Italia e il business delle armi

Dopo il caso Khashoggi e la posizione assunta da alcuni governi per quanto riguarda la vendita di armi all’Arabia Saudita, è bene ricordare che -per quanto riguarda l’Italia-, la normativa nazionale che disciplina questo commercio (legge 185 del 1990), prevede che le esportazioni di armamenti “Devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e devono essere regolamentate “Secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Leggendo però la “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2017” (vedi link ), degli oltre 10,3 miliardi di euro di autorizzazioni all’esportazione di materiali d’armamento rilasciate nel 2017, il 57,5% sono state destinate a Paesi non appartenenti all’Ue o alla Nato e di questi, circa il 48% destinate ai Paesi MENA (cioè del Medio Oriente e Nord Africa). Ma soprattutto, tra i principali destinatari figurano nazioni belligeranti, monarchie assolute, regimi autoritari irrispettosi dei diritti umani e governi fortemente repressivi.

Alcuni Paesi in elenco:

Qatar: 4,2 miliardi di euro per forniture da Fincantieri di quattro corvette, una nave per operazioni anfibie, due pattugliatori e il sistema di combattimento e missilistico della Mbda Italia.

Arabia Saudita: 52 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti altri 245 milioni di euro per gli Efa “Al Salam” e i Tornado “Al Yamamah” riportati nei programmi intergovernativi. E’ bene precisare che la maggior parte delle forniture militari italiane del 2017 (oltre 45 milioni di euro), è costituita da bombe aeree MK82, MK83 e MK84 prodotte dalla Rwm Italia. Le stesse bombe i cui reperti sono stati ritrovati nello Yemen dalla commissione di esperti dell’Onu, nelle città e nelle zone occupate da civili e bombardate dalla Royal Saudi Air Force e che ha spinto il Parlamento europeo, con specifiche risoluzioni, a chiedere di interrompere le forniture di armamenti destinate all’Arabia Saudita.

Turchia: 266 milioni di euro.

Pakistan: 174 milioni di euro.

Algeria: 166 milioni di euro.

Oman: 69 milioni di euro.

Iraq: 55 milioni di euro.

Emirati Arabi Uniti: 29 milioni di euro.

Giordania: 14 milioni di euro.

Malaysia: 10 milioni di euro.

Marocco: 7,7 milioni di euro.

Egitto: 7,3 milioni di euro.

Tunisia: 5,5 milioni di euro.

Kuwait: 2,9 milioni di euro.

Turkmenistan: 2,2 milioni di euro.

Dalla relazione è evidente che gli affari dell’industria della produzione militare italiana s’indirizzano sempre più verso le aree più problematiche del mondo.

Dimentichiamo spesso che le vendite di armi non sono solo una transazione finanziaria, ma una potente espressione di sostegno politico e di collaborazione tra due governi. E vendere armi a Paesi che le usano contro popolazioni indifese, ci rende complici e corresponsabili di tali azioni.

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Regno Unito e terrorismo

Il predicatore e sostenitore dello Stato islamico Anjem Choudary è stato scarcerato dopo aver scontato due anni dei cinque e mezzo ai quali era stato condannato. I due anni trascorsi in parte all’interno della prigione di Frankland nella contea di Durham e nel carcere ad alta sicurezza di Belmarsh a Londra, l’hanno visto ospitato in una speciale unità separata per pericolosi terroristi, per limitare la sua influenza su altri detenuti.

Choudary, di origini britanniche, è un uomo carismatico con una grande capacità di radicalizzare i suoi seguaci creando condizioni di ostilità verso l’Occidente e aprendo così la strada alla violenza. E’ diventato famoso all’inizio del 2000 durante la cosiddetta “guerra al terrore” del Regno Unito. Quando Omar Bakri Mohammed, un religioso islamico siriano e fondatore del gruppo di estremisti musulmani Al-Muhajiroun (ALM), fuggì dal Regno Unito in seguito agli attacchi di Londra del 2005, Choudary, come suo discepolo, subentrò alla leadership del gruppo.  Al-Muhajiroun che sostiene un’interpretazione estrema dell’Islam, la legge della Sharia e promuove uno “scontro di civiltà” tra Islam e Occidente, si è nel frattempo evoluta in una rete con varie forme e marchi e almeno un quarto dei terroristi che hanno compiuto attacchi, sono andati a combattere all’estero o sono finiti in prigione, appartengono a questa rete.  Alcuni:

  • Omar Sharif, il kamikaze britannico che ha attaccato Tel Aviv nel 2003, apparteneva alla rete ALM.
  • Michael Adebolajo l’assassino del militare Lee Rigby a Londra nel 2013, era un seguace di Choudary.
  • “Boy S” di Blackburn (il più giovane condannato per un reato di terrorismo nel Regno Unito), che aveva tentato di organizzare un attacco tramite il suo smartphone, era stato radicalizzato all’interno della rete di Choudary e ha incontrato il leader stesso prima di progettare il suo attacco.
  • Siddartha Dhar -uno dei luogotenenti più vicini a Choudary a Londra- ha eluso il controllo della polizia mentre era sotto inchiesta ed è andato in Siria a combattere per lo Stato Islamico.
  • Khurram Butt, uno dei tre uomini che nel 2017 ha effettuato l’attacco al London Bridge / Borough Market, faceva parte della rete di Al-Muhajiroun

Le condizioni della scarcerazione di Anjem Choudary includono limiti ai suoi movimenti, l’uso di un rilevatore GPS, il divieto di visitare luoghi specifici come la Regent’s Park Mosque nel centro di Londra, dove era solito pregare, il divieto di predicare, organizzare riunioni, incontrarsi con membri della rete ALM, usare internet senza permesso o rilasciare interviste con i media per diffondere il suo messaggio. Queste condizioni, non cambiano però il rischio sociale rappresentato da Choudary che, mentre era in carcere, ha rifiutato di prendere parte a qualsiasi percorso di deradicalizzazione.

Trasferito in una località sconosciuta, sarà soggetto al monitoraggio da parte dell’MI5 e della polizia con un costo dichiarato di 2 milioni di sterline l’anno.  Se viola le condizioni imposte per il suo rilascio, rischia di essere di nuovo incarcerato, sempre che non riesca a scomparire come altri hanno già fatto in UK prima di lui…

#Guantanamo Bay

L’Ammiraglio John Ring, responsabile del centro di detenzione di Guantanamo ha dichiarato che la prigione statunitense resterà probabilmente aperta (per decisione di Trump) per almeno altri 25 anni. Guantanamo Bay è una prigione che esiste su una terra occupata illegalmente dagli USA e che ospita i prigionieri a tempo indeterminato. Una prigione che ha ospitato, per la maggior parte, persone innocenti sulla base del fatto che potrebbero tornare a una vita di terroristi senza essere mai stati coinvolti in atti di terrorismo. Una prigione che esiste per simboleggiare tutto ciò che è sbagliato nella giustizia americana. Situata nel sud-est di Cuba, la struttura di detenzione è stata aperta in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Nel giugno del 2003, vi erano 684 detenuti. Quando Obama ha assunto la carica di Presidente, i detenuti erano 242: il più anziano aveva 89 anni e il più giovane 14 (catturato in Pakistan nel 2002). Gli altri sono stati trasferiti altrove in Paesi come il Qatar, lo Yemen, il Pakistan e la Gran Bretagna. Nel 2011 Wikileaks pubblica documenti di Stato, files e testimonianze di quanti hanno preso parte, assistito o subìto torture e sevizie a Guantanamo. Nel 2015 è stata adottata una misura che proibiva “The use of funds to close or abandon the prison, transfer detainees to the United States…or build or modify facilities to house detainees in the United States”. Sempre nel 2015, il Dipartimento della Difesa ha speso circa $445 million per gestire la struttura. Nel 2016, Obama ha dichiarato che il centro di detenzione è ” Expensive, it’s unnecessary, and it only serves as a recruitment brochure for our enemies”. Attualmente, si stima (Source:CNN) che siano 43 i prigionieri trattenuti a tempo indeterminato senza accuse, in violazione della Convenzione di Ginevra che l’amministrazione di George W. Bush ha sostenuto di poter ignorare perché riguarda combattenti nemici detenuti in una base militare “Non sul suolo degli Stati Uniti e quindi al di fuori dalla Costituzione degli Stati Uniti” e nonostante che, nel 2008, la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia stabilito che i detenuti hanno diritti costituzionali per contestare la loro detenzione.

L’anno scorso, nel corso di un comizio elettorale in Nevada, Trump ha dichiarato: “I watched President Obama talking about Gitmo, right, Guantanamo Bay, which by the way…we are keeping open….and we’re gonna load it up with some bad dudes, believe me, we’re gonna load it up”. Al Miami Herald lo scorso agosto, ha dichiarato che avrebbe processato cittadini statunitensi accusati di terrorismo a Guantanamo: “I know that they want to try them in our regular court systems, and I don’t like that at all…I would say they could be tried there, that would be fine”. A gennaio, Trump ha twittato: “There should be no further releases from Gitmo. These are extremely dangerous people and should not be allowed back onto the battlefield”. Peccato che dal 2003 a giugno 2017, sono stati in totale 688 i prigionieri del campo rilasciati perché ritenuti innocenti: innocenti da qualsiasi accusa, catturati non sui campi di battaglia, ma nelle loro case e nei loro quartieri e nessuno pare voglia suffermarsi sul fatto che le crudeltà subite potrebbero aver provocato negli ex prigionieri, la propensione a commettere atti di violenza dopo anni di detenzione crudele e ingiusta.

 

 

 

#Saudi Arabia and #Mohammed bin Salman

Il sospetto omicidio di Khashoggi mette la parola fine all’immagine di Bin Salman come riformatore. Solo i politici, i media e gli istituti di ricerca sostenuti finanziariamente dal governo saudita continueranno a sostenere il principe. In un regno dominato da una sempre crescente rotazione di anziani monarchi, il principe ereditario Mohammed bin Salman si presenta  come il volto giovanile di una nazione giovane. Ma dietro la campagna di pubbliche relazioni attentamente calibrata con le immagini del principe sorridente che s’incontra con i migliori leader e dirigenti aziendali del mondo, si nasconde un lato oscuro. Tutti i re sauditi, dalla prima generazione dei figli del fondatore, Abdulaziz ibn Saud, non sono mai saliti al trono prima di aver compiuto almeno 60 anni ed è sempre stato il Council of Allegiance (un gruppo di principi composto da 28 membri) che seleziona formalmente il prossimo sovrano, accuratamente testandolo attraverso le sfide che si presentano nel corso della vita, al suo temperamento e alla saggezza che solo l’età può portare. Bin Salman, da quando è apparso, ha acquisito e mostrato poca o nessuna saggezza (per non parlare del suo temperamento) e questo va ascritto al processo attraverso il quale è riuscito ad ottenere il potere e anche se è il favorito del re, la sua posizione non sarà mai al sicuro finché il Consiglio non l’avallerà.

Mohammed bin Salman nasce il 31 agosto 1985, figlio maggiore della terza moglie del principe Salman bin Abdul Aziz Al Saud, Fahdah bint Falah bin Sultan. Dopo aver conseguito una laurea in giurisprudenza presso l’Università King Saud nella capitale Riyadh, lavora presso diversi Enti statali. Nel 2009, è nominato Consigliere speciale di suo padre, che all’epoca ricopriva la carica di Governatore a Riyadh. L’ascesa al potere di bin Salman inizia nel 2013, quando è nominato capo della Crown Prince’s Court, nel ruolo di Ministro. L’anno precedente, suo padre era stato nominato Principe ereditario dopo la morte di Nayef bin Abdul Aziz (padre di Mohammed bin Nayef). Nel gennaio 2015, il re Abdullah bin Abdul Aziz muore e il principe Salman bin Abdul Aziz Al Saud sale  al trono all’età di 79 anni, nominando suo figlio Ministro della difesa e Mohammed bin Nayef Vice-principe ereditario (Quest’ultimo, come primo dei nipoti di Ibn Saud, il fondatore del regno, avrebbe dovuto essere il primo nella linea di successione). Uno dei primi atti di Mohammed bin Salman come Ministro della difesa, è quello di lanciare una campagna militare nello Yemen nel marzo del 2015. Nell’aprile del 2015, re Salman nomina Mohammed bin Nayef Principe ereditario e suo figlio Mohammed bin Salman Vice-principe ereditario, secondo Vice Primo Ministro e Presidente del Consiglio per gli affari economici e di sviluppo. Un anno dopo, Mohammed bin Salman lancia Vision 2030, un piano ambizioso per apportare cambiamenti economici e sociali nel regno e porre fine alla sua “dipendenza” dal petrolio. Nel giugno del 2017 l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Egitto iniziano il boicottaggio del Qatar per il presunto sostegno al terrorismo e l’ingerenza negli affari dei suoi vicini. Boicottaggio voluto e sostenuto da Mohammed bin Salman (Il Qatar ha negato ogni accusa e si è rifiutato di rispettare una lista di richieste per ripristinare i collegamenti diplomatici e commerciali, portando a una situazione di stallo che deve tuttora essere risolta).  Alla fine di giugno 2017, re Salman pone fine a mesi di speculazioni e con una decisione a sorpresa, sostituisce il principe Mohammed bin Nayef come Principe ereditario a favore di suo figlio. Il principe Mohammed bin Nayef è rimosso anche dall’incarico di capo del Ministero degli interni, portando le forze di sicurezza sotto il controllo della corte reale e di suo cugino (attualmente Mohammed bin Nayef si troverebbe agli arresti domiciliari). Da allora, il principe Mohammed bin Salman ha un unico obiettivo: consolidare il suo potere. A settembre 2017, lancia un attacco contro presunti avversari delle sue politiche e più di 20 influenti religiosi e intellettuali sono arrestati con l’accusa che avrebbero agito per conto di “Partiti stranieri contro la sicurezza del regno”. A novembre, lancia una campagna dichiarata “Anti-corruzione” ma che –in realtà- rimuove gli ultimi ostacoli al suo totale controllo del regno: 11 Principi, 4 Ministri, dozzine di uomini d’affari sono rinchiusi al Ritz Carlton, sino a quando non accettano di pagare per il loro rilascio, tra gli altri: il principe Miteb bin Abdullah, che è rimosso dal suo incarico di capo della Guardia Nazionale (unico servizio di sicurezza non ancora sotto il controllo di bin Salman), mentre altre dozzine e dozzine di persone –oppositori e attivisti dei diritti umani- sono arrestate.

L’Arabia Saudita ha speso cifre milionarie su lobbisti e consulenti d’immagine, nonché donazioni a importanti istituzioni nelle principali nazioni occidentali, in particolare negli Stati Uniti, per assicurarsi un’immagine che non sia irrimediabilmente macchiata. Infatti, ha resistito alle atrocità della guerra nello Yemen, al boicottaggio del Qatar, agli arresti, torture e uccisioni in patria e al di fuori di ogni dissidente ma ora, il suo principe ereditario –con il caso Kashoggi- sembra essere riuscito a offuscare quest’immagine falsa e così accuratamente costruita. Elogiato come riformista, Mohammed bin Salman, si è finalmente rivelato al mondo per quello che è: un uomo arrogante, venale, che non ammette critiche e sanguinario.  Interrogato sulle preoccupazioni occidentali per le vittime civili nello Yemen, ha risposto in questo modo: “Mistakes happen in all wars”.

Gli analisti affermano che -come figlio del re- gode della piena protezione dei poteri del trono. Infatti, quando gli è stato chiesto se qualcosa avrebbe potuto fermarlo, il principe ha risposto con due parole: “Only death”.  Intanto, alla lunga fila di defezioni di giganti della finanza e dell’editoria dalla “Davos del deserto” organizzata dal principe per promuovere gli investimenti internazionali, si aggiungono quelle della direttrice del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde. C’è da sperare che con l’aumento delle prove che dietro il sospetto omicidio del giornalista Jamal Khashoggi ci sia Mohammed bin Salman, un importante sipario si alzi finalmente a mostrare al mondo la realtà del governo saudita e ostacoli il principe nel suo piano di succedere nella monarchia.

 

Arabia Saudita. #Mohammed bin Salman: riformatore o despota?

L’immagine del principe ereditario Mohammed bin Salman, accuratamente costruita, è trasmessa al mondo intero per lanciare il suo profilo “progressista” e affrontare soprattutto uno dei problemi chiave del regno: quell’immagine dell’Arabia Saudita che non si è mai completamente ripresa dall’11 settembre, dove gli attacchi sono stati condotti soprattutto da cittadini sauditi. Un rapporto del Congresso declassificato del 2016 (che i sauditi hanno fatto di tutto per sopprimere), sostiene che i terroristi avrebbero avuto sostegno da individui legati al governo saudita, e un cablo del 2009 dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton affermava: “It has been an ongoing challenge to persuade Saudi officials to treat terrorist financing emanating from Saudi Arabia as a strategic priority”. La priorità strategica del principe ereditario è quindi quella di seppellire questa parte della storia, facendo perno su una nuova immagine: quella di una nazione consumistica occidentalizzata, affamata d’investimenti americani e di armi per affrontare nemici comuni.

Il debutto internazionale del principe ereditario, dopo che il padre 82enne, King Salman, gli cedette alcuni dei suoi poteri l’anno scorso, è avvenuto all’inizio di marzo quando Mohammed bin Salman, è stato ricevuto a Buckingham Palace per un pranzo con la regina Elisabetta e in quell’occasione, il Primo Ministro Theresa May e il Segretario agli Esteri Boris Johnson, non persero tempo a lodarlo come la grande speranza riformatrice di un Paese islamico profondamente conservatore e con uno spaventoso primato nella violazione dei diritti umani. “È un rivoluzionario!” scrisse il The Daily Telegraph.  In seguito, quello stesso mese, il principe era nello Studio Ovale con il presidente Donald Trump, e poi a Los Angeles, New York, Houston, Silicon Valley e Seattle per incontrare Hollywood e l’élite tecnologica, tra cui Oprah Winfrey, Elon Musk e i dirigenti di Google. Ha interpretato il suo ruolo di riformatore con slancio impressionante, evitando la tradizionale veste saudita per gran parte del suo viaggio negli Stati Uniti, indossando persino i jeans per incontrare l’amministratore delegato di Facebook Zuckerberg.  Ogni sua tappa negli Stati Uniti, è stata annunciata dai media. Fox News ha scatenato la sua “Modernization push”. La CNN ha definito l’Arabia Saudita “The hottest emerging market right now”.  L’American Media Inc. (di proprietà del socio Trump David Pecker) ha pubblicato un’intera rivista dedicata al principe ereditario.

I reporter però, non hanno mai chiesto notizie sulle donne incarcerate in Arabia Saudita, come Samar Badawi e Nassima al-Sadah, che avevano fatto una campagna per il diritto alla guida. Né su di Israa al-Ghomgham, colpevole di aver partecipato a proteste pacifiche e che è stata imprigionata per 32 mesi senza accesso a un avvocato e che i pubblici ministeri sauditi hanno condannato alla decapitazione né sulle dozzine di altri attivisti per i diritti civili arrestati e imprigionati, come Raif Badawi, un blogger ateo, che è tuttora in carcere insieme al suo avvocato. Né hanno chiesto del disastro umanitario conseguente alla guerra nello Yemen. Non hanno chiesto di come l’arresto, lo scorso novembre, di una massa di uomini d’affari, di suoi parenti e ministri reali accusati di non aver seguito “accordi governativi” (e segnalato a livello internazionale come una manovra anticorruzione), abbia aggiunto più di 100 milioni di dollari ai suoi fondi personali e di come questa manovra si adatti alla sua proclamata riforma economica responsabile.

E poi c’è lo Yemen. Mohammed bin Salman nel 2015 come Ministro della difesa, è diventato quello che la Brookings Institution ha definito “Il volto della guerra dello Yemen”. Una guerra che ha causato molte migliaia di vittime civili, ha contagiato più di 1 milione di persone con il colera e messo 18 milioni di persone sull’orlo della fame. Inoltre, secondo un’indagine dell’Associated Press, i sauditi e gli Emirati Arabi Uniti hanno stretto un accordo segreto con i combattenti di Al-Qaeda nello Yemen, lasciando che si appropriassero di armi, equipaggiamenti e quasi $100 million in contanti rubati. Molti di questi combattenti sono stati reclutati direttamente all’interno delle forze della coalizione saudita, un accordo che ha rafforzato il ramo più pericoloso della rete estremista che ha condotto gli attacchi dell’11 settembre. Funzionari degli Stati Uniti stimano i numeri di Al-Qaeda nello Yemen in circa 8.000 membri e in continuo aumento. (La partnership con Al-Qaeda ha una strana somiglianza con l’alleanza dei sauditi e dei mujahidin in Afghanistan durante gli anni ’80, che originariamente diede vita ad Al-Qaeda). Questa guerra catastrofica –unita alle voci di loschi traffici d’armi- ha nauseato anche gli alleati sauditi. Il Parlamento europeo ha votato nel 2016 per un embargo sulle armi a livello dell’UE contro l’Arabia Saudita; La Norvegia ha sospeso le vendite di armi agli Emirati. Anche il sostegno di Washington è vacillante. A marzo, uno sforzo bipartisan guidato dal senatore Bernie Sanders è riuscito a convincere 44 senatori statunitensi su 100 a votare per la fine immediata del sostegno degli Stati Uniti allo sforzo bellico e hanno giurato di riprovarci.

La scomparsa di Khashoggi rientra nello schema del principe riguardo al giornalismo dissidente ma anche di tutti i critici del suo governo. Molti sono i cittadini sauditi che dal suo insediamento si sono rifugiati all’estero e molti di loro affermano di essere stati minacciati: parenti e amici restati in Patria, sono arrestati e imprigionati. La realtà è che i sauditi usano tutte le loro risorse per soffocare qualsiasi impulso democratico e il principe ereditario Mohammed bin Salman, nonostante la sua immagine di “riformatore”, governa un regime autoritario che non tollera il dissenso (all’interno del Paese ma anche al di fuori).  La realtà è che i predicatori che diffondono una teologia radicale che non sanziona l’uccisione di musulmani sciiti, cristiani ed ebrei rimangono in una posizione d’influenza ad alto livello. La realtà è che c’è una lunga lista di vittime che sono torturate, giustiziate o semplicemente scomparse perché le loro idee considerate pericolose per il principe che non tollera alcuna critica. La realtà è che l’ideologia wahabita che ha alimentato l’estremismo in tutto il mondo musulmano continua a essere una grande esportazione saudita. La realtà è che Mohammed bin Salman, impersona tutto il contrario dell’immagine di “progressista” che vuole spacciare all’Occidente .

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#Arabia Saudita e la scomparsa del giornalista Jamal #Khashoggi

Il mistero che circonda la scomparsa del giornalista saudita Jamal Khashoggi, rientra in una situazione più ampia del governo del giovane principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, che nonostante abbia promesso riforme radicali, è sempre più spietato, con arresti di massa di oppositori, uomini d’affari, altri principi e condanne a morte. Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo della divisione Medio Oriente di Human Rights Watch, ha dichiarato: “Al di là della persecuzione di attivisti, scrittori, religiosi, studiosi e uomini d’affari, dove i sauditi potevano rivendicare una sorta di “processo “, l’apparente rapimento di Khashoggi è un esempio di attacco al quale i sauditi non hanno nemmeno bisogno di dare una finzione di legalità”. La crescente campagna d’intimidazioni, include l’arresto, a maggio, di Loujain al-Hathloul, un’attivista per i diritti delle donne, classificata al terzo posto tra le cento donne più potenti del mondo arabo, che aveva sostenuto la campagna per permettere alle donne di guidare e questo, proprio mentre il regno affermava che stava concedendo alle donne tale permesso. Un altro è quello di Ghanem al-Dosari, famoso per i suoi video satirici su YouTube che criticano la famiglia reale saudita, attaccato il mese scorso a Londra da agenti sauditi. Tre principi sauditi sono stati rapiti da quando Re Salman, il padre di Mohammed bin Salman, è diventato re nel 2015. E questi sono solo degli esempi che riflettono la natura del principe ereditario saudita e, soprattutto, il suo messaggio ai sauditi dentro e fuori dal Paese: “E’ meglio che tu stia zitto.  Non sei al sicuro. Non esiste una legge che possa proteggerti”.

Un articolo di oggi del WashingtonPost che vi consiglio di leggere:

https://www.washingtonpost.com/world/from-travels-with-bin-laden-to-sparring-with-princes-jamal-khashoggis-provocative-journey/2018/10/07/c1290f28-ca3d-11e8-ad0a-0e01efba3cc1_story.html?utm_term=.efa9e9c4a2e4 

ripercorre il viaggio di Jamal Khashoggi da giovane reporter in viaggio con bin Laden, a portavoce non ufficiale del governo Saudita, sino alla sua visita al consolato.

Nell’estate del 2017, Khashoggi aveva concluso che non aveva altra scelta che lasciare l’Arabia Saudita se voleva continuare con la sua attività di giornalista. Si è trasferito a Washington, dove è diventato un critico sempre più esplicito nei confronti del principe ereditario Mohammed bin Salman, scrivendo regolarmente su The Post e Fred Hiatt, redattore editoriale del giornale, ha dichiarato che Khashoggi sapeva di correre dei rischi criticando il governo saudita anche se si trovava all’estero, ma sentiva l’obbligo di parlare per quei tanti dei suoi connazionali che erano imprigionati o imbavagliati. Khashoggi ha anche parlato dell’immenso prezzo personale che aveva pagato per la sua decisione di andare in esilio. Sua moglie aveva chiesto il divorzio, molti membri della sua famiglia lo avevano rinnegato e aveva perso casa e proprietà. Quando è entrato nel consolato saudita a Istanbul la scorsa settimana, l’ha fatto per ottenere un documento, richiesto dalla legge turca, che confermava che non era legalmente sposato altrove e questo perchè aveva deciso di risposarsi. Questa visita al consolato, potrebbe aver rappresentato per le autorità saudite, l’opportunità per mettere a tacere per sempre la sua voce.

Lo scorso mercoledì, in un’intervista a Bloomberg, il principe ereditario ha respinto le accuse di rapimento di Khashoggi come “voci infondate” e ha promesso di indagare sul caso insieme alle autorità turche. “La mia opinione è che è entrato ed è uscito dopo pochi minuti o un’ora. Non sono sicuro” Peccato che la fidanzata di Khashoggi, lo abbia aspettato inutilmente per ben 11 ore davanti al Consolato. Bruce Riedel, ex C.I.A. e membro dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale che ora è al Brookings Institution, ha dichiarato: “ Gli esperti sull’Arabia Saudita sospettano una situazione inquietante. Le lacrime di coccodrillo del principe ereditario e di altri funzionari sauditi sono probabilmente un inganno…..La scomparsa di Jamal si adatta a uno schema saudita di profonda intimidazione e al silenzio di ogni critica e dissenso”.

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(Source: The New Yorker)

Immigrati clandestini: la popolazione ombra d’Europa

Che cosa farne della popolazione ombra di clandestini che vivono in Europa, è una di quelle questioni che molti governi evitano. La evitano perché l’ultima cosa che vogliono ammettere è che esiste una popolazione di persone priva di documenti, non rintracciabili e della quale non si conosce nemmeno il numero esatto, anche se è ritenuto significativo e in crescita dagli esperti.

Lo sforzo più completo per misurare questa realtà, risale a un progetto finanziato dall’UE nel 2008, chiamato “Clandestino”, che ha stimato, alla data del 2014, il numero di migranti irregolari in Europa tra 1,9 e 3,8 milioni di persone. Una cifra notevole ma che non mostra la reale portata del fenomeno poiché da allora lo studio non è stato aggiornato nonostante l’afflusso estremamente notevole di migranti dopo tale data (soprattutto nel 2015). Un’analisi più recente, anche se imprecisa, deriva dal confronto dei numeri di persone alle quali è stato ordinato di lasciare l’UE ogni anno con i numeri di quelli che sono effettivamente partiti dall’Europa.  Tra il 2008 e il 2017, a oltre 5 milioni d’immigrati non comunitari è stato ordinato di lasciare l’Europa e circa 2 milioni –secondo i dati ufficiali- sono rientrati nei loro Paesi.  Anche se i due numeri non sono mappati esattamente, poiché le persone non necessariamente partono nello stesso anno nel quale è stato loro ordinato di farlo, le cifre suggeriscono che diversi milioni di persone, negli ultimi dieci anni, sono entrati a far parte della “popolazione ombra” d’Europa e la situazione è destinata a gonfiarsi ulteriormente dopo l’esito degli appelli finali per le domande d’asilo presentate dal 2015 in poi.

Mentre gli ostacoli al rimpatrio sono talvolta legali -poiché alcuni Paesi d’origine dei migranti sono considerati non sicuri– più spesso sono pratici giacché i Paesi d’origine troppo spesso rifiutano di accettarli perché sprovvisti di un documento o non c’è autorità disposta a confermare l’autenticità dei documenti in loro possesso e non li riconoscono quindi come loro cittadini. Questi migranti, di conseguenza, non possono né restare nell’UE né tornare a casa ed entrano a far parte della popolazione di milioni di clandestini che vivono (o sopravvivono) in Europa. Hanne Beirens, direttore associato del think-tank Migration Policy Institute Europe afferma: “Il volume di persone che vive in un limbo nell’UE crescerà continuamente, quindi è davvero in problema. Queste persone non possono rimanere ma a livello di comunità locale queste persone hanno bisogno di sopravvivere”.  Le autorità di un numero crescente di città da Barcellona a Bruxelles, si trovano d’accordo con la Beirens e hanno concluso che la combinazione di atteggiamenti ostili e di negligenza burocratica è distruttiva e hanno, a vari livelli, portato questa popolazione nel sistema offrendo loro servizi come assistenza sanitaria, corsi di lingua e persino assistenza legale. Una decisione in parte umanitaria ma anche pragmatica -affermano-, poiché potrebbe aiutare a prevenire minacce per la salute pubblica, i reati, le pratiche occupazionali di sfruttamento e il tipo di ghettizzazione che può distruggere le comunità.

In conclusione, una popolazione ombra significativa è già in Europa e, come i dati disponibili suggerirebbero, è in aumento. È una difficile realtà a lungo termine che l’UE e i suoi Stati membri devono affrontare quanto prima, senza nasconderne l’evidenza ed i rischi connessi.

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(Source: FT/Eurostat)