Lo #StatoIslamico in #Africa

Ogni analista, esperto di #jihadismo transnazionale, sapeva che sradicare l’autoproclamato “califfato” dello Stato Islamico in Siria e Iraq non avrebbe segnato la fine di questo brutale movimento. Detenere un territorio fisico e stabilire uno “stato” era ed è importante per #Isis. In risposta alle sue sconfitte, si è disperso, mantenendo però viva la sua ideologia con la speranza di poter fare, in futuro, un altro tentativo per creare un suo stato. Giorno dopo giorno, questa speranza si sta avverando in Africa. Negli ultimi anni, c’è stato un vero e proprio esodo di militanti jihadisti dal Medio Oriente verso il continente, inclusi molti combattenti stranieri che sono rientrati nei loro Paesi d’origine per creare nuove cellule, rafforzare i ranghi di preesistenti gruppi, addestrarli e preparali a eseguire attacchi, con il sostegno anche dell’apparato mediatico e propagandistico del gruppo. Infatti, prima ancora della caduta di Baghuz, ultima roccaforte Isis in Siria, l’organizzazione aveva iniziato una campagna mediatica imperniata proprio sul continente africano, concentrandosi principalmente sulla #Tunisia, il Paese africano a fornire a Isis il maggior numero di combattenti stranieri. Prima ancora del 2018, soprattutto la situazione ambientale del #Sahel si è dimostrata un terreno fertile per l’espansione della militanza jihadista, dovuta alla presenza di un caotico mix di attori armati, risposte sbagliate da parte dei governi, abusi da parte delle forze governative e violenze continue, che hanno innescato una crisi umanitaria senza precedenti.

Isis, ha creato la Provincia dell’Africa centrale, raggruppando i ribelli dell’ADF (Allied Democratic Forces, fondata a metà degli anni ’90) ai confini della Repubblica Democratica del Congo (RDC) e dell’Uganda, e i militanti appartenenti all’insurrezione di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico, dove è attivo il gruppo armato salafi-jihadista al-Sunnah wal-Jamaah (ASWJ), con collegamenti nell’Africa orientale costiera (Somalia, Kenya, Tanzania). Dopo una pausa di circa tre anni, l’Islamic State Central (ISC) ha ristabilito le comunicazioni con la sua affiliata saheliana, lo Stato islamico nel Grande Sahara (ISGS), e in un video pubblicato a fine aprile, i gruppi del Mali e del Burkina Faso, hanno giurato fedeltà ad #al-Baghdadi, riconoscendolo come leader. I recenti attacchi nelle regioni meridionali del Burkina Faso, vicino ai suoi confini con la Costa d’Avorio, il Ghana, il Togo e il Benin, sono la prova di una crescente minaccia per i paesi del Golfo di Guinea. Ciò è stato confermato dall’arresto a dicembre dell’anno scorso di sospetti militanti che preparavano operazioni mirate in tre capitali – Bamako, Ouagadougou e Abidjan – per l’inizio del 2019. Il 15 giugno, in un video intitolato “And the [best] Outcome is for the Righteous” (Il –miglior- risultato è per I giusti), anche i militanti della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (ISWAP), dopo un lungo discorso del loro comandante Sheikh Abu Salmah al-Mangawi, hanno rinnovato il loro impegno di fedeltà ad al-Baghdadi, espandendosi in vari territori in Nigeria e allargando le loro azioni terroristiche in Niger e Ciad. E’ indubbio che Isis abbia fatto progressi nel Sahel e le successive promesse di fedeltà emanate nella regione hanno fornito all’organizzazione notevole materiale di propaganda, oltre ad incrementare attacchi armati contro le forze di sicurezza e le popolazioni civili.  Gli attacchi sono aumentati di numero e si sono intensificati negli ultimi mesi: in una recente newsletter di al-Naba, lo Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità degli attacchi condotti dai mujahidin del Sahel, contro governi ṭawagit (trasgressori della volontà di Allah), eserciti stranieri di “crociati” e milizie tribali murtaddin (apostate).

Le attività jihadiste nel Corno d’Africa – e in particolare in Somalia – ruotano attorno ad al-Shabab (rete di al-Qaeda); tuttavia, Isis può contare su di un’organizzazione rivale, Abnaa ul-Calipha o Stato islamico in Somalia (ISS), nata come risultato di una scissione all’interno di al-Shabab e che ha prestato giuramento di fedeltà ad al-Baghdadi. Sebbene meno importante di al-Shabab in termini di numero di membri, l’ISS ha contribuito ad ampliare la presenza di Isis nell’Africa orientale, spostandosi gradualmente nella Somalia meridionale, compiendo un numero crescente di attacchi armati. Gruppi armati jihadisti hanno reclutato combattenti anche nei Paesi costieri negli ultimi anni. Il Movimento per l’Unità e lo Jihad in Africa occidentale (MOJWA) ha arruolato membri di diversi Paesi, tra cui Guinea, Ghana e Benin.  Il MOJWA non è un movimento isolato; secondo le autorità libiche, dozzine di cittadini del Ghana, del Senegal e del Gambia si sono uniti all’organizzazione dello Stato islamico. Per quanto riguarda la Libia, da quando sono iniziati ad aprile gli scontri tra i due governi, si è allentata la pressione sul gruppo terrorista. Lo stesso Paul Selva, vicepresidente del Joint Chiefs of Staff degli Stati Uniti, ha osservato all’inizio dell’estate che da quando LNA e GNA hanno iniziato a combattere, c’è stato un risorgere di campi Isis nella regione centrale. Infatti, Isis ha notevolmente aumentato gli attacchi nel Paese.

L’intensa migrazione e i flussi commerciali tra gli stati costieri e l’entroterra del Sahel, insieme all’ampia dispersione di comunità etniche e religiose, incoraggiano la diffusione d’ideologie e forniscono un facile accesso e punti di appoggio per gli jihadisti. Di conseguenza, nuovi “movimenti di solidarietà” continuano a spuntare e diffondersi, oltre ad un forte revivalismo sunnita. Nel nord del Benin, ad esempio, c’è stata un’ondata di nuove costruzioni di moschee, accompagnata da un’interpretazione più rigorosa della legge islamica, compresa l’introduzione del velo per donne e ragazze. L’ascesa di un Islam più fondamentalista nel continente africano fornisce, per gli attori che sostengono la violenza in nome della religione, una piattaforma efficace per conquistare un pubblico locale e ottenere sostegno e finanziamenti. L’ondata di reclute nei confronti di gruppi jihadisti armati, tuttavia, non può semplicemente essere incolpata alla diffusione dell’ideologia religiosa o ai finanziamenti dai paesi del Golfo Arabo. Diversi studi (condotti dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, dall’International Institute for Strategic Studies o dall’Institut francais des relations international), hanno dimostrato che i giovani sono attratti da questi movimenti per la rabbia conseguente a sensi d’ingiustizia subiti, a conflitti locali e dal comportamento spesso brutale di forze militari e di sicurezza locali e straniere, che alimentano il sentimento anti-occidentale facilitando, di conseguenza, il reclutamento da parte di organizzazioni jihadiste.

Una battaglia spietata –ripeto spietata- dovrebbe essere incrementata e coordinata tra i diversi Paesi della regione, contro ogni tipo di tratta (droga, medicine, armi, esseri umani, estorsioni). Queste attività criminali alimentano e finanziano il jihadismo e qualsiasi progresso nella lotta contro queste attività indebolirà per definizione i  #terroristi. Ma un aspetto ben noto del problema è che però, e purtroppo, in alcuni Paesi funzionari e politici sono complici di questi gruppi. Sin tanto che questa situazione perdurerà, Isis (e non solo) avrà terreno fertile per radicalizzare e reclutare combattenti e avvicinarsi all’obiettivo di fondare uno Stato Islamico in Africa. Dopo di che, l’attenzione jihadista sarà rivolta all’Europa.

ISWAP

(Source: SecurityCouncilReport- GeopoliticalIntelligence-Menastream)

#Isis si prepara a liberare i suoi combattenti prigionieri nelle carceri e nei campi in #Siria e #Iraq

Dopo che il leader di Isis #alBaghdadi l’ha sollecitato in un audio pubblicato il 16 settembre 2019, vari canali segnalano che l’organizzazione terroristica si sta organizzando per liberare con irruzioni e incursioni, i suoi fedeli combattenti e seguaci dalle prigioni e dai campi dove sono confinati in Siria e Iraq. Nell’audio, al-Baghdadi chiede ai suoi seguaci come possano “Accettare di vivere mentre le donne musulmane soffrono l’umiliazione nei campi e nelle carceri sotto il potere dei crociati”.

Il campo di #AlHawl nel nord della Siria, all’interno del quale Isis è già attivo, rappresenta un rischio particolare.  Le Nazioni Unite l’hanno istituito nel 1991, per ospitare i rifugiati dall’Iraq. Riaperto nell’aprile 2016 dalle forze democratiche siriane sostenute dagli Stati Uniti (SDF), è ora gravemente sovraffollato con oltre 63.000 persone tra membri delle famiglie di Isis e civili provenienti dai territori controllati da Isis e arresisi alle forze #SDF nella provincia orientale di Deir ez-Zour. Si sa che è stata organizzata una #raccoltafondi (almeno da giugno 2019), tramite canali crittografati (soprattutto Telegram), con distribuzione anche di materiale propagandistico e, probabilmente, il gruppo sta organizzando attività simili anche in altri campi, compresi quelli iracheni. I canali #social pro-Isis (probabilmente affiliati a singoli sostenitori), hanno iniziato la loro attività di propaganda dal campo di Al-Hawl, sin da metà luglio del 2019. Le donne di ISIS, il 15 luglio, hanno rilasciato un video nel quale ribadivano la loro fedeltà a Baghdadi. In seguito, il 16 luglio, questi canali, hanno condiviso un video nel quale donne con i loro figli alzavano una bandiera di Isis fatta in casa. Hanno anche condiviso il 22 luglio, un video di bambini all’interno del campo che cantavano slogan. E’ chiaro che questi post dimostrano (contrariamente a quanto affermato da qualcuno), la fedeltà al gruppo terroristico e l’atteggiamento non certamente pentito di queste donne.

I sostenitori di Isis hanno creato il 15 luglio una serie di canali di Telegram chiamati “K…..” in inglese, arabo e francese con lo scopo dichiarato di “Aiutare le famiglie dei #Mujahidin in Sham”.  Gli account hanno anche pubblicato presunte lettere dal campo di Al-Hawl di donne appartenenti a Isis: una di queste, del 9 agosto, chiedeva ai musulmani di tutto il mondo di “Svegliarsi” e aiutare le loro “Sorelle”.  Il 18 di questo mese, il canale K….English (ancora attivo), ha pubblicato un’immagine di propaganda raffigurante una donna imprigionata e, citando un testo religioso, sollecitava i musulmani a “Liberare i prigionieri”. Anche il canale ufficiale di Isis, nell’ultima pubblicazione del 19 settembre del magazine #AlNaba, invita i suoi seguaci a “Salvare” uomini e donne detenuti, oltre a sollecitare attacchi in tutto il mondo per “Vendicare i combattenti detenuti”.

Le insostenibili sfide umanitarie –condizioni disastrose-, oltre che di sicurezza, nel campo di Al-Hawl e in altre strutture di detenzione in Iraq e Siria, alimentano le minacce jihadiste di là da Isis. Anche gli account collegati ad #AlQaeda hanno iniziato a sfruttare la difficile situazione di donne e bambini per raccogliere fondi e hanno iniziato a farlo ancor prima di Isis già da gennaio 2019, avviando una campagna tramite Telegram (tuttora attiva) denominata “Fu.. al..As….” (più o meno: libera le donne prigioniere). Probabilmente Al Qaeda, fornendo sostegno a questa popolazione, cerca di competere con Isis per attirare altre potenziali reclute. Le forze SDF hanno tentato di trasferire alcuni dei detenuti in prigioni più organizzate e fortificate, ma mancano i fondi, le attrezzature e la “forza lavoro” necessaria per farlo e, secondo alcune informazioni, Isis è già riuscita a liberare un numero non quantificato di suoi combattenti.

Esiste quindi il rischio elevato che nei prossimi mesi Isis riesca, con raid in questi campi, a liberare i prigionieri, con la conseguenza di rinvigorire il gruppo terroristico non solo in Siria e Iraq.

(Source: ISW-SITE-K…English-Al Naba- Government of Iraq-Telegram post)

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#Petrolio: la lotta tra #USA e #Cina

Nel 2018, la fornitura globale di petrolio ha superato per la prima volta la soglia dei 100 milioni di barili il giorno. In un mondo che sta facendo progressi lungo un percorso di riduzione delle emissioni di #carbonio, petrolio e gas rimangono le principali fonti di energia. Sono abbondanti, accessibili, convenienti e -soprattutto nel caso del gas naturale– sono meno inquinanti. Questo è il motivo per cui, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), oggi petrolio e gas forniscono circa metà dell’energia mondiale; la domanda è in aumento e continuerà a esserlo per i decenni a venire. Ma la “lotta” commerciale che si è scatenata tra USA e Cina, oltre ad un rallentamento dell’economia, ha avuto un impatto sui mercati petroliferi.

A parte che la maggior parte delle attrezzature per l’industria petrolifera proviene dalla Cina (l’’acciaio cinese, ad esempio, è considerevolmente più economico dell’acciaio americano), la Cina stava diventando un mercato sempre più importante per le esportazioni di petrolio dagli Stati Uniti. Quando, all’inizio di agosto, è arrivata la minaccia del presidente Trump di imporre dazi doganali su altri $300 billion d’importazioni cinesi, i prezzi del greggio hanno subito il loro più grande calo degli ultimi quattro anni. La Cina, che aveva raggiunto, l’estate scorsa, il mezzo milione d’importazione di barili il giorno, ha smesso immediatamente di acquistare il greggio statunitense e si è rivolta all’Iran. Quando il presidente Trump ha successivamente stemperato le minacce di imporre nuovi dazi, oramai la Cina aveva preso la sua decisione.

Poche settimane fa, Trump si è vantato che “The longer the trade war goes on, the weaker China gets and the stronger we get”. Pechino ha risposto annunciando che avrebbe imposto nuove contromisure contro il Stati Uniti. Hu Xijin, direttore del Global Times gestito dallo stato cinese, ha twittato che “ The chinese society has full confidence to fight a prolonged battle with the U.S”. Trump a sua volta ha avvertito che nuove sanzioni cinesi sarebbero state accolte con una risposta americana ancora più dura. “Just so you understand” ha detto ai giornalisti, “I’ve been very mild about it very, very mild. There’s a long way I can go”.

Come tutte le guerre, le guerre commerciali sono più facili da iniziare che da finire. Possono iniziare con obiettivi limitati e razionali, ma se questi non vengono raggiunti, i leader vedono quasi invariabilmente l’escalation come preferibile all’umiliante ritiro. Il risultato è un conflitto costoso e dannoso che nessun Paese vorrebbe.

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#EuroGendFor (EGF): la “Gendarmeria europea” che pochi conoscono

E’ una forza militare sub-europea indipendente (http://www.eurogendfor.org/eurogendfor-library/downloadarea/official-texts/establishing-the-eurogendfor-treaty), nata il 18 ottobre 2007, con il Trattato di Velsen, con l’obiettivo di intensificare la collaborazione fra forze di polizia, nell’ambito della sicurezza europea. Non tutti i Paesi #UE ne fanno parte, ma solo quelli dotati di una polizia militare; per il momento, è composta da Carabinieri, Gendarmeria Nazionale francese, Guardia Civil spagnola, Guardia Nazionale Repubblicana portoghese e Marechaussee Reale olandese (l’Italia fornisce all’EuroGendFor il maggior contributo di uomini). Il Trattato di Velsen (ratificato dall’Italia con Legge nel 2010), è stato stipulato tra Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi e in seguito ha aderito la Romania: queste Nazioni sono definite Parti, Stati di origine. Lituania e Polonia sono Stati Partner e la Turchia è Stato osservatore. Secondo il Trattato, si tratta di una super-polizia sovranazionale a disposizione dell’UE, dell’OSCE, della NATO o di altre organizzazioni internazionali; una forza pre-organizzata, robusta e rapidamente schierabile, al fine di svolgere tutti i compiti di polizia nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi.

La sede del Quartier generale di EuroGendFor è in Italia, Paese che contribuisce col maggior numero di uomini, e precisamente nella Caserma Chinotto a Vicenza; è gestita da due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello, chiamato CIMIN, acronimo di Comité InterMInistériel de haut Niveau, composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa aderenti al trattato. L’altro è il Quartier generale permanente (PHQ), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (di cui rispettivamente 6 e 5 italiani). I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali. Quest’organismo internazionale, con esclusione di compiti di combattimento o peace-enforcement, può essere utilizzato per condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico, collaborare con le forze di polizia, svolgere indagini di tipo investigativo in ambito penale per rintracciare i responsabili e consegnarli all’autorità giudiziaria, mantenere l’ordine davanti a disordini pubblici e, infine, formare istruttori e operatori di polizia. Da quando è nata, EuroGendFor ha -ufficialmente- operato in almeno tre situazioni: in Bosnia Erzegovina dal 2007 al 2010, nell’ambito della Missione Euro “Althea”; a Haiti, nel 2010, in seguito al terremoto, rispondendo alla richiesta dell’Onu; in Afghanistan, sotto l’egida della Nato, dove tuttora addestra la Polizia locale.

Le caratteristiche di questa forza, si pongono a cavallo fra le comuni funzioni di un organo di polizia e quelle di un organo militare, già presenti in quegli Stati che hanno una gendarmeria e non un semplice corpo di polizia. Il modello trae origine dalla positiva esperienza condotta da alcuni Stati europei (come l’Italia, mediante i #Carabinieri) in aree di crisi come i Balcani. Proprio in questa zona, si determinò la necessità di garantire la sicurezza delle popolazioni locali, la sicurezza delle istituzioni (che in assenza di sicurezza non potrebbero operare) e il ripristino delle forze di polizia territoriali normalmente deputate a questo compito, istruendole ai principi e agli standard in uso presso la Comunità Internazionale, sia sotto il profilo operativo, sia sotto il profilo dei diritti umani. E’ una forza che senza dubbio gode di ampi poteri e di un notevole grado d’indipendenza, ma non è per niente “al di sopra della legge”, come molti speculatori hanno affermato.

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La Francia affonda lentamente nel caos tra i movimenti Yellow e Black Vests

Il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia e poco prima dell’inizio della parata militare, il presidente Macron percorre il viale in un’auto ufficiale per salutare la folla. Migliaia di persone però lo contestano gridando “Dimettiti“, fischiando e lanciando insulti. Poche ore dopo, migliaia di giovani arabi, dalla periferia si riuniscono vicino all’Arco di Trionfo. Apparentemente sono venuti per celebrare a modo loro la vittoria di una squadra di calcio algerina, ma distruggono vetrine e saccheggiano negozi. Le bandiere algerine sono ovunque. Gli slogan gridati sono: “Lunga vita all’Algeria”, “La Francia è nostra”, “Morte alla Francia”. I cartelli con i nomi delle strade sono sostituiti da cartelli con il nome di Abd El Kader, il leader religioso e militare che ha combattuto contro l’esercito francese al tempo della colonizzazione dell’Algeria.  E’ nato il movimento #BlackVests che chiede la regolarizzazione di tutti gli immigrati clandestini sul territorio francese. Nelle settimane successive, le manifestazioni sono continuate in un crescendo. Eppure, pare che #Macron e il governo francese non sembrino considerare il rischio di rivolte, il malcontento della popolazione, la disastrosa situazione economica o l’islamizzazione e le sue conseguenze.

La #Francia oggi è un Paese alla deriva. Disordini e illegalità continuano a guadagnare terreno e sono diventati parte della vita quotidiana. I sondaggi mostrano che il presidente Macron è sempre più inviso al suo popolo che sembra detestare la sua arroganza, risentiti dal modo col quale cerca di schiacciare –senza riuscirci- il movimento dei #YellowVests, senza prestare la minima attenzione alle richieste dei manifestanti. Macron non può più andare da nessuna parte in pubblico senza rischiare di scatenare rabbia e insulti. La polizia francese, da parte sua, appare feroce quando ha a che fare con manifestanti pacifici, ma sembra particolarmente cauta quando ha a che fare con giovani violenti e con i migranti illegali: sanno perfettamente che i giovani arabi potrebbero creare rivolte su larga scala e avverarsi quello che l’ex ministro degli interni, Gérard Collomb, aveva dichiarato nel mese di novembre 2018: “Le comunità in Francia sono sempre più in conflitto tra loro e stanno diventando molto violente … Oggi viviamo fianco a fianco, temo che domani sarà faccia a faccia”.

Ma la divisione della Francia è già una realtà. La maggior parte degli arabi e degli africani vive in zone separate dal resto della popolazione, dove accetta sempre meno la presenza di non arabi e non africani. Non si definiscono francesi, tranne quando affermano che la Francia apparterrà a loro e la maggior parte, sembra coltivare un profondo rifiuto non solo della Francia ma anche della civiltà occidentale. Tre mesi fa è stata creata l’Associazione musulmana per l’Islam di Francia (AMIF) . Un ramo gestirà l’espansione culturale dell’Islam e si occuperà della “lotta contro il razzismo anti-musulmano”. Un’altra parte sarà responsabile dei programmi di formazione degli imam e della costruzione di moschee. Da considerare che i principali leader dell’AMIF fanno parte (o lo facevano fino a poco tempo fa) dei Fratelli Musulmani, movimento designato come organizzazione terroristica in Egitto, Bahrein, Siria, Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma non in Francia.  La popolazione musulmana in Francia crescerà significativamente nei prossimi anni. (L’economista Charles Gave ha scritto di recente che entro il 2057 la Francia avrà una maggioranza musulmana). Di conseguenza, presto sarà impossibile per chiunque essere eletto presidente del Paese senza fare affidamento sul voto musulmano. L’incendio che ha devastato la Cattedrale di Notre Dame de Paris è stato ufficialmente archiviato come un ” incidente”, ma è stato solo uno dei tanti edifici religiosi cristiani che sono stati recentemente distrutti nel Paese. Pochi sanno che nella prima metà del 2019, le chiese cristiane che hanno preso fuoco sono state ben 22.

La situazione che regna in Francia non è poi così diversa da quella di molti altri Paesi europei. Alcune settimane fa, il cardinale africano Robert Sarah ha pubblicato un libro: “Le soir approche et déjà le jour baisse“ (Arriva la sera e già la luce si oscura). “At the root of the collapse of the West”, scrive, “there is a cultural and identity crisis. The West no longer knows what it is, because it does not know and does not want to know what shaped it, what constituted it, what it was and what it is. (…) This self-asphyxiation leads naturally to a decadence that opens the way to new barbaric civilizations.”

Questo è esattamente ciò che sta accadendo in Francia e in Europa.

(Source: estratto dell’articolo per il Gatestone Institute di Guy Millière, professore all’Università di Parigi, autore di oltre 25 saggi  sulla Francia e l’ Europa)

Comandante Alfa e la lettera aperta per l’omicidio del vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello #Rega

Vi giro –per chi non l’avesse ancora letta- la lettera aperta del #ComandanteAlfa e lo faccio con grande piacere perché, oltre a condividerne il pensiero, ho avuto modo di conoscerlo e apprezzare il suo equilibrio, l’indiscussa professionalità e le notevoli doti umane che lo contraddistinguono.

“Non riesco a dormire. Quel sangue mi raffredda il cuore, di sofferenza e rabbia. Non trattengo l’adrenalina, quasi non mi riconosco. 40 anni nel G.I.S e 45 anni al servizio dell’Arma dei #Carabinieri che ho contribuito ad Onorare, pare quasi non siano serviti a chiudere gli occhi, sulle troppe ingiustizie.
Caro Mario, non posso chiudere le palpebre, perché rivedo il tuo sorriso, spento improvvisamente da chi a te, si è avvicinato per uccidere. Non era difesa. No, non ha buttato il coltello, dopo la prima ferita che ti ha inferto. No. Ha continuato, finché dopo 11 undici fendenti, non ti vedeva soccombere sotto la sua spietata sete di morte . Non è più tollerabile tutta questa carneficina.
Al Generale dell’Arma dei Carabinieri, rivolgo l’appello più accorato, affinché lui, come massimo rappresentante di tutti i fedeli servitori dello Stato ma, soprattutto del popolo Italiano, faccia sentire la sua voce, nelle sedi politiche e ministeriali di riferimento, per far sì che, chi lavora rischiando per l’altrui incolumità, sia messo in condizioni di difendere e di potersi difendere.
Siano cambiate le regole d’ingaggio degli operatori di tutte le Forze di Polizia!
Ora basta, non si è più carne da macello in un contesto dove chi indossa la divisa viene deriso e vilipeso da coloro che la legalità la infrangono più volte al giorno. Non è una questione di colore di pelle, né di nazionalità, colore politico o religioso. La delinquenza ha tutta lo stesso colore e odore… quello della morte!!
L’Arma è stata ferita al Cuore, tutti gli appartenenti alle Forze dell’ordine lo sono.
La politica, la smetta di usarci come palloni ad una partita di calcio. Non ne possiamo più. Ora i calci vorremmo restituirli, poterli ridare indietro a coloro che offendono anche con parole denigratorie nei nostri confronti.
Ai Ministri dell’Interno e della Difesa, chiedo: Accelerate le leggi opportune. Una persona può difendere la propria casa e noi, che lo facciamo per mestiere e per amore, non possiamo? L’Italia è la nostra casa, il suo popolo è la nostra famiglia, vogliamo avere tutti i mezzi per difenderla, provvedete velocemente.
Questo paese è allo sbando, dal punto di vista della certezza della pena.
Non esiste al mondo, un paese più bello e fiero del nostro ma, nemmeno il più deriso e quasi vilipeso.
Non lo meritiamo. Vogliamo continuare a credere in quello che facciamo, senza essere derisi da chi, il giorno dopo, è già libero e ci denigra. Non vogliamo sempre essere accusati e violentati nell’animo, per aver fatto il nostro dovere.
Come fedele servitore dello Stato, ho vergogna e non posso starmene seduto ad aspettare che qualcosa si muova senza che io faccia nulla, e mi domando: ma tutti i telefonini che riprendono le rare volte in cui siamo costretti ad usare la forza e ci accusano come criminali, dov’erano quella triste notte in cui Mario, ed il suo collega, venivano aggrediti?
Non raccontiamoci la storia che era notte e buio, non la beve più nessuno.
A #Saviano rispondo: VERGOGNATI!!! Ho dato MANDATO, alla casa EDITRICE, di rimuovere la fascetta con la sua prefazione dai miei LIBRI. Peraltro, la sua prefazione non è stata una mia scelta.

Ed infine, un ultimo pensiero a Mario ed alla sua famiglia.
Quante volte ho provato il vostro dolore, troppe, ma ogni volta e’ diverso e la ferita più profonda.
Che Dio ti accolga caro Mario tra le sue braccia, la tua misericordia, nei confronti del prossimo, era infinita, da quello che apprendo. Ora tocca a te, prendere la tua parte. Da lassù, veglia e prega per la tua giovane sposa, per la tua famiglia di sangue e per quella di Cuore che tutti ci accomuna, l’Arma dei Carabinieri.

Che la terra, ti sia lieve!
Comandante Alfa.”

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Il massacro dei cristiani in #Nigeria

La Nigeria è la più grande nazione africana con 186 milioni di abitanti. Di questi, circa 86 milioni -il 46% della popolazione- sono cristiani. Questo Paese, in grado di stabilizzare o destabilizzare i Paesi che lo circondano, tra i quali Niger, Ciad, Burkina Faso e Mali, è teatro d’incessanti attacchi contro i cristiani: omicidi, atroci mutilazioni, stupri di gruppo, incendi di case e chiese con all’interno vittime innocenti.  Il numero degli attacchi e delle vittime in costante aumento, ha spinto The Jubilee Campaign, una ONG internazionale per i diritti umani, a presentare un report all’ICC (International Criminal Court) all’Aia, definendo quanto avviene in Nigeria “An Unrecognized Genocide”. Anche l’International Society for Civil Liberties and Rule of Law, conferma i continui massacri. I numeri: 11.500 cristiani uccisi, un milione e trecentomila sfollati, 13 mila chiese abbandonate o distrutte.

Ma chi sono I responsabili? Due sono le fazioni di jihadisti islamici responsabili della maggior parte delle violenze. Uno è il conosciuto e famigerato gruppo terroristico Boko Haram, apertamente schierato con lo Stato Islamico (ISIS); quello, per intenderci, che nel 2014, ha rapito circa 276 ragazze, per lo più cristiane. L’altro, è il meno conosciuto “Fulani Herdsmen”, accusato da Open Doors –tra l’altro- del massacro del giugno 2018 nel corso del quale sono stati completamente distrutti una dozzina di villaggi cristiani in un parossismo di violenza e morte durato quattro giorni. Nel 2018, hanno ucciso oltre 1.000 civili, mentre nei primi mesi del 2019, gruppi organizzati di 300 e oltre militanti con moderni fucili d’assalto e con l’ausilio di elicotteri, hanno attaccato 20 villaggi cristiani, uccidendo gli abitanti e bruciato le loro case.

Come ha scritto Giulio Meotti sul Foglio: “Carneficine che si consumano senza alcuna grancassa mediatica. In occidente ci mobilitiamo notte e giorno per gli immigrati in mare. Ma ce ne freghiamo dei cristiani uccisi a terra. Figli di un Dio minore che non trovano posto in alcun album di famiglia”.