Le due realtà del mondo musulmano

Sono due le realtà del mondo musulmano, in competizione tra loro. La prima è l’illusione della supremazia nella quale sono stati allevati per tutta la vita dalla Madre di tutti i libri (il Corano). La seconda, è il mondo reale in cui devono vivere.

Se parli con un musulmano medio, prima o poi lo ascolterai affermare che: la loro è la religione migliore “Oggi ho perfezionato per te la tua religione” (Corano 5,3); hanno il miglior profeta: Maometto è il profeta con le rivelazioni di Allah più complete destinate all’intera umanità; hanno il miglior libro sacro: il Corano contiene le parole letterali, inimitabili, immutabili di Allah; le persone migliori: “Sei il migliore dei popoli mai cresciuto tra l’umanità” (3.110); la loro è la lingua migliore: la lingua araba è la lingua del paradiso, e certamente la lingua della rivelazione; hanno la migliore legge: la Shari’a è la legge divina, e tutto il mondo dovrebbe essere governato da essa. Indottrinati a credere nella preminenza dell’Islam, e quindi nella sua supremazia su tutto ciò che non è islamico, i musulmani urlano senza remore “Allahu akbar” all’unisono ogni volta che è dichiarato l’imperativo “takbir”. Tradotto erroneamente in Occidente come “Allah è grande”, ciò che significa più precisamente è “Allah è PIÙ grande!”. È una rivendicazione di superiorità e della supremazia di Allah su chiunque altro Dio del mondo non musulmano.

Come seguaci di Allah, i musulmani credono che sia obbligatorio governare sui non musulmani. Gli schiavi sono permessi, perché gli infedeli mancano della dignità e del valore dei musulmani. La legge islamica proibisce ai non musulmani di detenere posizioni di autorità sui musulmani, specialmente nel governo. La Dichiarazione del Cairo sui diritti umani (la risposta del 1990 del mondo islamico alla Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite del 1948, che i governi musulmani hanno rifiutato di riconoscere) dichiara apertamente: “Il diritto di ricoprire cariche pubbliche può essere esercitato solo in conformità con la Shari’a, che proibisce ai musulmani di sottostare al dominio dei non musulmani”. Inoltre, i musulmani che governano possono farlo solo in conformità con la legge islamica che non sono autorizzati a riformare. Poiché l’Islam è perfetto e supremo, secondo i suoi leader non è consentita alcuna critica. Ogni pensiero che potrebbe mettere in discussione la fede musulmana è inizialmente scoraggiato e, se perseguito, punito. Secondo il Corano (33:36): “Non è appropriato per un credente, uomo o donna, quando una questione è stata decisa da Allah e dal Suo Messaggero, avere un’opzione sulla loro decisione: se qualcuno disobbedisce ad Allah e al Suo Messaggero, si trova su un sentiero chiaramente sbagliato”. L’estensione più agghiacciante di questo credo è, naturalmente, la pena dell’apostasia, che tutte le scuole della Shari’a (sia sunnite sia sciite) etichettano come crimine capitale, con l’esecuzione che prevede normalmente la decapitazione.

Ma, se l’Islam è davvero la religione migliore, perché ha bisogno di una legge punitiva per costringere le persone a rimanere entro i suoi confini? Se è la perfezione della verità, perché la critica non è incoraggiata? Dopotutto, una ricerca onesta della verità dovrebbe condurre verso ciò che è in definitiva vero, e non lontano da esso. Quindi, perché non incoraggiare gli studiosi a studiare le prime testimonianze manoscritte del Corano e rivelare ai fedeli laici il fatto che NON esiste un testo originale del Corano, e che i vari manoscritti che esistono, esistono con discrepanze l’uno dall’altro?. Se il Corano contiene solo le parole rivelate da Allah nell’arabo classico, perché oggi meno di un quarto della popolazione musulmana del mondo parla o legge l’arabo, e ancora meno ne capisce l’antico e complesso arabo classico?. Perché gli studiosi musulmani non ammettono apertamente che a causa delle nebbie della storia e dell’evoluzione del linguaggio, approssimativamente una frase su cinque nel Corano è inintelligibile, e si è rimasti con le supposizioni dei linguisti?. Perché l’eterna, perfetta rivelazione di Allah riguarda i litigi nell’harem di Maometto, o se può sposare la moglie divorziata del suo figlio adottivo?. Perché la parola “senza tempo” dovrebbe fornire istruzioni dettagliate sulle incursioni delle carovane e le battaglie con i vicini?. La migliore rivelazione di Dio alla razza umana, non dovrebbe contenere messaggi più elevati delle preoccupazioni prosaiche di un guerriero del deserto?. Eppure, troviamo nel Corano il chiaro insegnamento di una morale universale che impedisce qualsiasi evoluzione. In effetti, il Corano e la Shari’a sono un’indicazione di ciò che è “morale” o “giusto” davanti ad Allah (è ciò che può far progredire la causa dell’Islam qualunque cosa sia necessaria), e ciò che è “sbagliato”.

“O credenti, chiunque di voi si allontana dalla sua religione, Dio sicuramente porterà un popolo che ama, e che lo ama, umile verso i credenti, sdegnoso verso i non credenti, uomini che lottano sulla via di Dio, non temendo alcun rimprovero. Questa è la generosità di Dio. La dà a chi vuole; e Dio è onnicomprensivo, onnisciente” (5:54). “Quelli che credono combattono per la causa di Allah e quelli che rifiutano la Fede, lottano per la causa del Male: combatti contro gli amici di Satana: in effetti, debole è l’astuzia di Satana” (4:76).“Maometto è il Messaggero di Allah, e quelli che sono con lui sono severi contro i miscredenti e misericordiosi tra loro” (48,29).

Questo è ciò che porta alla dottrina sommaria dell’Islam conosciuta come al-Walaa ‘w’al-Baraa’ (Lealtà e Disconoscimento). Un musulmano deve dedicarsi a tutto ciò che piace ad Allah e opporsi a qualsiasi cosa dispiace ad Allah. La moralità è definita da ciò che piace ad Allah, e l’immoralità diventa qualsiasi cosa si frappone tra Allah e il riconoscimento della sua supremazia. Oppressione, omicidio, schiavitù, stupro, inganno, odio per gli infedeli, tutti diventano strumenti santificati di Allah se servono a estendere il suo regno sulla terra (cioè la conquista musulmana dei non-musulmani).

I musulmani che sono tormentati da una tale moralità partigiana guardano il mondo verso altre culture e vedono versioni più elevate, persino universali, dell’ordine morale. Vedono in Occidente, la posizione per i diritti e le libertà universali e l’aspirazione che tutti gli esseri umani dovrebbero essere trattati allo stesso modo. Poi guardano alle 57 nazioni a maggioranza musulmana del mondo, e notano il numero di dittature, il nepotismo endemico all’interno della loro leadership e la corruzione dei loro leader politici e religiosi. Vedono che, secondo studi internazionali, i Paesi musulmani si collocano costantemente al livello più basso o vicino al limite quando si tratta di libertà personali, opportunità economiche, tenore di vita, istruzione e pari diritti. Vedono che la schiavitù umana è stata sradicata in gran parte del mondo non musulmano, ma che continua a prosperare nel cuore della ummah islamica. Vedono che tutte le scoperte scientifiche e tecnologiche di grande successo, che tutto l’impeto per l’invenzione e l’innovazione, provengono dal mondo non musulmano. Non ultimo tra questi successi, ci sono i continui aggiornamenti militari che rendono l’Occidente di gran lunga superiore a quello che potrebbe persino immaginare la coalizione musulmana meglio equipaggiata. I musulmani jihadisti attivi, mentre urlano “Allahu akbar”, sono costretti a sparpagliarsi e nascondersi ogni volta che i droni occidentali sono sopra la loro testa. Sapendo di essere militarmente inferiori alle forze “infedeli”, gli jihadisti sono costretti a usare le tattiche della guerra asimmetrica: colpire e lanciare attacchi, lupi solitari, attentatori suicidi e obiettivi soft. Utilizzano tattiche non militari, che consentono loro di infiltrarsi in gran numero tra gli immigrati e i rifugiati, vivere come parassiti alle spalle dei vari governi e riprodursi in modo da aumentare il loro numero e influenza nei decenni a venire.

Solo pochi anni fa, lo Stato islamico (Isis), inebriato dal successo in Iraq e in Siria, si vantava che presto la bandiera nera di Maometto e dei suoi seguaci sarebbe sventolata sulla Casa Bianca e ovunque in Europa. Si sono vantati fino alla nausea che nulla avrebbe potuto fermare la loro avanzata, “se Allah lo desiderava”.  Apparentemente, Allah non lo desiderava e non è stato disposto ad aiutarli e i ruggiti di Allahu akbar si sono ritirati nel silenzio dell’impotenza.

Com’è possibile che i sudditi dell’Islam, ai quali Allah ha promesso la supremazia su tutto il mondo, debbano oggi trovarsi inferiori alle società non musulmane dell’Occidente e dell’Est?. Com’è possibile che non ci sia ancora un Califfato dopo la caduta dell’Impero Ottomano nel 1922, che costringa le terre infedeli a sottomettersi ad Allah?. Perché Allah ha permesso ai miscredenti di annullare in modo efficace il programma musulmano e di avanzare autonomamente?. Queste sono le domande che il mondo islamico non vuole affrontare, perché espongono le debolezze di una comunità religiosa indottrinata per credere di non avere punti deboli e che deve sempre trionfare nella causa di Allah. La Fratellanza Musulmana e altri gruppi fanatici hanno avuto a che fare con queste domande. La loro risposta è stata che il mondo musulmano ha perso l’Occidente perché non è stato impegnato abbastanza nella causa di Allah e del suo profeta e che se i musulmani in massa offrissero la loro piena devozione all’Islam, Allah li renderebbe ancora una volta vittoriosi sul mondo infedele.

Ma per la maggior parte degli altri musulmani, questa non è un’opzione accettabile. Perché la maggior parte di loro è tormentata tra l’indottrinamento di una moralità partigiana che insegna a credere di appartenere al migliore tra tutti i popoli, e la realtà del mondo che li circonda.

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(Foto: Musulmani nel mondo)

(Fonte: Mateen Elass)

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#Isis: la futura generazione di jihadisti

Il piano per usare le donne per creare la prossima generazione dello Stato Islamico, coinvolge molte delle migliaia che hanno abbandonato i territori una volta occupati da Isis e che ora tentano di rientrare nei Paesi d’origine: donne che insegnano e trasmettono ai loro figli l’ideologia del califfato. Ma non è un piano recente. Sin dalla sua fondazione nel 2014, il Califfato ha puntato sulle donne con quest’obiettivo.  Se da un lato le donne “infedeli” erano vendute, trattate come schiave e date agli uomini di Al Baghdadi come premio dopo la battaglia, dall’altro Isis lanciava il messaggio che le donne avevano un ruolo nella costruzione e nella continuazione del Califfato. Le donne europee migranti nel Califfato, non solo hanno rifiutato la cultura occidentale, ma abbracciato una nuova visione della società, sperando di contribuire alla nascita di una società governata da una rigida interpretazione della Shari’ah. Le conquiste territoriali di Isis e il progetto di costruzione dello Stato Islamico, sono state motivazioni cruciali per queste donne, che hanno ritenuto di avere un ruolo importante da svolgere nella nuova società.  Impegnarsi come madri, come infermiere o come insegnanti ha dato loro una motivazione ideologicamente coerente di fare qualcosa, oltre al semplice supporto a Isis in prima linea.  Questo spiega perché le donne sono state così attratte e motivate, rispetto ai precedenti modelli di migrazione riscontrati durante i conflitti in Afghanistan, nei Balcani, in Somalia e in Iraq. Non solo queste donne hanno creduto che la costruzione di un Califfato islamico fosse auspicabile, ma hanno creduto (e credono tuttora) che sia un loro assoluto dovere (fard al-ayn) aiutare e continuare questo processo. Di là dall’attaccamento romantico, queste donne parlano, come i loro colleghi maschi, del senso di cameratismo e di sorellanza che hanno sperimentato nei territori di Isis e contestano, vivamente, le relazioni superficiali dell’Occidente. Questo bisogno di appartenenza, di sorellanza e d’identità è uno dei fattori chiave che ha spinto queste donne verso Isis.

E’ importante, per analizzare la minaccia che queste donne rappresentano, esplorare l’atteggiamento che hanno avuto nei confronti della violenza quando erano con Isis; violenza che hanno celebrato in modo inequivocabile.  Una donna britannica, Umm Hussain, poco dopo essere arrivata nei territori del Califfato twittava minacciosamente: “Sappi che abbiamo un esercito di leoni arrabbiati: la loro bevanda è il sangue e il loro gioco è la carneficina”, e dopo ogni video pubblicato da Isis riportante decapitazioni e uccisioni feroci, vi era una raffica di tweets da parte delle donne in sostegno alla brutalità. Su twitter si leggevano messaggi come “Qui le donne non chiedono gioielli ma un ‘kalash’”, oppure mostravano con gioia la cintura esplosiva da terrorista suicida come “Un regalo di mio marito”, altre dichiaravano “Lo vedrei ancora e ancora” riferendosi al video brutale di una decapitazione. Molte sono quelle che hanno pubblicamente inneggiato agli attacchi in Occidente, sostenendo con forza nuovi attentati terroristici sanguinosi e la pratica della decapitazione degli occidentali. Non vi è alcun dubbio che queste donne, hanno condiviso la violenza e la crudeltà di Isis. Nelle interviste, mostrano di condividerla ancora. Appaiono desensibilizzate: non si limitano solo a celebrare la brutalità ma la giustificano, secondo la loro interpretazione della legge islamica.

Man mano che la perdita del Califfato appariva sempre più certa, i leader dello Stato islamico hanno impartito direttive esplicite alle donne di prepararsi a nuove missioni, dal portare a termine attacchi suicidi, ad addestrare la prole a diventare futuri terroristi. Anne Speckhard, direttore del Centro internazionale per lo studio dell’estremismo violento, un’organizzazione non profit che conduce ricerche sul campo su ex appartenenti allo Stato Islamico, ha dichiarato: “Ci sono stati sicuramente casi di donne trascinate dalla propaganda di Isis, ma ce ne sono molte altre che sono state radicalizzate, incluse alcune che hanno assunto ruoli importanti”. Il mese scorso, l’organo di propaganda ufficiale dello stato islamico, al-Naba, ha pubblicato un articolo nel quale incitava le donne alla lotta, invocando –come esempio- una famosa eroina della prima storia dell’Islam: Nusaybah appartenente ad al Ka’ab una tribù del settimo secolo, che brandì una spada per difendere il profeta Maometto quando fu circondato da nemici in battaglia: “Non è strano per le donne musulmane, oggi, avere il senso dell’onestà, del sacrificio e dell’amore per la fede, proprio come le loro predecessore mujahid che hanno sostenuto l’Islam”, afferma l’articolo. Una delle donne intervistate nel campo di Al-Hol, dichiara: “Alleveremo figli e figlie forti e diremo loro della vita nel califfato…Anche se non siamo stati in grado di tenerlo, i nostri figli un giorno lo recupereranno”. Alla domanda su cosa pensano delle decapitazioni, una di loro ha dichiarato che il Corano recita: “Colpisci il collo, taglia la punta delle dita”. Questo è quello che abbiamo fatto, la decapitazione è una Sunnah del Profeta “. Un’altra donna ha detto: “Voglio che entrambi i miei figli crescano come martiri”. Negli ultimi mesi, sono migliaia le donne immigrate nello Stato islamico che hanno abbandonato il califfato per tornare nei loro Paesi nativi o trovare rifugio nei centri di detenzione o nei campi profughi. Alcune di loro hanno bambini piccoli e affermano di essere state spinte a viaggiare in Iraq o in Siria per stare con i loro mariti. Ma un numero inquietante sembra aver abbracciato l’ideologia del gruppo e rimanere fedele ai suoi obiettivi e i segni dell’influenza dello Stato islamico persistono, incluso l’indossare il niqab, l’abito imposto dal gruppo militante islamista. Umm Khaled, una donna rientrata recentemente in Marocco con i suoi tre bambini, ha dichiarato in proposito: “Allah ha dato il niqab alle donne……Era – ed è tuttora- nostro dovere avere figli e allevarli nel modo giusto…. Il Califfato, vivrà finché diffonderemo l’idea dello Stato islamico”.

Per tentare di arginare il rischio rappresentato dal rientro in patria delle donne appartenenti a Isis, diversi governi europei hanno iniziato a rafforzare le loro leggi. In Belgio, Francia e Paesi Bassi, l’accusa e la reclusione sono quasi garantite sia per uomini sia per donne. Il governo belga, dopo aver inizialmente permesso a donne e bambini di trasferirsi nei loro ex quartieri, sta ora preparando un procedimento penale contro 29 donne che cercano il rimpatrio dalla Turchia, dall’Iraq e dalla Siria. In questi Paesi, la percezione prevalente di donne come vittime è svanita a causa anche di recenti casi in cui i figli delle famiglie tornate hanno cercato di radicalizzare i compagni di classe a scuola (Fonte: controterrorismo belga). La preoccupazione degli esperti di sicurezza europei è che alcune rimpatriate possano mantenere le loro ideologie radicali, anche dopo aver trascorso del tempo in prigione. Thomas Renard, esperto di terrorismo e senior fellow presso l’EGMONT Royal Institute for International Relations, un think tank di Bruxelles, ha dichiarato che tali timori sono sostenuti da anni di ricerche che dimostrano la difficoltà di invertire gli effetti dell’indottrinamento estremista. Inoltre, afferma che gli studi confermano che le madri hanno una maggiore influenza –rispetto ai padri- quando si tratta di instillare ideologie radicali nei bambini. “Dato che i rimpatriati sono per lo più donne giovani, c’è la possibilità di avere ancora più bambini nei prossimi anni”, ha poi affermato “e quindi c’è anche una possibilità reale che queste donne possano crescere i loro figli facendo accettare una versione molto radicale dell’Islam”. Proseguendo che anche con l’imposizione di leggi più severe e di pene detentive obbligatorie, alcune rimpatriate potrebbero rimanere sotto l’influenza dello Stato islamico per gli anni a venire. “Possiamo tranquillamente affermare che quando usciranno dalla prigione, la maggioranza non sarà deradicalizzata”, ha detto Renard. “E alcune non avranno abbandonato la loro fedeltà al jihad violento”.

“Abbi cura dei miei figli, perché anche se muoio, sono i semi del Califfato” . Questo è ciò che una donna jihadista ha detto alla caposala di un ospedale curdo nel nord-est della Siria, indicando le culle degli oltre 75 bambini ricoverati e figli di combattenti dello Stato Islamico.

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(The children of ISIS fighters in a Kurdish hospital in northeastern Syria)

La nuova strategia di #Isis: “Jihad of defiance” e il ruolo delle donne

Da quando, quasi cinque anni fa, ha dichiarato a Raqqa il “Califfato”, Isis si è dedicato, attraverso l’indottrinamento psicologico, la paura e l’intimidazione, a controllare i suoi seguaci. Ha controllato le persone attraverso sessioni ideologiche per isolarli meglio ed ha focalizzato la sua visione estremista anche nelle menti delle sue donne. Donne che hanno sostenuto gli aspetti estremi della brutalità del gruppo, così come l’odio contro le loro comunità d’origine. Chi ignora il problema o parla del loro reinserimento nelle nostre società -senza implementare adeguati (ma difficilissimi) programmi di riabilitazione-, non si rende conto di quanto possa essere rischioso.

Lo Stato islamico ha classificato le donne secondo cinque archetipi chiave: “supporters”, “mothers/sisters/wives”, “fighters”, “victims” and “corrupters”. Lo stato islamico inquadra “sostenitrici”, “madri / sorelle / mogli” e “combattenti” come ruoli ideali, qualcosa cui aspirare e in cambio, saranno liberate e protette da tutti i mali provocati dai nemici. Le “vittime” ispirano commiserazione, mentre “corruttrici” sono le donne subdole. E’ un gioco strategico che punta sui costi-benefici da un lato e fattori orientati all’identità -un senso di appartenenza- dall’altro. Quel senso di appartenenza allo Stato islamico così forte che, nonostante le difficoltà della guerra a Baghouz, ha portato molte donne a sostenere di aver lasciato la città solo perché il loro Califfo l’ha ordinato. Oppure, come Umm Hamza, che ha dichiarato: “I fratelli sono leoni, combatteranno. Lo Stato islamico rimane, siamo deboli ora, ma torneremo di nuovo”. Non ci sono dubbi, per molte donne che hanno aderito allo Stato islamico, la loro motivazione è stata la considerazione costi-benefici delle alternative. In molti casi, le donne hanno semplicemente cercato di migliorare le loro prospettive attraverso migliori mezzi di sussistenza, stabilità, sicurezza e appartenenza. E se questo significava il matrimonio con i militanti dello Stato islamico, non diminuiva però il fattore motivante dominante.

Isis ha affidato alle donne ruoli specifici all’interno della sua organizzazione e loro, hanno svolto un ruolo fondamentale nella creazione dello Stato islamico. Hanno ricoperto importanti ruoli educativi e sanitari. Hanno ricoperto ruoli tattici nelle operazioni terroristiche pianificate da Isis. Hanno avuto un ruolo chiave nel reclutamento, attraverso i social media e gestendo forum jihadisti. Hanno messo in contatto i nuovi aderenti con i dirigenti di Isis e convinto le donne a sposare i suoi membri. Hanno preso di mira le scuole e i quartieri poveri per fare proselitismo. Erano donne le appartenenti alla famigerata al-Khansaa, la polizia religiosa femminile che controllava le donne nei territori di Isis, assicurandosi che seguissero le prescrizioni del gruppo estremista. Queste donne hanno frustato, imprigionato e mutilato pubblicamente altre donne in gabbie di ferro, obbligandole a partecipare a sessioni per lo studio della sharia.

Quando il Califfato si è formato, ha promosso il “Jihad dell’empowerment” e cioè l’idea che il combattimento fa parte di un piano più ampio per stabilire uno stato islamico con un’autorità centralizzata. Tuttavia, dopo aver perso il suo territorio e subito il crollo dei suoi sistemi di controllo, Isis ha spostato la sua strategia verso quello che chiama il “Jihad of defiance” (La guerra della sfida) e questo significa “Harassing and wearing down enemies; while gaining new recruits in the process” (Perseguire e abbattere i nemici; guadagnando nuove reclute nel processo). Con questa evoluzione, il ruolo dei membri di Isis -uomini e donne- cambia. I singoli membri, avranno la libertà di pianificare operazioni terroristiche e colpire i loro obiettivi e Isis potrebbe raggiungere le sue donne per il supporto nelle operazioni clandestine. Le donne che sono ora confinate nei campi in Siria e che stanno cercando di rientrare nei Paesi d’origine, hanno costruito reti con altri jihadisti per anni. Queste reti altamente connesse e motivate, sono potenzialmente più significative ora che lo Stato Islamico ha perso il suo territorio: sono reti umane che possono costituire il fondamento su cui l’organizzazione tenterà di ricostruirsi.

Attualmente, ci sono non meno di 12.000 tra donne e bambini stranieri di Isis prigionieri in Siria. Se non potranno rientrare ed essere perseguite dai loro governi nazionali (Posizione del governo britannico e australiano), c’è la possibilità che possano essere rilasciate. Rilasciarle, significherebbe aiutare inavvertitamente a facilitare la prossima fase della strategia dello Stato islamico, poiché potrebbero assumere un ruolo centrale nell’agenda politico-militare del gruppo terrorista e nella rigenerazione della sua rete. Molti analisti sostengono che riportarle a casa per essere processate o monitorate sia più intelligente e più sicuro che lasciarle arenate nel deserto, anche se sarà praticamente impossibile distinguere tra chi ha commesso crimini da quelle che non l’hanno fatto.  Ma processarle o monitorarle non sarebbe comunque sufficiente: si dovrebbe procedere a un programma di deradicalizzazione che è un processo estremamente complesso e che spesso richiede un lavoro intenso e laborioso caso per caso, soprattutto in considerazione del fatto che Isis ha coltivato per anni la formazione ideologica dei suoi membri per continuare a produrre nuove generazioni di combattenti.

Certamente sono decisioni non facili da prendere, ma tentare di riabilitare queste donne, stabilendo programmi precisi per ognuna di loro, è un passo sicuramente difficile ma necessario e obbligato per impedire che l’organizzazione terroristica possa riprendersi con la violenza e l’estremismo che rappresenta. Fermarsi alla vittoria militare su Isis o ignorare il problema e il ruolo delle sue donne, è miope e troppo rischioso.

 

Quale significato ha il ritorno del leader di Isis Abu Bakr al-Baghdadi

L’ultima volta che l’abbiamo visto, era sul pulpito della Grande Moschea di al-Nuri a Mosul, a proclamare un nuovo “Califfato”. Dopo quasi cinque anni di atrocità che hanno sconvolto il mondo intero, lo Stato islamico ha perso in sostanza tutti i territori che aveva conquistato e un mese fa, è caduta Baghouz, per mano dei militanti curdi, l’ultima roccaforte che aveva in Siria. Ma perché al-Baghdadi è tornato?

I motivi che l’hanno spinto a pubblicare questo video, potrebbero essere diversi, ma sono due gli eventi importanti delle ultime settimane che potrebbero essere associati a questa decisione. Anzitutto la caduta di Baghouz, che ha effettivamente messo fine al regno geografico dello Stato islamico. Le conseguenze di questa sconfitta sono evidenti: migliaia di combattenti sono fuggiti nel deserto, molti altri si sono arresi o sono stati catturati e tuttora detenuti dai curdi. L’altro evento tragicamente importante, riguarda gli attacchi nello Sri Lanka che hanno ucciso più di 250 persone. Con questo video, al-Baghdadi ha voluto contrastare le affermazioni che si sono susseguite in questi ultimi anni sulla sua scomparsa e ha voluto comunicare al mondo che Isis continuerà la sua guerra, indipendentemente dalle battute d’arresto subite. C’è poi da considerare che la perdita del Califfato ha sicuramente e fortemente abbassato il morale non solo tra i combattenti, ma anche tra coloro che lo sostengono in altri Paesi. Gli attacchi nello Sri Lanka, oltre all’apparizione di al-Baghdadi al comando del gruppo, costituiscono indubbiamente -per tutti loro- uno sprone non da poco per risollevare morale e fiducia.

Nel video, al-Baghdadi discute su varie questioni: della recente caduta dei regimi in Sudan e Algeria; dell’importanza della propaganda non solo da parte dei media ma anche da parte delle singole persone. Si congratula con i militanti in Somalia, Yemen, Caucaso, Africa occidentale e centrale e Turchia per aver giurato fedeltà allo Stato islamico. Afferma che gli attacchi nello Sri Lanka, sono stati condotti per “vendetta” nei confronti della sconfitta subita a Baghuz, che considera comunque come una battuta d’arresto temporanea da cui Isis si riprenderà presto. Parla dela rielezione del primo ministro Benjamin Netanyahu in Israele. Rende omaggio ai combattenti che sono morti nell’area di Baghouz, inclusi gli stranieri provenienti da Iraq, Arabia Saudita, Belgio, Francia, Australia, Cecenia ed Egitto e chiede vendetta per loro e per i membri incarcerati, incitando i militanti che operano nell’Africa occidentale a moltiplicare gli attacchi contro “La Francia e i suoi alleati crociati”. Afferma: “La nostra battaglia di oggi è una battaglia di logoramento con il nemico … il jihad continua fino al giorno del giudizio”. Infine, al-Baghdadi, indica ai suoi seguaci cosa dovrebbero fare e inserisce il Jihad nel contesto delle crociate, suggerendo che dureranno per un lungo periodo: “La verità è che la battaglia dell’Islam e della sua gente con i crociati e la loro gente è una lunga battaglia… la guerra di Baghouz è finita e si manifesta in essa la natura selvaggia e la ferocia del popolo della croce verso il popolo dell’Islam …”. Certamente non è la prima volta che Isis fa riferimento alle crociate, ma questa volta, è lo stesso al-Baghdadi a indicare il nemico nel “Popolo della croce” e istigare i suoi seguaci alla violenza, come parte della strategia di ripresa del gruppo: “Quindi raccomandiamo a tutti voi di attaccare i vostri nemici e di esaurirli in tutte le loro capacità -umane, militari, economiche, logistiche-”.

Il video in sé, comunque, non dice nulla di nuovo per quanto riguarda le ideologie e le strategie operative di Isis, ma la cosa più importante è che mostra al-Baghdadi come un leader che mantiene il comando sul gruppo e, soprattutto, lo certifica in vita. Al-Baghdadi sta essenzialmente riaffermando la sua leadership, comunicando di trovarsi in cima alla rete di comando e controllo del gruppo, non solo in Iraq e Siria ma, più ampiamente , nei suoi franchise e affiliati. In poche parole, con questo video, Isis dice al mondo, in particolare ai combattenti, sostenitori e simpatizzanti, che il “Califfo” al-Baghdadi è sopravvissuto alla caduta del Califfato. Nonostante una taglia di 25 milioni di dollari sulla sua testa e la massiccia caccia all’uomo che le unità d’intelligence occidentali e non solo hanno lanciato, è vivo e libero.

Il messaggio è chiaro: il Califfato può essere caduto, ma Isis è tutt’altro che finito. E lo dimostrano le migliaia di combattenti fuggiti in Africa e Afghanistan dove combattono e cercano di ricostruire un nuovo Califfato. Lo dimostrano i molti combattenti di Isis intervistati dopo la caduta di Baghouz, comprese le donne, che mostrano un sostegno incondizionato verso il califfato e la causa per cui hanno combattuto. Lo dimostra la solida rete d’ideologi online che alimentano continuamente video di propaganda pro-Isis, immagini, poster, scritti, audio e così via. E lo dimostrano le cellule dormienti, pronte a scatenare la loro furia assassina in tutto il mondo. Per il prossimo futuro, Isis opererà come organizzazione terroristica e cercherà di seguire il modello operativo degli attacchi nello Sri Lanka, organizzando e istigando i sostenitori a condurre attacchi in tutto il mondo.

Anche se le minacce di al-Baghdadi non rappresentano –in sé- niente di nuovo, costituiscono sicuramente una nuova sfida per i servizi d’intelligence e gli operatori nel settore della sicurezza di tutto il mondo.

IS-BAGHDADI

Face to Face with women of ISIS

Ho scritto più volte sulle donne di Isis e anche se alcune di loro possono essere state irretite dalla propaganda dello Stato islamico, la maggior parte è profondamente radicalizzata e anche se hanno dovuto arrendersi ai combattenti SDF sostenuti dagli Stati Uniti, condividono tuttora e fermamente l’ideologia del gruppo terrorista. Queste donne possono essere ancora più fanatiche e aggressive delle loro controparti maschili (il che è tutto dire) e la realtà le vede ben lontane dall’immagine stereotipata della vittima di Isis spesso presentata dai media. Le vere vittime di Isis, sono le migliaia di bambine e donne Yazidi schiavizzate per anni dallo Stato islamico, non certamente le “mogli” che hanno condiviso con i miliziani le atrocità commesse.

Rola Al-Khatib, giornalista della rete Al-Arabiya, si è recata nel campo di Al-Hol nel nord della Siria, riservato alle donne straniere, ed ha intervistato alcune di loro e i loro figli. Il campo è uno dei tre gestiti dalle forze SDF sostenute dagli Stati Uniti, e ospita quasi 13.000 donne e bambini stranieri. Il video dell’intervista alle donne è stato pubblicato sul sito in arabo e inglese di Al-Arabiya il 16 aprile 2019. Rola al-Khatib ha incontrato negli altri campi anche i combattenti uomini di Isis, ma afferma che il suo tempo trascorso con le donne, è stato “Il più violento, fisicamente e psicologicamente”. Le donne, che indossano il niqab, parlano con Al-Khatib dall’interno del campo, dietro il recinto. Secondo Al-Khatib, “Le donne hanno iniziato a lanciare sassi contro di noi. Ci è stato detto che hanno bruciato la tenda di una donna che aveva rimosso il velo dal suo viso. Se fossimo entrati nel campo la nostra sicurezza non poteva essere garantita, così abbiamo condotto l’intervista da dietro la recinzione”.

Al-Khatib afferma che sebbene queste donne si siano arrese alle forze democratiche siriane “Stanno ancora seguendo il percorso e l’ideologia di Isis”. Alla domanda su cosa pensano delle decapitazioni, una di loro ha detto che il Corano afferma: “Colpisci il collo, taglia la punta delle dita. Questo è quello che abbiamo fatto, la decapitazione è una Sunnah del Profeta”. Un’altra donna ha detto: “Ci dispiace non rimanere ad Al-Baghouz per morire nel nome di Dio”. Le donne dicono che non tutte vogliono tornare ai loro Paesi di origine, alcune di loro desiderano rimanere in Siria e continuare a combattere. Un’altra donna dice: “Ascolta, non vederci come mostri o barbari, no. Non siamo barbari e l’Islam è buono….. Combattiamo quelli che combattono Allah e il Suo Profeta … “. Le donne hanno dichiarato ad Al-Khatib che una volta morto in battaglia il loro marito, si sono risposate perché non potevano rimanere nella “Terra dello Jihad” senza un protettore maschio. Una delle donne ha dichiarato che sua madre è stata la persona che l’ha accompagnata all’aeroporto all’inizio del suo viaggio in Siria e continua a incoraggiarla a essere risoluta e vittoriosa e le chiede di non tornare nelle terre degli infedeli.

Un’altra, ha affermato: “Il credo che è coltivato qui (riferito allo Stato islasmico) non sarà rimosso da nessuno. Non Trump, né l’America, né gli ebrei, né gli infedeli … nessuno. Questo credo è coltivato anche nei nostri figli”.

Di seguito, il video dell’intervista.

Isis: il massacro nello Sri Lanka non è una ritorsione per l’attacco in Nuova Zelanda

Alcuni esperti oltre che funzionari del governo dello Sri Lanka, hanno dichiarato che l’attacco dello Stato islamico nel Paese, che ha ucciso centinaia di cristiani nelle chiese e turisti stranieri negli alberghi, è stata una rappresaglia per il massacro neozelandese che ha ucciso decine di musulmani. Ma è una deduzione sbagliata per diversi motivi.

Anzitutto il mese scorso è stato divulgato dall’Isis un discorso di Abu al-Hassan al-Muhajir, portavoce dello Stato islamico, in cui ha fatto un breve accenno al massacro in Nuova Zelanda. Esattamente: ” … e la scena dell’uccisione nelle due moschee dovrebbe risvegliare i negligenti e incitare i sostenitori del Califfato che DIMORANO LÌ a vendicarsi dei figli della loro Ummah (società) che sono massacrati in ogni luogo della terra sotto la supervisione e la benedizione degli stati della Croce e dei governi apostati”. L’implicazione nella frase “dimorando lì”, è la Nuova Zelanda  e potrebbe anche essere estesa ai sostenitori del Califfato in altri stati che però “dimorano li”.

Inoltre, lo Stato islamico, nelle rivendicazioni che si riferiscono agli attacchi nello Sri Lanka, non ha parlato di ritorsione per il massacro in Nuova Zelanda. Invece, è stata seguita una logica coerente col pensiero di Isis e tipica del gruppo terrorista: gli stranieri uccisi negli hotel sono in gran parte cittadini dei Paesi occidentali che fanno parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico. E questo, coincide con i costanti appelli iniziati sin dal 2014 per colpire i cittadini della “Coalizione crociata”. E, sempre nelle rivendicazioni, Isis descrive i cristiani dello Sri Lanka come “muharibeen” (in guerra). Di seguito, a conferma, ecco alcune parti dell’articolo della newsletter al-Naba (settimanale dello Stato islamico), proprio sugli attacchi nello Sri Lanka: “Un gruppo di soldati del Califfato in Sri Lanka ha compiuto domenica mattina… 7 attacchi di martirio e inghimasi (inghimasi sono i terroristi combattenti che combattono sino alla loro morte) che hanno preso di mira un numero di chiese dei cristiani in guerra e raggruppamenti di cittadini degli stati crociati in un numero di città dello Sri Lanka ……Più di 350 sono stati uccisi e fino a 650 sono stati feriti negli attacchi… tra i quali più di 45 provenienti da Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Francia, Cina e India. Nello specifico, i fratelli inghimasi si sono diretti verso un certo numero di chiese e hotel frequentati dai cittadini dell’alleanza crociata….e hanno fatto esplodere una serie di esplosivi e poi le loro cinture esplosive sui crociati, abbattendo molti dei cittadini dell’alleanza crociata”. Per quanto riguarda i cristiani dello Sri Lanka, il concetto di “muharibeen” fa riferimento al versetto 9:29 del Corano, che stabilisce che i miscredenti, compresi ebrei e cristiani, dovrebbero essere combattuti fino a quando non si convertono o non pagano la jizya (tassa) all’autorità musulmana. Di conseguenza Isis li considera “in guerra”.

In conclusione, quindi, è sbagliato ritenere l’attacco dello Stato islamico in Sri Lanka una “vendetta per il massacro in Nuova Zelanda”, semplicemente perché questa convinzione non è supportata da ciò che lo stesso Stato islamico ha dichiarato in proposito. Gli attacchi nello Sri Lanka, sono da inquadrare, invece,  come parte di una grande lotta globale contro i “Crociati”. Isis vuole ferire in particolare i cittadini dei Paesi che l’hanno combattuto nella coalizione guidata dagli Stati Uniti e, più in generale, i cristiani e gli altri “miscredenti” nel mondo che non si sottomettono alla sua autorità.

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(Funerale, delle vittime a Negombo. Foto di Thomas Peter / Reuters)

Il futuro del movimento jihadista globale dopo il crollo del Califfato

Nonostante quasi due decenni di campagna antiterrorismo globale condotta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, ora ci sono non meno di quattro volte più combattenti jihadisti salafiti di quanti ce ne fossero l’11 settembre 2001. Il numero totale è attualmente stimato in 230.000 militanti dislocati in circa 70 Paesi. Il picco del numero di militanti, arriva nello stesso momento in cui Isis è collassato in Iraq e in Siria e questi numeri suggeriscono che, nonostante il declino del cosiddetto califfato, il movimento jihadista globale è vivo e vegeto, anche se attualmente è più fratturato di poco tempo fa. La domanda che molti si pongono, tuttavia, è che cosa significa questo per il futuro di al-Qaeda e Isis.

Nello schema allegato, sono rappresentati i possibili scenari futuri dei due gruppi terroristici. Questi scenari, valutano la forza e la debolezza riguardante ciascun gruppo e suggeriscono una miriade di fattori che potrebbero influire sulla probabilità relativa di ogni particolare scenario. Va notato che in ciascuno degli scenari descritti di seguito, i gruppi rimangono come entità separate, ma ciò non esclude del tutto la cooperazione occasionale e pragmatica in regioni specifiche in momenti diversi. Tuttavia, tale cooperazione non indicherebbe una riunificazione dei due gruppi.

Nel primo scenario, sia al Qaeda sia Isis hanno una forza maggiore. Ciò potrebbe derivare da sviluppi della situazione attuale, tra cui una diminuita presenza occidentale in Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, che potrebbe tradursi in un cambiamento di priorità per gli jihadisti, che potrebbero sentirsi più inclini a rivolgersi al “nemico vicino” dei regimi locali, considerati “apostati”. Questo scenario vedrebbe un’espansione dell’attuale ondata di terrorismo jihadista e potrebbe dare nuova vita al movimento jihadista globale nel suo complesso. Negli ultimi due decenni, diverse volte gli analisti hanno predetto la fine del movimento jihadista e cioè: quasi immediatamente dopo che gli Stati Uniti dichiararono la propria guerra globale al terrorismo; di nuovo, dopo la morte di Osama bin Laden, e più recentemente, in seguito alla riconquista delle roccaforti dello Stato islamico a Mosul e Raqqa e alla distruzione del progetto di costruzione del Califfato. Tuttavia, il movimento jihadista globale è un movimento sociale transnazionale, composto di organizzazioni, reti, cellule e individui. È tenuto insieme in gran parte da una narrativa condivisa che sottolinea la volontà ad affrontare un attacco prolungato e implacabile all’Occidente su più fronti: politico, religioso, militare. Piuttosto che vedere la fine del Califfato come l’inizio della fine del movimento, alcuni analisti vedono la sua rinascita in primo luogo per l’energia distruttiva prodotta e la capacità di attirare un gran numero di persone da tutto il mondo. Sia al Qaeda sia Isis, potrebbero trarre vantaggio anche da un’altra eventuale crisi finanziaria globale, che, in un mondo di risorse limitate, avrebbe un impatto diretto sulla capacità degli Stati nazionali di contrastare questi gruppi. Le organizzazioni d’insorti predatori festeggiano sulle carcasse degli stati, dove le guerre civili hanno devastato le istituzioni e le burocrazie, che sono gli organi ufficiali della proiezione e della legittimità del potere dello stato. I gruppi jihadisti prosperano in regioni del mondo caratterizzate dal fallimento dello stato, mancanza di un buon governo, incapacità di stabilire uno stato di diritto diffuso, servizi di sicurezza deboli e alti livelli di corruzione. Tutti questi fattori favorevoli sono abbondantemente presenti in Medio Oriente.

Il secondo possibile futuro scenario del movimento jihadista globale è il suo ridimensionamento a causa degli sforzi sostanziali contro il terrorismo e delle misure degli stati. Gli stati si stanno muovendo per rafforzare i confini, aumentare la condivisione delle informazioni e la cooperazione tra i servizi d’intelligence e accelerare i progressi nella tecnologia che favoriscono gli sforzi della lotta al terrorismo. L’uso della biometria e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nel processo di targeting potrebbero aiutare gli eserciti occidentali a essere più efficaci nella loro caccia ai leader terroristi. Un altro aspetto di questa futura possibilità è che la narrativa creata dallo Stato islamico e da gruppi simili potrebbe non riuscire a entrare in risonanza con le generazioni future. Questo scenario vede un cambiamento nel panorama delle minacce in cui persistono i pericoli posti dai gruppi terroristici, ma la minaccia di grandi combattimenti tra Stati nazionali ben equipaggiati potrebbe rendere meno probabili i conflitti per procura, poiché gli Stati in genere cercano di evitare azioni di escalation che potrebbero condurre a una guerra.

Un terzo scenario, vede al Qaeda è in ascesa e lo Stato islamico vacillante, derivante da un aumento del sostegno esterno al primo e dal crescente isolamento di quest’ultimo. Il conflitto tra i poteri sunniti e sciiti, rappresentato dalla faida tra Arabia Saudita e Iran, potrebbe portare alcuni poteri sunniti a diventare più tolleranti verso al Qaeda e persino a sponsorizzarli come forze sostitutive. Al Qaeda sarebbe indubbiamente favorito per ricevere questo tipo di supporto poiché ha lavorato diligentemente per rimodellare la sua immagine come entità più moderata dai tempi della primavera araba. Isis è ancora considerata troppo estrema dalla maggior parte del mondo musulmano, inclusi molti stati-nazione che hanno sostenuto gruppi jihadisti in passato. Inoltre, se al Qaeda concentra le sue risorse per colpire l’Occidente, -ed è assolutamente in grado di farlo con successo-, questo potrebbe fornire lo slancio necessario per sostituire l’Isis come leader del movimento jihadista globale. Al Qaeda possiede certamente la capacità di sfruttare i potenziali passi falsi di Isis e ha già fatto di tutto per ridefinire la sua strategia poiché mira a raccogliere il sostegno locale.

 Il quarto e ultimo scenario, vede la fine di Al Qaeda mentre lo Stato islamico si rafforza in una replica della situazione del periodo tra il 2014 e il 2016. Durante questo periodo che ha visto l’ascesa di Isis, Al Qaeda è stata colta alla sprovvista. L’organizzazione di Zawahiri non è riuscita ad anticipare l’evento che seguiva la Primavera araba e poi ha risposto in modo improvvisato, mentre altri gruppi hanno approfittato del vuoto di potere per promuovere i propri programmi e le proprie ideologie. Alla fine, al Qaeda ha beneficiato del caos derivante dalla primavera araba, ma ha avuto difficoltà a raggiungere un certo successo. C’è un’alta probabilità che l’Isis si ricostituisca davvero e quasi sicuramente lo farà in Iraq e in Siria, oltre ad altre posizioni in altri stati. Ma la domanda è: fino a che punto l’Isis può ancora una volta essere in grado di recuperare il suo precedente controllo territoriale? Perdere il Califfato fisico potrebbe aver offuscato la sua immagine agli occhi di alcuni, ma il fatto che sia stata comunque in grado di stabilire per prima e con successo un Califfato, resterà uno strumento di propaganda importante per il gruppo e per reclutare nuovi membri, sollevando il morale del movimento jihadista globale nel suo complesso. Resta il dubbio su quanto tempo la comunità internazionale, già una volta tanto negligente, impiegherebbe per organizzarsi e mobilitarsi nuovamente qualora il gruppo tenti di ricostruire uno stato. Per i Paesi più colpiti dall’aumento di Isis -quelli nella regione e altri in Occidente dove combattenti terroristi stranieri e le loro famiglie stanno ora tentando di tornare a casa-, il terrore e l’instabilità evocati dallo Stato islamico sono ancora abbastanza palpabili. Ma è questo il periodo cruciale che potrebbe generare questo scenario, perché è il periodo nel quale il Califfato è stato decimato e la strategia di al Qaeda di “ricostruire in silenzio e pazientemente” ha preso forma. La conseguenza potrebbe essere che al Qaeda sia temporaneamente percepita come l’obiettivo più pertinente per le forze antiterrorismo occidentali, che ancora una volta, attaccherebbero al Qaeda. Questo innalzerebbe Isis, dal momento che i suoi combattenti cercano e sono in una posizione migliore per ricostruire in silenzio e pazientemente il loro obiettivo con la maggior parte degli sforzi della lotta al terrorismo dirottati altrove.

Conclusione

La sfida nell’esaminare questi scenari è attribuire una probabilità o una percentuale a ciascuno dei due gruppi, tentando di valutare quali fattori si possano verificare con maggiore probabilità e incidere sulle posizioni di Isis e di al Qaeda come organizzazioni transnazionali, tenendo anche conto della miriade di affiliazioni locali, diramazioni e franchigie che ogni gruppo mantiene. Alcuni studiosi come Barak Mendelshon, prevedono un requiem per il jihadismo, osservando quello che ha definito il “problema dell’aggregazione” o l’incapacità di questi gruppi di tradurre le vittorie locali in un impatto transnazionale. Altri ancora, incluso Seth Jones, hanno notato il numero esagerato di salafiti-jihadisti e suggeriscono che sarebbe un grave errore dichiarare la vittoria prematuramente contro la minaccia terroristica. La mia opinione è che entrambe queste osservazioni possano essere vere: le organizzazioni jihadiste salafite possono ancora lottare per mobilitare una campagna transnazionale di violenza prolungata, mentre il numero di combattenti impegnati in questa ideologia continua a crescere.

Il futuro del movimento jihadista globale è quindi probabile che assomigli al suo passato, con gruppi divisi di militanti che si disperdono su nuovi campi di battaglia, dal Nord Africa al Sudest asiatico. Lì si uniranno alle guerre civili esistenti, stabiliranno rifugi sicuri e cercheranno modi per condurre attacchi spettacolari in Occidente che ispirino nuovi seguaci. In questa forma frammentata, Isis potrebbe diventare ancora più pericolosa e impegnativa per le forze antiterrorismo, poiché i suoi gruppi e le sue cellule minacciano, con violenza rinnovata e intensificata, tutto il mondo. Anche se i combattenti stranieri tornassero a casa in numero molto inferiore rispetto a quanto inizialmente previsto, il prossimo quinquennio potrebbe essere caratterizzato da un picco di attacchi.

(Questo articolo è un estratto dell’intervento del  Dr. Colin P. Clarke, Associato dell’ICCT e Senior Research Fellow presso il Soufan Center alla  conferenza  dell’ l’International Centre for Counter Terrorism tenuta a l’Aia l’11 dicembre 2018)

futuro AQ e IS