Facebook: account disabilitati per “non aver rispettato le condizioni”

Nel nuovo mondo orwelliano del 2018, le notizie false sono dichiarate vere e le notizie vere sono dichiarate false. È un mondo pericoloso in cui l’onestà è scoraggiata e la tirannia prospera impunemente. La democrazia è in calo, mentre il militarismo e l’autoritarismo sono in aumento e disuguaglianza e sfruttamento sono intensificati. Facebook si è arrogata il potere assoluto di censurare qualsiasi contenuto che ritenga discutibile e la nuova politica equivale a una palese censura del pensiero indipendente e responsabile. A partire dal mese di maggio di quest’anno, a seguito delle polemiche sulle “Fake news” e delle azioni legali contro Facebook in Europa per la violazione della privacy, Facebook ha istituito una nuova categoria di post, etichettati come post con contenuto politico. Però, ogni importante questione umana può avere implicazioni politiche, ma c’è una differenza tra analisi sociale o politica e sfacciata propaganda politica o disinformazione deliberata, una distinzione non fatta nella nuova politica di Facebook. Zuckerberg ha promesso di continuare a lavorare per “Garantire che la nostra comunità sia una piattaforma per tutte le idee e una forza per il bene della democrazia”. Ma la visione della democrazia di Facebook non include la libertà d’informazione. In Turchia, India, Pakistan e Marocco (solo per fare alcuni esempi), Facebook sopprime abitualmente i commenti e gli account degli oppositori del regime. in Germania, Facebook sta eliminando 15.000 post al mese, ma il governo sta minacciando una multa di 50 milioni di dollari, a meno che Facebook non ne sopprima molti di più. Judith Bergman del Gatestone Institute ha commentato il mandato tedesco: “Quando i dipendenti delle società di social media sono nominati poliziotti privati ​​statali … la libertà di parola diventa nient’altro che una favola”. Altre nazioni europee stanno saltando sul carrozzone della soppressione della libertà d’espressione. Il primo ministro britannico Theresa May ha invitato il mese scorso Facebook a rimuovere i presunti contenuti estremisti entro due ore dalla richiesta del governo. L’incapacità di Facebook di spiegare chiaramente perché un account è stato disabilitato è una prova del potere esercitato dalla piattaforma nelle sue decisioni: potere che può avere un effetto raggelante sulla libertà di parola. Sarah T Roberts, docente in studi sull’informazione presso l’UCLA, ha dichiarato: “Ancora una volta ci stiamo scontrando con una mancanza di trasparenza e un’applicazione non uniforme delle regole”. Anche Jillian York, responsabile per la libertà d’espressione internazionale presso l’Electronic Frontier Foundation, ha criticato le politiche di Facebook quando un portavoce della compagnia ha dichiarato al Guardian (gennaio 2018): “Operiamo in base alle leggi statunitensi, che variano secondo le circostanze”. Appunto: quali sono queste “circostanze” che non sanzionano mai mainstream internazionali che notoriamente pubblicano notizie false?. Quando il sito è diventato globale, Facebook ha dato la possibilità alle persone di raccontare la loro versione della storia, di far sentire le loro voci al di fuori dai sistemi tradizionali che altrimenti le avrebbero messe a tacere. Facebook è stato, in qualche modo, un modo per aggirare la censura in diversi Paesi. Ma man mano che è cresciuto, è diventato a sua volte un censore e la motivazione data per bloccare un account è del tutto simile a quella che si riscontra nelle dittature staliniste dell’Europa dell’Est o in molti altri regimi dittatoriali di destra o di sinistra che siano. Facebook dovrebbe essere regolato perchè non può permettersi di censurare le idee. La libertà d’espressione (nel rispetto degli altri e della verità)  è –o dovrebbe essere– la legge suprema nella giurisdizione non solo statunitense ma anche europea. Invece, siamo tutti sotto la legge di Zuckerberg.

Facebook

Libia

Sono trascorsi quasi sette anni dal 20 ottobre 2011, data dell’uccisione del leader libico Gheddafi e la guerra civile continua per il controllo del Paese. Un rapporto 2016-2017 della Commissione Affari Esteri del Parlamento britannico (https://publications.parliament.uk/pa/cm201617/cmselect/cmfaff/119/119.pdf), ha categoricamente riconosciuto che l’intervento occidentale in Libia nel 2011, ha aperto la strada per la rinascita di gruppi islamisti nel Paese. Ciò che era stato inizialmente propagandato come una sorta di “intervento umanitario” per “proteggere” i civili dalla “tirannia di Gheddafi”, si è presto esacerbato nell’ormai noto gioco del cambio di regime che ha portato al successivo disastro con la proliferazione di gruppi islamisti radicali e la Libia, è caduta da una situazione politica ragionevolmente stabile, in uno stato frammentato in diverse fazioni in lotta tra loro con problemi che interessano l’intero Paese, come l’Islam radicale, la mancanza di una leadership equa, stabilità economica e sicurezza sociale. I risultati del rapporto sono estremamente critici sul modo col quale l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, hanno proiettato la massima necessità di un intervento della NATO. Il rapporto afferma: “Quando l’allora primo ministro David Cameron ha cercato e ha ricevuto l’approvazione parlamentare per l’intervento militare in Libia il 21 marzo 2011, ha assicurato alla Camera dei Comuni che l’oggetto dell’intervento non era un cambio di regime. Il mese successivo, invece, ha firmato una lettera congiunta con il presidente degli Stati Uniti Obama e con il presidente francese Sarkozy , definendo la loro collettiva intenzione di “un futuro senza Gheddafi”. Il vero obiettivo è sempre stato quello di estendere l’influenza occidentale nel continente africano con la Libia come porta d’ingresso. Tuttavia, fintanto che Gheddafi era al potere, questo obiettivo non si sarebbe mai potuto realizzare. Quindi, ecco la propaganda anti-Gheddafi con lo sviluppo del discorso “pro-democrazia”, che ha aperto la strada per l’intervento NATO. Tre anni fa, la NATO ha dichiarato che la missione in Libia era stata “uno dei maggiori successi nella storia della NATO”. Oggi, è evidente a tutti che questa affermazione non corrisponde affatto alla realtà. La Libia, oggi, è un disastro e i fatti parlano da soli; grazie all’intervento occidentale, il Paese è passato dal più ricco stato africano sotto Gheddafi, ad uno Stato fallito sotto la supervisione occidentale. Il rapporto inglese mette a nudo, contestandoli, anche molti degli argomenti umanitari utilizzati per promuovere la guerra libica e rivela i veri interessi delle nazioni coinvolte. Per esempio, i francesi, che hanno contribuito a guidare il conflitto libico lamentando pubblicamente le sofferenze dei civili, erano più ansiosi, in privato, di prendere una quota maggiore del petrolio prodotto in Libia (oltre all’uranio del Tibesti ciadiano e libico) e bloccare i piani di Gheddafi di soppiantare la moneta francese nelle colonie ex-francofone dell’Africa. E via così per i reali interessi di altri Paesi. L’intervento dell’Occidente ha trasformato una faida interna alla galassia delle fazioni libiche in un massacro di lungo corso, consentendo il perpetuarsi della Libyan Trail, una carovaniera che, dall’Africa sub-sahariana, convoglia milioni di disperati in fuga, ammassandoli sulle coste del Mediterraneo. Naturalmente, è sempre facile individuare le manipolazioni col senno di poi. In tempo reale, la propaganda e la disinformazione portano tutte le persone “intelligenti” a concordare sul fatto che “bisogna fare qualcosa”; peccato però che, di solito, significhi bombardare qualcuno.

libya_libya-before-after

 

 

Immigrazione irregolare

Da quando l’Italia si è rifiutata di permettere alla nave Aquarius (dell’ONG francese Sos Mediterranee) di attraccare in un porto italiano, l’Unione Europea si è divisa. Ungheria, Slovacchia e Austria hanno espresso il loro sostegno alle politiche italiane contro gli arrivi di migranti dall’Africa; la Merkel, si è detta contraria a respingerli; Macron ha duramente attaccato l’Italia. Inutile continuare a nascondere che in Italia, l’immigrazione irregolare rappresenta un’emergenza con grandi implicazioni economiche e sociali. Dal 2007, in Italia sono arrivati ​​illegalmente 1.000.000 di migranti. Per il salvataggio e l’accoglienza, lo Stato ha speso oltre 4 miliardi di euro nel 2017 che diventeranno 5 miliardi quest’anno, mentre l’Unione Europea contribuisce con meno del 3%. La maggior parte dei migranti non fugge da guerre o persecuzioni , non sono dei rifugiati, ma sono giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, in cerca di lavoro. Poiché il nostro sistema economico non può utilizzarli in questo periodo di crisi, molti di loro diventano un vero affare per le organizzazioni criminali che alimentano un moderno commercio di schiavi, incrementando sempre più il lavoro nero, l’accattonaggio, la droga, la prostituzione e, di conseguenza, sempre più casi di violenze. Senza dimenticare il problema della sicurezza nazionale, poiché i nostri Servizi d’intelligence hanno avvertito più volte del rischio d’infiltrazioni di cellule jihadiste legate al business della migrazione. L’Italia, negli ultimi anni, ha affrontato da sola l’emergenza immigrazione (dal settembre 2015, sia la Francia sia l’Austria hanno chiuso i loro confini e gli immigrati salvati, sono rimasti bloccati in Italia) ma il problema non è solamente questo. Un altro problema serio, è che l’immigrazione è spesso alimentata da alcune ONG finanziate da centri di potere globalista che, come dimostrano le indagini dei magistrati italiani, non si limitano a salvare vite nel Mediterraneo, ma alimentano l’immigrazione, di fatto violando la sovranità dello Stato. Carmelo Zuccaro, procuratore generale di Catania, in Sicilia, ha testimoniato a un comitato del Parlamento italiano nel mese di marzo, citando prove che i contrabbandieri di traffico umano in Libia e negli altri Stati costieri del Nord Africa, spesso riferiti in collegamento con l’Isis o altre bande criminali, coordinano il traffico in Italia di decine di migliaia d’illegali. Zuccaro ha segnalato che i trafficanti umani, sia su terra sia su piccole imbarcazioni, chiamano direttamente le navi di salvataggio finanziate da ONG per organizzare il trasferimento d’immigrati. Ciò implica un livello molto stretto di coordinamento tra le bande di contrabbandieri umani e la flotta di navi da parte delle ONG (Le autorità italiane hanno finora scoperto almeno dieci organizzazioni non governative private coinvolte, tra cui diverse ONG finanziate dalle Fondazioni di Open Society di George Soros). La crisi degli immigrati, ha contribuito, inoltre, a rendere evidente ciò che era latente: che dietro motivi umanitari cioè, vi fosse in realtà un’enorme politica d’immigrazione. Voglio dire che, per ragioni economiche, l’Europa aveva apertamente deciso da anni di incoraggiare l’ingresso di nuovi popoli, presumibilmente per compensare la drammatica contrazione della popolazione nativa dell’Europa. Infatti, secondo le proiezioni demografiche effettuate da Eurostat nel 2013, senza i migranti, la popolazione europea si sarebbe ridotta da 507,3 milioni nel 2.015, a 399 milioni nel 2080. In circa 65 anni, un centinaio di milioni di persone europee (20%) sarebbero scomparse. Paese per Paese, le cifre sembrano ancora più terrificanti. Entro il 2080, in Germania, 80 milioni di persone di oggi, sarebbero diventate 50 milioni.  In Spagna, 46,4 milioni di persone sarebbero diventati 30 milioni. In Italia, 60 milioni si ridurrebbero a 39 milioni. La migrazione da Paesi a basso reddito nei Paesi ad alto reddito è una legge di natura. Fino a quando il numero di nascite e morti resta maggiore del numero dei migranti, il risultato è considerato vantaggioso. Ma quando la migrazione diventa il maggiore contributo alla crescita della popolazione, la situazione cambia e ciò che dovrebbe essere una semplice evoluzione, potrebbe diventare una rivoluzione. Perché? per tre motivi. Anzitutto perché il numero di migranti è enorme. Secondo, a causa della cultura dei migranti: la maggior parte di loro appartiene a una cultura musulmana e araba, che è in un vecchio e storico conflitto con la cultura dell’Europa e, soprattutto, perché questo processo di migrazione musulmana avviene in un momento storico di radicalizzazione. Terzo: perché ogni Stato europeo si trova in una posizione di debolezza. Nel processo di costruzione dell’Unione europea, gli Stati nazionali hanno smesso di considerare se stessi come strumento indispensabile all’integrazione di diverse culture regionali all’interno di una cornice nazionale. Al contrario, tutti gli Stati-Nazione europei impegnati nel processo UE, hanno trasferito sempre più potere a una burocratica Commissione esecutiva a Bruxelles. Non deve sorprendere quindi che gli indeboliti Stati europei debbano ora far fronte alla forte ripresa di movimenti secessionisti e regionalisti, come la Corsica in Francia, Catalogna in Spagna, e la Scozia e il Galles nel Regno Unito e a movimenti sempre più agguerriti nel rifiuto dell’immigrazione.

rotte

Trump ha approvato un finanziamento di 6.6 milioni di dollari per i White Helmets

La White Helmets, è un’organizzazione che si dichiara non governativa e senza scopo di lucro. Fondata da Mayday Rescue, ex-ufficiale dei servizi segreti britannici, si dichiara indipendente ma è finanziata con centinaia di milioni di dollari da Usa, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Qatar (ma anche da UE e Giappone). Il marchio White Helmets è stato ideato e diretto da una società di marketing, la “The Syria Campaign” con sede a New York. La White Helmets è nota anche come Syria Civil Defence, ma la vera Protezione Civile siriana (la SARC che lavora con un budget molto ridotto), esiste in Siria da 60 anni e continua a funzionare senza alcun riconoscimento in Occidente. Pur definendosi apolitica, promuove attivamente una No Fly Zone e svolge un ruolo fondamentale nella propaganda anti-Assad; a tal punto che la loro attività umanitaria di soccorso alle vittime dei bombardamenti si è spesso confusa con l’attività d’informazione per i mainstream occidentali. Non operano in tutta la Siria, ma a differenza di organizzazioni come la Croce Rossa o la Mezzaluna Rossa, gli elmetti bianchi operano solo in aree controllate dall’opposizione armata, principalmente da Hayat Tarir al-Sham (ex Fronte al-Nusra), collegato ad Al Qaeda. Non sono disarmati: portano armi e celebrano anche vittorie terroristiche. Assistono alle esecuzioni. Questi  sono fatti facilmente provati in molti video da loro stessi girati. Robert Fisk, il giornalista britannico entrato per primo a Douma, ha raccolto le testimonianze che affermano come siano stati gli Elmetti Bianchi a inscenare il video del presunto attacco chimico circolato su tutti i media mainstream e che ha portato Usa, Gran Bretagna e Francia ad attaccare la Siria il 14 Aprile scorso. E, in effetti, sono stati loro, presenti nella città occupata dagli islamisti, a postare anche le prime immagini delle vittime del presunto attacco chimico da parte della Siria (che a oggi non ha riscontro). Ad aprile di quest’anno, Heater Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato Usa, nel consueto briefing con la stampa ha affermato: “Riconosciamo, apprezziamo e siamo molto grati ai White Helmets per tutto il lavoro che stanno facendo per la gente del proprio paese e per conto del Governo degli Stati Uniti e delle forze della coalizione”. Questa la mia domanda alla quale mi piacerebbe avere risposta: qual è il “lavoro” che farebbero i White Helmets, “per conto del governo degli Stati Uniti”?

usa