana guardano il mondo verso altre culture e vedono versioni più elevate, persino universali, dell’ordine morale. Vedono in Occidente, la posizione per i diritti e le libertà universali e l’aspirazione che tutti gli esseri umani dovrebbero essere trattati allo stesso modo. Poi guardano alle 57 nazioni a maggioranza musulmana del mondo, e notano il numero di dittature, il nepotismo endemico all’interno della loro leadership e la corruzione dei loro leader politici e religiosi. Vedono che, secondo studi internazionali, i Paesi musulmani si collocano costantemente al livello più basso o vicino al limite quando si tratta di libertà personali, opportunità economiche, tenore di vita, istruzione e pari diritti. Vedono che la schiavitù umana è stata sradicata in gran parte del mondo non musulmano, ma che continua a prosperare nel cuore della ummah islamica. Vedono che tutte le scoperte scientifiche e tecnologiche di grande successo, che tutto l’impeto per l’invenzione e l’innovazione, provengono dal mondo non musulmano. Non ultimo tra questi successi, ci sono i continui aggiornamenti militari che rendono l’Occidente di gran lunga superiore a quello che potrebbe persino immaginare la coalizione musulmana meglio equipaggiata. I musulmani jihadisti attivi, mentre urlano “Allahu akbar”, sono costretti a sparpagliarsi e nascondersi ogni volta che i droni occidentali sono sopra la loro testa. Sapendo di essere militarmente inferiori alle forze “infedeli”, gli jihadisti sono costretti a usare le tattiche della guerra asimmetrica: colpire e lanciare attacchi, lupi solitari, attentatori suicidi e obiettivi soft. Utilizzano tattiche non militari, che consentono loro di infiltrarsi in gran numero tra gli immigrati e i rifugiati, vivere come parassiti alle spalle dei vari governi e riprodursi in modo da aumentare il loro numero e influenza nei decenni a venire.

Solo pochi anni fa, lo Stato islamico (Isis), inebriato dal successo in Iraq e in Siria, si vantava che presto la bandiera nera di Maometto e dei suoi seguaci sarebbe sventolata sulla Casa Bianca e ovunque in Europa. Si sono vantati fino alla nausea che nulla avrebbe potuto fermare la loro avanzata, “se Allah lo desiderava”.  Apparentemente, Allah non lo desiderava e non è stato disposto ad aiutarli e i ruggiti di Allahu akbar si sono ritirati nel silenzio dell’impotenza.

Com’è possibile che i sudditi dell’Islam, ai quali Allah ha promesso la supremazia su tutto il mondo, debbano oggi trovarsi inferiori alle società non musulmane dell’Occidente e dell’Est?. Com’è possibile che non ci sia ancora un Califfato dopo la caduta dell’Impero Ottomano nel 1922, che costringa le terre infedeli a sottomettersi ad Allah?. Perché Allah ha permesso ai miscredenti di annullare in modo efficace il programma musulmano e di avanzare autonomamente?. Queste sono le domande che il mondo islamico non vuole affrontare, perché espongono le debolezze di una comunità religiosa indottrinata per credere di non avere punti deboli e che deve sempre trionfare nella causa di Allah. La Fratellanza Musulmana e altri gruppi fanatici hanno avuto a che fare con queste domande. La loro risposta è stata che il mondo musulmano ha perso l’Occidente perché non è stato impegnato abbastanza nella causa di Allah e del suo profeta e che se i musulmani in massa offrissero la loro piena devozione all’Islam, Allah li renderebbe ancora una volta vittoriosi sul mondo infedele.

Ma per la maggior parte degli altri musulmani, questa non è un’opzione accettabile. Perché la maggior parte di loro è tormentata tra l’indottrinamento di una moralità partigiana che insegna a credere di appartenere al migliore tra tutti i popoli, e la realtà del mondo che li circonda.

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(Foto: Musulmani nel mondo)

(Fonte: Mateen Elass)

#Isis: la futura generazione di jihadisti

Il piano per usare le donne per creare la prossima generazione dello Stato Islamico, coinvolge molte delle migliaia che hanno abbandonato i territori una volta occupati da Isis e che ora tentano di rientrare nei Paesi d’origine: donne che insegnano e trasmettono ai loro figli l’ideologia del califfato. Ma non è un piano recente. Sin dalla sua fondazione nel 2014, il Califfato ha puntato sulle donne con quest’obiettivo.  Se da un lato le donne “infedeli” erano vendute, trattate come schiave e date agli uomini di Al Baghdadi come premio dopo la battaglia, dall’altro Isis lanciava il messaggio che le donne avevano un ruolo nella costruzione e nella continuazione del Califfato. Le donne europee migranti nel Califfato, non solo hanno rifiutato la cultura occidentale, ma abbracciato una nuova visione della società, sperando di contribuire alla nascita di una società governata da una rigida interpretazione della Shari’ah. Le conquiste territoriali di Isis e il progetto di costruzione dello Stato Islamico, sono state motivazioni cruciali per queste donne, che hanno ritenuto di avere un ruolo importante da svolgere nella nuova società.  Impegnarsi come madri, come infermiere o come insegnanti ha dato loro una motivazione ideologicamente coerente di fare qualcosa, oltre al semplice supporto a Isis in prima linea.  Questo spiega perché le donne sono state così attratte e motivate, rispetto ai precedenti modelli di migrazione riscontrati durante i conflitti in Afghanistan, nei Balcani, in Somalia e in Iraq. Non solo queste donne hanno creduto che la costruzione di un Califfato islamico fosse auspicabile, ma hanno creduto (e credono tuttora) che sia un loro assoluto dovere (fard al-ayn) aiutare e continuare questo processo. Di là dall’attaccamento romantico, queste donne parlano, come i loro colleghi maschi, del senso di cameratismo e di sorellanza che hanno sperimentato nei territori di Isis e contestano, vivamente, le relazioni superficiali dell’Occidente. Questo bisogno di appartenenza, di sorellanza e d’identità è uno dei fattori chiave che ha spinto queste donne verso Isis.

E’ importante, per analizzare la minaccia che queste donne rappresentano, esplorare l’atteggiamento che hanno avuto nei confronti della violenza quando erano con Isis; violenza che hanno celebrato in modo inequivocabile.  Una donna britannica, Umm Hussain, poco dopo essere arrivata nei territori del Califfato twittava minacciosamente: “Sappi che abbiamo un esercito di leoni arrabbiati: la loro bevanda è il sangue e il loro gioco è la carneficina”, e dopo ogni video pubblicato da Isis riportante decapitazioni e uccisioni feroci, vi era una raffica di tweets da parte delle donne in sostegno alla brutalità. Su twitter si leggevano messaggi come “Qui le donne non chiedono gioielli ma un ‘kalash’”, oppure mostravano con gioia la cintura esplosiva da terrorista suicida come “Un regalo di mio marito”, altre dichiaravano “Lo vedrei ancora e ancora” riferendosi al video brutale di una decapitazione. Molte sono quelle che hanno pubblicamente inneggiato agli attacchi in Occidente, sostenendo con forza nuovi attentati terroristici sanguinosi e la pratica della decapitazione degli occidentali. Non vi è alcun dubbio che queste donne, hanno condiviso la violenza e la crudeltà di Isis. Nelle interviste, mostrano di condividerla ancora. Appaiono desensibilizzate: non si limitano solo a celebrare la brutalità ma la giustificano, secondo la loro interpretazione della legge islamica.

Man mano che la perdita del Califfato appariva sempre più certa, i leader dello Stato islamico hanno impartito direttive esplicite alle donne di prepararsi a nuove missioni, dal portare a termine attacchi suicidi, ad addestrare la prole a diventare futuri terroristi. Anne Speckhard, direttore del Centro internazionale per lo studio dell’estremismo violento, un’organizzazione non profit che conduce ricerche sul campo su ex appartenenti allo Stato Islamico, ha dichiarato: “Ci sono stati sicuramente casi di donne trascinate dalla propaganda di Isis, ma ce ne sono molte altre che sono state radicalizzate, incluse alcune che hanno assunto ruoli importanti”. Il mese scorso, l’organo di propaganda ufficiale dello stato islamico, al-Naba, ha pubblicato un articolo nel quale incitava le donne alla lotta, invocando –come esempio- una famosa eroina della prima storia dell’Islam: Nusaybah appartenente ad al Ka’ab una tribù del settimo secolo, che brandì una spada per difendere il profeta Maometto quando fu circondato da nemici in battaglia: “Non è strano per le donne musulmane, oggi, avere il senso dell’onestà, del sacrificio e dell’amore per la fede, proprio come le loro predecessore mujahid che hanno sostenuto l’Islam”, afferma l’articolo. Una delle donne intervistate nel campo di Al-Hol, dichiara: “Alleveremo figli e figlie forti e diremo loro della vita nel califfato…Anche se non siamo stati in grado di tenerlo, i nostri figli un giorno lo recupereranno”. Alla domanda su cosa pensano delle decapitazioni, una di loro ha dichiarato che il Corano recita: “Colpisci il collo, taglia la punta delle dita”. Questo è quello che abbiamo fatto, la decapitazione è una Sunnah del Profeta “. Un’altra donna ha detto: “Voglio che entrambi i miei figli crescano come martiri”. Negli ultimi mesi, sono migliaia le donne immigrate nello Stato islamico che hanno abbandonato il califfato per tornare nei loro Paesi nativi o trovare rifugio nei centri di detenzione o nei campi profughi. Alcune di loro hanno bambini piccoli e affermano di essere state spinte a viaggiare in Iraq o in Siria per stare con i loro mariti. Ma un numero inquietante sembra aver abbracciato l’ideologia del gruppo e rimanere fedele ai suoi obiettivi e i segni dell’influenza dello Stato islamico persistono, incluso l’indossare il niqab, l’abito imposto dal gruppo militante islamista. Umm Khaled, una donna rientrata recentemente in Marocco con i suoi tre bambini, ha dichiarato in proposito: “Allah ha dato il niqab alle donne……Era – ed è tuttora- nostro dovere avere figli e allevarli nel modo giusto…. Il Califfato, vivrà finché diffonderemo l’idea dello Stato islamico”.

Per tentare di arginare il rischio rappresentato dal rientro in patria delle donne appartenenti a Isis, diversi governi europei hanno iniziato a rafforzare le loro leggi. In Belgio, Francia e Paesi Bassi, l’accusa e la reclusione sono quasi garantite sia per uomini sia per donne. Il governo belga, dopo aver inizialmente permesso a donne e bambini di trasferirsi nei loro ex quartieri, sta ora preparando un procedimento penale contro 29 donne che cercano il rimpatrio dalla Turchia, dall’Iraq e dalla Siria. In questi Paesi, la percezione prevalente di donne come vittime è svanita a causa anche di recenti casi in cui i figli delle famiglie tornate hanno cercato di radicalizzare i compagni di classe a scuola (Fonte: controterrorismo belga). La preoccupazione degli esperti di sicurezza europei è che alcune rimpatriate possano mantenere le loro ideologie radicali, anche dopo aver trascorso del tempo in prigione. Thomas Renard, esperto di terrorismo e senior fellow presso l’EGMONT Royal Institute for International Relations, un think tank di Bruxelles, ha dichiarato che tali timori sono sostenuti da anni di ricerche che dimostrano la difficoltà di invertire gli effetti dell’indottrinamento estremista. Inoltre, afferma che gli studi confermano che le madri hanno una maggiore influenza –rispetto ai padri- quando si tratta di instillare ideologie radicali nei bambini. “Dato che i rimpatriati sono per lo più donne giovani, c’è la possibilità di avere ancora più bambini nei prossimi anni”, ha poi affermato “e quindi c’è anche una possibilità reale che queste donne possano crescere i loro figli facendo accettare una versione molto radicale dell’Islam”. Proseguendo che anche con l’imposizione di leggi più severe e di pene detentive obbligatorie, alcune rimpatriate potrebbero rimanere sotto l’influenza dello Stato islamico per gli anni a venire. “Possiamo tranquillamente affermare che quando usciranno dalla prigione, la maggioranza non sarà deradicalizzata”, ha detto Renard. “E alcune non avranno abbandonato la loro fedeltà al jihad violento”.

“Abbi cura dei miei figli, perché anche se muoio, sono i semi del Califfato” . Questo è ciò che una donna jihadista ha detto alla caposala di un ospedale curdo nel nord-est della Siria, indicando le culle degli oltre 75 bambini ricoverati e figli di combattenti dello Stato Islamico.

figli

(The children of ISIS fighters in a Kurdish hospital in northeastern Syria)

La nuova strategia di #Isis: “Jihad of defiance” e il ruolo delle donne

Da quando, quasi cinque anni fa, ha dichiarato a Raqqa il “Califfato”, Isis si è dedicato, attraverso l’indottrinamento psicologico, la paura e l’intimidazione, a controllare i suoi seguaci. Ha controllato le persone attraverso sessioni ideologiche per isolarli meglio ed ha focalizzato la sua visione estremista anche nelle menti delle sue donne. Donne che hanno sostenuto gli aspetti estremi della brutalità del gruppo, così come l’odio contro le loro comunità d’origine. Chi ignora il problema o parla del loro reinserimento nelle nostre società -senza implementare adeguati (ma difficilissimi) programmi di riabilitazione-, non si rende conto di quanto possa essere rischioso.

Lo Stato islamico ha classificato le donne secondo cinque archetipi chiave: “supporters”, “mothers/sisters/wives”, “fighters”, “victims” and “corrupters”. Lo stato islamico inquadra “sostenitrici”, “madri / sorelle / mogli” e “combattenti” come ruoli ideali, qualcosa cui aspirare e in cambio, saranno liberate e protette da tutti i mali provocati dai nemici. Le “vittime” ispirano commiserazione, mentre “corruttrici” sono le donne subdole. E’ un gioco strategico che punta sui costi-benefici da un lato e fattori orientati all’identità -un senso di appartenenza- dall’altro. Quel senso di appartenenza allo Stato islamico così forte che, nonostante le difficoltà della guerra a Baghouz, ha portato molte donne a sostenere di aver lasciato la città solo perché il loro Califfo l’ha ordinato. Oppure, come Umm Hamza, che ha dichiarato: “I fratelli sono leoni, combatteranno. Lo Stato islamico rimane, siamo deboli ora, ma torneremo di nuovo”. Non ci sono dubbi, per molte donne che hanno aderito allo Stato islamico, la loro motivazione è stata la considerazione costi-benefici delle alternative. In molti casi, le donne hanno semplicemente cercato di migliorare le loro prospettive attraverso migliori mezzi di sussistenza, stabilità, sicurezza e appartenenza. E se questo significava il matrimonio con i militanti dello Stato islamico, non diminuiva però il fattore motivante dominante.

Isis ha affidato alle donne ruoli specifici all’interno della sua organizzazione e loro, hanno svolto un ruolo fondamentale nella creazione dello Stato islamico. Hanno ricoperto importanti ruoli educativi e sanitari. Hanno ricoperto ruoli tattici nelle operazioni terroristiche pianificate da Isis. Hanno avuto un ruolo chiave nel reclutamento, attraverso i social media e gestendo forum jihadisti. Hanno messo in contatto i nuovi aderenti con i dirigenti di Isis e convinto le donne a sposare i suoi membri. Hanno preso di mira le scuole e i quartieri poveri per fare proselitismo. Erano donne le appartenenti alla famigerata al-Khansaa, la polizia religiosa femminile che controllava le donne nei territori di Isis, assicurandosi che seguissero le prescrizioni del gruppo estremista. Queste donne hanno frustato, imprigionato e mutilato pubblicamente altre donne in gabbie di ferro, obbligandole a partecipare a sessioni per lo studio della sharia.

Quando il Califfato si è formato, ha promosso il “Jihad dell’empowerment” e cioè l’idea che il combattimento fa parte di un piano più ampio per stabilire uno stato islamico con un’autorità centralizzata. Tuttavia, dopo aver perso il suo territorio e subito il crollo dei suoi sistemi di controllo, Isis ha spostato la sua strategia verso quello che chiama il “Jihad of defiance” (La guerra della sfida) e questo significa “Harassing and wearing down enemies; while gaining new recruits in the process” (Perseguire e abbattere i nemici; guadagnando nuove reclute nel processo). Con questa evoluzione, il ruolo dei membri di Isis -uomini e donne- cambia. I singoli membri, avranno la libertà di pianificare operazioni terroristiche e colpire i loro obiettivi e Isis potrebbe raggiungere le sue donne per il supporto nelle operazioni clandestine. Le donne che sono ora confinate nei campi in Siria e che stanno cercando di rientrare nei Paesi d’origine, hanno costruito reti con altri jihadisti per anni. Queste reti altamente connesse e motivate, sono potenzialmente più significative ora che lo Stato Islamico ha perso il suo territorio: sono reti umane che possono costituire il fondamento su cui l’organizzazione tenterà di ricostruirsi.

Attualmente, ci sono non meno di 12.000 tra donne e bambini stranieri di Isis prigionieri in Siria. Se non potranno rientrare ed essere perseguite dai loro governi nazionali (Posizione del governo britannico e australiano), c’è la possibilità che possano essere rilasciate. Rilasciarle, significherebbe aiutare inavvertitamente a facilitare la prossima fase della strategia dello Stato islamico, poiché potrebbero assumere un ruolo centrale nell’agenda politico-militare del gruppo terrorista e nella rigenerazione della sua rete. Molti analisti sostengono che riportarle a casa per essere processate o monitorate sia più intelligente e più sicuro che lasciarle arenate nel deserto, anche se sarà praticamente impossibile distinguere tra chi ha commesso crimini da quelle che non l’hanno fatto.  Ma processarle o monitorarle non sarebbe comunque sufficiente: si dovrebbe procedere a un programma di deradicalizzazione che è un processo estremamente complesso e che spesso richiede un lavoro intenso e laborioso caso per caso, soprattutto in considerazione del fatto che Isis ha coltivato per anni la formazione ideologica dei suoi membri per continuare a produrre nuove generazioni di combattenti.

Certamente sono decisioni non facili da prendere, ma tentare di riabilitare queste donne, stabilendo programmi precisi per ognuna di loro, è un passo sicuramente difficile ma necessario e obbligato per impedire che l’organizzazione terroristica possa riprendersi con la violenza e l’estremismo che rappresenta. Fermarsi alla vittoria militare su Isis o ignorare il problema e il ruolo delle sue donne, è miope e troppo rischioso.

 

Quale significato ha il ritorno del leader di Isis Abu Bakr al-Baghdadi

L’ultima volta che l’abbiamo visto, era sul pulpito della Grande Moschea di al-Nuri a Mosul, a proclamare un nuovo “Califfato”. Dopo quasi cinque anni di atrocità che hanno sconvolto il mondo intero, lo Stato islamico ha perso in sostanza tutti i territori che aveva conquistato e un mese fa, è caduta Baghouz, per mano dei militanti curdi, l’ultima roccaforte che aveva in Siria. Ma perché al-Baghdadi è tornato?

I motivi che l’hanno spinto a pubblicare questo video, potrebbero essere diversi, ma sono due gli eventi importanti delle ultime settimane che potrebbero essere associati a questa decisione. Anzitutto la caduta di Baghouz, che ha effettivamente messo fine al regno geografico dello Stato islamico. Le conseguenze di questa sconfitta sono evidenti: migliaia di combattenti sono fuggiti nel deserto, molti altri si sono arresi o sono stati catturati e tuttora detenuti dai curdi. L’altro evento tragicamente importante, riguarda gli attacchi nello Sri Lanka che hanno ucciso più di 250 persone. Con questo video, al-Baghdadi ha voluto contrastare le affermazioni che si sono susseguite in questi ultimi anni sulla sua scomparsa e ha voluto comunicare al mondo che Isis continuerà la sua guerra, indipendentemente dalle battute d’arresto subite. C’è poi da considerare che la perdita del Califfato ha sicuramente e fortemente abbassato il morale non solo tra i combattenti, ma anche tra coloro che lo sostengono in altri Paesi. Gli attacchi nello Sri Lanka, oltre all’apparizione di al-Baghdadi al comando del gruppo, costituiscono indubbiamente -per tutti loro- uno sprone non da poco per risollevare morale e fiducia.

Nel video, al-Baghdadi discute su varie questioni: della recente caduta dei regimi in Sudan e Algeria; dell’importanza della propaganda non solo da parte dei media ma anche da parte delle singole persone. Si congratula con i militanti in Somalia, Yemen, Caucaso, Africa occidentale e centrale e Turchia per aver giurato fedeltà allo Stato islamico. Afferma che gli attacchi nello Sri Lanka, sono stati condotti per “vendetta” nei confronti della sconfitta subita a Baghuz, che considera comunque come una battuta d’arresto temporanea da cui Isis si riprenderà presto. Parla dela rielezione del primo ministro Benjamin Netanyahu in Israele. Rende omaggio ai combattenti che sono morti nell’area di Baghouz, inclusi gli stranieri provenienti da Iraq, Arabia Saudita, Belgio, Francia, Australia, Cecenia ed Egitto e chiede vendetta per loro e per i membri incarcerati, incitando i militanti che operano nell’Africa occidentale a moltiplicare gli attacchi contro “La Francia e i suoi alleati crociati”. Afferma: “La nostra battaglia di oggi è una battaglia di logoramento con il nemico … il jihad continua fino al giorno del giudizio”. Infine, al-Baghdadi, indica ai suoi seguaci cosa dovrebbero fare e inserisce il Jihad nel contesto delle crociate, suggerendo che dureranno per un lungo periodo: “La verità è che la battaglia dell’Islam e della sua gente con i crociati e la loro gente è una lunga battaglia… la guerra di Baghouz è finita e si manifesta in essa la natura selvaggia e la ferocia del popolo della croce verso il popolo dell’Islam …”. Certamente non è la prima volta che Isis fa riferimento alle crociate, ma questa volta, è lo stesso al-Baghdadi a indicare il nemico nel “Popolo della croce” e istigare i suoi seguaci alla violenza, come parte della strategia di ripresa del gruppo: “Quindi raccomandiamo a tutti voi di attaccare i vostri nemici e di esaurirli in tutte le loro capacità -umane, militari, economiche, logistiche-”.

Il video in sé, comunque, non dice nulla di nuovo per quanto riguarda le ideologie e le strategie operative di Isis, ma la cosa più importante è che mostra al-Baghdadi come un leader che mantiene il comando sul gruppo e, soprattutto, lo certifica in vita. Al-Baghdadi sta essenzialmente riaffermando la sua leadership, comunicando di trovarsi in cima alla rete di comando e controllo del gruppo, non solo in Iraq e Siria ma, più ampiamente , nei suoi franchise e affiliati. In poche parole, con questo video, Isis dice al mondo, in particolare ai combattenti, sostenitori e simpatizzanti, che il “Califfo” al-Baghdadi è sopravvissuto alla caduta del Califfato. Nonostante una taglia di 25 milioni di dollari sulla sua testa e la massiccia caccia all’uomo che le unità d’intelligence occidentali e non solo hanno lanciato, è vivo e libero.

Il messaggio è chiaro: il Califfato può essere caduto, ma Isis è tutt’altro che finito. E lo dimostrano le migliaia di combattenti fuggiti in Africa e Afghanistan dove combattono e cercano di ricostruire un nuovo Califfato. Lo dimostrano i molti combattenti di Isis intervistati dopo la caduta di Baghouz, comprese le donne, che mostrano un sostegno incondizionato verso il califfato e la causa per cui hanno combattuto. Lo dimostra la solida rete d’ideologi online che alimentano continuamente video di propaganda pro-Isis, immagini, poster, scritti, audio e così via. E lo dimostrano le cellule dormienti, pronte a scatenare la loro furia assassina in tutto il mondo. Per il prossimo futuro, Isis opererà come organizzazione terroristica e cercherà di seguire il modello operativo degli attacchi nello Sri Lanka, organizzando e istigando i sostenitori a condurre attacchi in tutto il mondo.

Anche se le minacce di al-Baghdadi non rappresentano –in sé- niente di nuovo, costituiscono sicuramente una nuova sfida per i servizi d’intelligence e gli operatori nel settore della sicurezza di tutto il mondo.

IS-BAGHDADI