Libia prima e dopo la democrazia occidentale

Libia prima e dopo la democrazia occidentale

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Turismo sessuale

Il turismo sessuale è un’industria molto redditizia che coinvolge quasi tutto il mondo. Le stime di ECPAT International, evidenziano che ogni anno circa 250.000 persone viaggiano all’estero per dedicarsi al sesso con bambini e giovani e che il settore genera oltre 20 miliardi di dollari di entrate. I Paesi del sud-est asiatico sono stati a lungo destinazioni privilegiate per questo tipo di turisti, ma negli ultimi anni anche Paesi dell’Asia orientale, dell’America centrale e del Sud America sono diventate destinazioni sempre più popolari. Anche la relazione 2017 del Dipartimento di Stato USA “Traffiking in persons report”, evidenzia come il turismo sessuale sia in aumento in particolare verso quei Paesi che consentono un accesso economico e facile al sesso come Rio in Brasile, Cancun in Messico, Repubblica Dominicana, Costa Rica, Guatemala e Honduras. La crescente domanda, ha incrementato un’industria che opera in gran parte nell’ombra e anche se negli ultimi anni molti Paesi hanno compiuto sforzi significativi per combattere lo sfruttamento sessuale, il fatto che l’autore del reato tende a essere uno straniero che lascia il Paese dopo aver commesso il crimine, rappresenta una grande difficoltà per le indagini e l’accusa. L’Organizzazione Mondiale del Turismo (WTO) riporta che il numero totale di visitatori dell’America Latina e dei Caraibi è cresciuto l’anno scorso del 6,1% e la ricerca indica che paesi come Guatemala, El Salvador, Costa Rica e Nicaragua hanno aumentato gli sforzi per promuovere il turismo su larga scala e il turismo sessuale è aumentato in proporzione. “Quello che stiamo vedendo è il lato oscuro del turismo”, ha dichiarato Heimo Laakkonen, capo dell’UNICEF in Costa Rica, dove il turismo è l’industria più redditizia del paese. L’ECPAT, stima che oltre un milione di bambini in tutto il mondo entri nel commercio del sesso ogni anno, molti dei quali provenienti dai paesi dell’America Latina. L’organizzazione stimava, ad esempio, che nel 1994, 500.000 bambini in Brasile fossero coinvolti nell’industria del sesso e, più recentemente, il Ministero della Giustizia colombiano riferiva di almeno 25.000 bambini prostituiti nel Paese. Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha recentemente espresso preoccupazione per “l’alta incidenza dello sfruttamento sessuale commerciale dei bambini in Costa Rica in relazione al turismo”. Casa Alianza, un gruppo di sostegno non profit per i bambini di strada in Messico e America Centrale, stima che circa 5.000 bambini di strada in Honduras siano coinvolti nel turismo sessuale. Problemi simili esistono in Paraguay, Repubblica Dominicana e Venezuela. Uno dei maggiori impulsi per il turismo sessuale in generale è stata la disponibilità d’informazioni su Internet relative all’industria del sesso. Alcuni siti Web sono accessibili al pubblico, mentre altri, come la pagina Web di World Sex Archives, richiedono l’iscrizione e delle quote per accedere al proprio database di foto e bacheche di messaggi di altri turisti del sesso. La pornografia infantile e la prostituzione di qualsiasi tipo sono illegali su Internet e gli sforzi internazionali per chiudere siti Web correlati hanno avuto un discreto successo. Tuttavia, i legislatori non sono stati in grado di concordare se e in che modo vietare la pubblicità dei tour per adulti, soprattutto perché la prostituzione è legale in molti Paesi, come il Costa Rica. Maud de Boer-Buquicchio, relatore speciale ONU per “Sale and sexual exploitation of children”, ha affermato che la Repubblica Dominicana è un hotspot del turismo sessuale minorile. “Le persone che si recano lì, sanno che possono farlo in relativa impunità. È facile avere accesso ai bambini che sono predati da stranieri che visitano l’isola, ma pochi turisti sessuali sono puniti”. Anche il Kenia registra un incremento del turismo sessuale: secondo il report “The Dark Side di Internet for Children” , oltre 10.000 bambini sono costretti a prostituirsi a Mtwapa, una città al confine con Mombasa. Il rapporto collega questo incremento alla povertà e alla disuguaglianza economica, ma altri analisti affermano che funzionari di polizia e operatori alberghieri corrotti alimentano questo traffico. Per esempio George Migosi (County Director for Children), afferma che nel 2016 i reati sessuali su minori hanno rappresentato l’80% dei casi segnalati nella contea di Kilifi che ha registrato 77 casi di gravidanza infantile, 44 casi di matrimonio infantile, 153 casi di malattie sessualmente trasmissibili e 14 casi di sodomia.

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Sahel: terrorismo, criminalità e immigrazione

I terroristi che operano nel Sahel sono, per la maggior parte, locali che hanno ripreso l’ideologia salafita per cercare di creare uno stato islamista ma, soprattutto, preservare le rotte di contrabbando attraverso il Sahel. Le antiche carovane di sale che dal Mali attraverso il Sahel si dirigevano verso l’Europa e il Medio Oriente, si sono trasformate in traffici di droga, diamanti e oro. Le ingenti entrate derivanti da questo traffico, hanno contribuito a finanziare l’AQIM, il MNLA, il MUJAO e altri gruppi generando un sostegno finanziario e politico per gli estremisti wahhabiti. Inoltre, il crollo della Libia di Gheddafi, ha prodotto degli estremisti radicali che offrono ai contrabbandieri del Sahel protezione e molte armi. Le tribù del Mali settentrionale sono incoraggiate e protette da organizzazioni terroristiche nelle sterili distese del nord del Paese e vivono, in simbiosi, con le forze terroristiche. I loro percorsi si sovrappongono: mentre le tribù continuano il contrabbando, Al Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) si impegna nella tassazione illegale nelle sue aree di controllo, l’ISIS in Libia è molto attiva nel traffico di esseri umani e narcotici e Boko Haram genera entrate significative dal commercio di cocaina ed eroina. La tratta di esseri umani e il contrabbando, si sovrappongono alle minacce terroristiche anche perché sono accompagnati da un grande afflusso di armi. Ancora alla fine del 2016 Conflict Armament Research, l’organizzazione britannica che monitora i trasferimenti di armamenti e le catene di approvvigionamento, pubblicava un importante rapporto: “Investigating cross-border weapon transfers in the Sahel”. Il rapporto confermava che molte delle armi del regime di Gheddafi, avevano svolto un ruolo importante nelle insurrezioni tuareg e islamiste del 2012 in Mali. Ma il rapporto documentava anche i flussi di armi successivi al 2011 che provenivano da Paesi africani, in particolare dalla Repubblica centrafricana e dalla Costa d’Avorio (anche il Sudan dal 2015 è diventato una fonte importante di armi utilizzate dai miliziani). Da considerare che la sfida logistica nell’opporsi alla minaccia terroristica e criminale nel Sahel non è facile, con ampie distese di sabbia e dune, spezzate da piccoli villaggi e, occasionalmente, da una città. Nella maggior parte della regione non ci sono stazioni di rifornimento, pozzi, officine di riparazione, depositi di acqua, scorte alimentari o riserve di carburante. Le basi aeree di solito sono adatte solo a piccoli aerei e mancano le gru, i carrelli elevatori e le attrezzature di carico e scarico. Il lato positivo, è che la mancanza di copertura del suolo consente l’ utilizzo degli Unmanned Aerial Vehicles (UAV) – schierati dalle forze occidentali- che possono cercare, osservare e distruggere piccole forze mobili. Infine, questa regione africana è afflitta da governi corrotti, estrema povertà, frequenti carestie e siccità e una forte crescita demografica. Tutti questi fattori hanno contribuito a incrementare le migrazioni, l’estremismo islamista e la criminalità organizzata transnazionale che non rappresentano un problema solo nel Sahel, ma hanno  effetti di ricaduta al di fuori della regione e in particolare nell’UE, data la stretta vicinanza di questa regione ai Paesi europei.

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Africa e Francia

Nel mio scritto di ieri, ho evidenziato come Washington sia in guerra da anni in Africa, ma nelle parti francofone del continente, è Parigi che ne ha il pieno controllo. Alla fine della sua prima settimana in carica, Macron ha visitato le truppe francesi in Mali, volando a Gao, una città dove disordini e lotte etniche imperversano da oltre cinque anni ed ha incontrato alcuni dei 1.600 soldati francesi nella più grande base militare al di fuori della Francia. I francesi erano intervenuti nella loro ex colonia nel gennaio del 2013, nel tentativo di sconfiggere gruppi legati ad Al Qaeda che avevano approfittato della ribellione dei Tuareg per cercare di prendere il controllo del Paese. Questa ribellione si è poi diffusa in tutto il Sahel, una zona che copre oltre 3.053 milioni di kmq. Prima di proseguire, è importante però comprendere il ruolo del governo e dell’esercito francese nella regione. La Francia ha stabilito basi militari in Africa durante il periodo coloniale, mantenendo una presenza militare dopo la “flag independence” delle sue ex colonie negli anni ’60. La lotta per l’indipendenza dell’Africa francese, ad eccezione della Guinea, ha portato questi Stati ad avere una propria bandiera, un inno nazionale ma con una dipendenza continua dalla Francia sotto le condizioni di un patto coloniale che fu concordato come condizione per la loro decolonizzazione e che ha sancito una serie di condizioni favorevoli per la Francia nei processi politici, commerciali e di difesa. Per quanto riguarda la difesa, ci sono stati due accordi. Il primo di cooperazione militare e di aiuto tecnico militare (AMT) e riguardava l’addestramento di soldati e ufficiali delle forze di sicurezza. Il secondo, segreto e vincolante, era che le decisioni che riguardavano la difesa, dovevano essere supervisionate e attuate dal Ministero della Difesa francese, che avrebbe utilizzato questi Paesi come base legale per gli interventi delle forze militari francesi all’interno degli Stati africani. Questi accordi hanno consentito alla Francia di avere truppe pre-schierate in basi in tutta l’Africa che si trovano da allora permanentemente in basi e strutture militari, gestite interamente dai francesi. Il Patto coloniale era però molto più di un accordo militare giacché legava le economie di questi Paesi al controllo della Francia, facendo del franco francese la valuta nazionale in entrambe le ex regioni coloniali dell’Africa e creando una dipendenza continua dalla Francia. In sintesi, la Francia ha:

  • preso possesso delle loro riserve in valuta estera;

. assunto il controllo delle materie prime strategiche;

  • stazionato le proprie truppe col diritto di libero passaggio;
  • imposto che tutti gli equipaggiamenti militari fossero acquistati dalla Francia;
  • ottenuto che le imprese francesi potessero mantenere le imprese monopolistiche in settori chiave (acqua, elettricità, porti, trasporti, energia, ecc.).
  • ottenuto che nell’assegnazione di contratti governativi, le società francesi fossero considerate prima di altre;
  • ottenuto che questi Stati versassero un contributo annuale alla Francia per le infrastrutture create dal sistema coloniale francese;
  • fissato quantitativi minimi d’importazioni dalla Francia.

Questi trattati sono tuttora in vigore e operativi e il sistema è noto come Françafrique.

Le politiche di Françafrique non sono state il risultato di un processo democratico ma il risultato di politiche condotte da un piccolo gruppo di persone coordinate dal presidente francese in carica, la cosiddetta “African Cell “, promossa da DeGaulle e dal suo esperto per l’Africa, Jacques Foccart. Negli ultimi cinquant’anni, la “African Cell “, segreta e potente, ha supervisionato tutti gli interessi strategici della Francia in Africa, dominando un’ampia fascia di ex colonie: agendo come un comando generale, la cellula usa l’esercito francese per installare i leader che ritiene amichevoli agli interessi francesi e per rimuovere quelli che rappresentano un pericolo per la continuazione del sistema. Trascurando i tradizionali canali diplomatici, l’African Cell riporta solo a una persona: il Presidente francese. Sotto Chirac, l’African Cell era composta dal consigliere africano Michel De Bonnecorse, Aliot-Marie (ministro della Difesa) e dal capo della DGSE Pierre Brochand. Erano aiutati da una rete di agenti francesi incaricati di lavorare sotto copertura in Africa come impiegati e inseriti in società francesi come Bouygues, Delmas, Total e altre multinazionali. Sotto Sarkozy la “African Cell ” sempre diretta dal Presidente, includeva Bruno Joubert e un consigliere informale e inviato di Sarkozy, Robert Bourgi. Anche Claude Guéant, Segretario generale della presidenza e poi Ministro degli interni, ha svolto un ruolo influente.  La “African Cell” di Hollande era composta da amici fidati: Jean-Yves Le Drian (Ministro della Difesa); il generale Benoît Puga capo del suo servizio di sicurezza; l’advisor africano Hélène Le Gal e un numero di specialisti di livello inferiore dei Ministeri degli affari esteri e del tesoro. Non è ancora chiaro chi apparterrà alla cellula africana di Macron.Ciò che è importante per gli effetti di Françafrique sugli stati africani è che i francesi hanno resistito a qualsiasi cambiamento delle regole dettato a livello locale e hanno mantenuto truppe e gendarmi in Africa per abbattere qualsiasi leader con ambizioni divergenti dagli interessi francesi. Da considerare che durante gli ultimi 50 anni, sono stati 67 i colpi di stato che si sono verificati in 26 Paesi africani; Il 61% di questi, sono avvenuti nell’Africa francofona. I francesi hanno iniziato il loro controllo sui leader africani con l’assassinio di Sylvanus Olympio in Togo nel 1963, quando voleva imporre la moneta locale al posto del franco francese. Nel giugno 1962, il primo presidente del Mali, Modiba Keita, che voleva abbandonare il Patto coloniale, fu ucciso dal tenente Moussa Traore (ex legionario africano), che divenne poi Presidente del Mali. L’uso francese di ex legionari africani per rimuovere presidenti che si ribellano contro il patto coloniale, il Franco francese come valuta o Françafrique, divenne un luogo comune: il 1° gennaio del 1966, Jean-Bédel Bokassa, ex legionario francese, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo Presidente della Repubblica centrafricana. Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo Presidente della Repubblica dell’Alto Volta, ora chiamato Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato compiuto da Aboubacar Sangoulé Lamizana. Il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou, che era una guardia del corpo del Presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, ha guidato un colpo di stato contro il presidente. Ci sono stati diversi altri assassini gestiti dai francesi che hanno avuto luogo senza l’uso di legionari. Come: Marien Ngouabi, Presidente della Repubblica del Congo, assassinato nel 1977. In Camerun, Felix Moumie, che è stato il successore di Reuben Um Nyobe, assassinato in precedenza, è stato assassinato da un avvelenamento da tallio a Ginevra il 15 ottobre 1960. Il suo assassino era un agente francese, William Bechtel, che si era fatto giornalista per incontrare Moumie in un ristorante, avvelenando la sua bevanda. François Tombalbaye, presidente del Ciad, fu assassinato da soldati comandati da ufficiali dell’esercito francese nel 1975. Poi, nel dicembre 1989, i francesi rovesciarono il governo di Hissan Habre in Ciad e installarono Idriss Deby come Presidente perché Habre voleva vendere petrolio del Ciad a compagnie degli Stati Uniti. Forse il più tragico, fu l’assassinio di Thomas Sankara del Burkina Faso nel 1987. Sankara assunse il potere nel tentativo di rompere i legami del Paese con il potere coloniale francese ma deposto e ucciso con un colpo di stato su ordini francesi nel 1983, guidato dal suo migliore amico e compagno d’infanzia Blaise Compaoré. Nel marzo 2003 le truppe francesi e del Ciad rovesciarono il governo eletto del presidente Ange-Felix Patasse quando annunciò l’intenzione di estromettere le truppe francesi dalla Repubblica centrafricana, installando il generale François Bozize, deposto anche lui acuni anni dopo sempre dai francesi. Nel 2009, i francesi hanno sostenuto il colpo di stato in Madagascar di Andry Rajoelina contro il governo eletto di Marc Ravalomanana che voleva aprire il Paese agli investimenti di compagnie internazionali nel settore minerario e petrolifero, rifiutando alla Total di aumentare unilateralmente del 75% il prezzo per il petrolio. I francesi hanno usato le truppe in Costa d’Avorio per provocare un tentativo di rovesciamento del governo democraticamente eletto di Gbagbo. Quando la ribellione per cacciare Gbagbo fallì, le truppe francesi divisero il Paese in due zone e continuarono a pianificare colpi di stato contro Gbagbo. Quando Gbagbo vinse le elezioni nel 2010, nonostante le interferenze francesi, le truppe francesi (e le “forze di pace” delle Nazioni Unite) usarono elicotteri da combattimento per attaccare la cittadinanza ivoriana, conquistando il paese nel 2011.

L’attuale problema per la Francia in Africa, è il mantenimento di un ampio coinvolgimento –molto costoso- delle sue forze armate. Attualmente ci sono 36.000 soldati dispiegati, in operazioni chiamate “OPEX” (Operazioni esterne), che si occupano del controllo della politica interna delle nazioni africane di Francafrique e dei loro confini. Come: in Costa d’Avorio, dove le truppe francesi dell’operazione Licorne e i suoi elicotteri hanno rovesciato il governo di Gbagbo e supervisionato l’uccisione di numerosi cittadini ivoriani in collaborazione con le “forze di pace” delle Nazioni Unite. In Chad, con la missione Epervier, istituita nel 1986 per aiutare a ristabilire la pace e mantenere l’integrità territoriale del Ciad, e istituire e proteggere il governo di Deby. La Francia è presente in Mali dal gennaio 2013 a sostegno delle autorità maliane nella lotta contro i gruppi terroristici. 2.900 uomini sono stati schierati con l’operazione Serval. Dal dicembre 2013, la Francia ha operato anche nella Repubblica Centrafricana a sostegno della MISCA, l’operazione di mantenimento della pace dell’Unione Africana con 1.600 uomini che sono schierati con l’operazione Sangaris. La Francia sostiene anche la partecipazione di soldati africani alle operazioni di mantenimento della pace attraverso il programma di rafforzamento delle capacità di mantenimento della pace africana (RECAMP). Nel 2017, i francesi hanno concentrato i loro schieramenti di truppe nell’Africa occidentale per combattere la crescente minaccia del fondamentalismo islamico, con circa 3.000 soldati che rimangono nella vasta area africana del Sahel, senza una specifica data di uscita. Quest’operazione è nota come Operazione Barkhane (il nome si riferisce a una duna di sabbia a forma di falce) e le forze sono organizzate attorno a quattro campi base con quartier generale nella capitale ciadiana di Ndjamena. In seguito ad accordi diplomatici con il Ciad, il Mali, il Niger, il Burkina Faso e la Mauritania (il “Sahel G-5”), questi militari francesi sono impegnati a garantire la regione del Sahel-Sahara nelle operazioni di cooperazione che coinvolgono le truppe del G-5, impiegando 20 elicotteri, 200 veicoli corazzati, 200 camion, 6 jet da combattimento, 10 aerei da trasporto e 3 droni (dati dell’anno scorso). Il loro scopo principale, comunque, non è interamente la soppressione delle forze fondamentaliste, ma quello di salvaguardare le miniere di uranio dell’Areva francese in Niger, che forniscono alla Francia rifornimenti per i suoi programmi di energia nucleare. L’avvio dell’operazione Barkhane (tuttora in corso e che vede coinvolti 4.000 militari), ha posto fine a quattro operazioni francesi esistenti in Africa; Licorne (Costa d’Avorio, 2002-2017), Épervier (Ciad, 1986-2014), Sabre (Burkina Faso, 2012-2014) e Serval (Mali, 2013-2014). Sebbene Licorne sia finita nel giugno 2017, 450 soldati francesi sono rimasti ad Abidjan come base logistica. L’Operazione Sangaris (Repubblica Centrafricana, 2013-2016) è stata classificata come una missione umanitaria anziché antiterrorismo e lo spiegamento di circa 2.000 soldati francesi è stato poi ridotto a 1.200 che rimangono nel nord del Mali. Gli schieramenti militari francesi esistenti a Gibuti, Dakar (Senegal) e Libreville (Gabon) sono stati ridimensionati. Per concludere, la Francia, che non può più permettersi lo sforzo economico di mantenere una posizione militare forte in Africa, è stata in grado di ottenere l’assistenza dei suoi partner dell’Unione europea in una politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) in programmi come EURFOR in Ciad che affronta teoricamente solamente le organizzazioni terroristiche.

(nella foto: forze francesi in Africa 2017)

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Africa, Stati Uniti e CIA

Gli Stati Uniti combattono guerre in Africa dagli anni ’50: in Angola, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Etiopia, Somalia, Marocco, Libia, Gibuti per nominare solo alcuni Paesi. In alcuni di questi, hanno usato truppe statunitensi, ma nella maggior parte dei casi hanno finanziato, armato e supervisionato il sostegno a forze indigene (nel loro sostegno alle forze anti-MPLA in Angola, hanno inviato armi e attrezzature all’opposizione dell’UNITA; nella Repubblica Democratica del Congo, Larry Devlin della CIA era un Ministro non ufficiale del governo di Mobutu). Da quando poi, nel 2002, l’amministrazione Bush ha annunciato che l’Africa era una “priorità strategica nella lotta al terrorismo”, gli strateghi della politica estera degli Stati Uniti, si sono concentrati per centralizzare e coordinare una politica militare su base continentale formando il Comando africano (AFRICOM) e il Comando delle operazioni speciali Africa (SOCAFRICA). Questi comandi, organizzano eserciti africani, eufemisticamente chiamati “Co-operative partnerships “, con l’obiettivo di sostenere attività antiterrorismo nel continente. I team per le operazioni speciali degli Stati Uniti sono oggi schierati in 23 Paesi africani e gli Stati Uniti gestiscono basi in tutto il continente: oltre a Camp Lemonnier a Gibuti (Main Operating Base), ci sono numerose sedi CSL (cooperative security locations), FOL (Forward operating locations) e altri avamposti costruiti in Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Gibuti, Etiopia, Gabon, Ghana, Kenya, Mali, Niger, Senegal, Seychelles, Somalia, Sud Sudan e Uganda (nel 2015 gli Stati Uniti hanno rivelato pubblicamente di avere 46 basi di diversi tipi in Africa). Le forze armate statunitensi hanno anche accesso a zone in Algeria, Botswana, Namibia, Sao Tomé e Príncipe, Sierra Leone, Tunisia, Zambia e altri Paesi. I due siti operativi di AFRICOM sono il Camp Lemonnier di Gibuti e una base sull’Isola dell’Ascensione al largo della costa occidentale dell’Africa: questi, sono considerati  come ” enduring locations” e fungono da hub per le missioni in tutto il continente e per rifornire la crescente rete di avamposti. Gli Stati Uniti vendono attrezzature militari alle nazioni africane tramite la Defence Security Cooperation Agency; destinatari principali: Botswana, Etiopia, Ghana, Guinea, Mali, Nigeria, Senegal, Sud Africa, Zimbabwe. L’African Coastal and Border Security Program fornisce veloci motovedette, veicoli, apparecchiature di sorveglianza elettronica e apparecchiature per la visione notturna. L’Intelligence Fusion Cell, con sede a Kisangani, nella Repubblica Democratica del Congo con obiettivo la sorveglianza per la “sicurezza regionale”, garantisce l’accesso degli Stati Uniti all’oro, ai diamanti, all’uranio, al platino e al coltan. L’APS (Africa Partnership Station), in collegamento con il personale militare locale, garantisce la sicurezza della produzione petrolifera di Senegal, Liberia, Ghana, Camerun, Gabon, Sao Tome e Principe. Gli Stati Uniti sono intervenuti e intervengono militarmente nelle controversie interne (che creano tramite la CIA) e, di fatto, hanno assunto il controllo di questi Paesi (come del resto, ha fatto anche la Francia).  A questo proposito, vi è da osservare che c’è stato un aumento drammatico nell’uso di UAV (Unmanned Aerial Vehicles) che sta diventando “The weapon of choice” nella guerra contro i terroristi (o almeno quelli designati come terroristi). Nell’ultimo decennio, l’uso americano di UAV e UAS (sistemi aerei senza equipaggio) è cresciuto esponenzialmente, così come il numero di basi UAV che è salito a circa 63. Dalle basi UAV alle Seychelles e al campo di Lemonnier a Gibuti, gli UAV sono inviati quasi ogni giorno per distruggere obiettivi in ​​Yemen, Somalia e nei paesi limitrofi. La maggior parte degli UAV, sono droni MQ-Reaper muniti di missili. Queste basi UAV sono gestite sia dall’esercito statunitense sia dalla CIA. Trump ha scelto Cyril Sartor per il ruolo di Senior Africa Director del National Security Council, (Sartor è stato vicedirettore aggiunto della CIA per l’Africa). Da gennaio 2017 non è stato ricoperto il ruolo di Segretario di Stato permanente per gli affari africani, ma a dicembre, il Dipartimento della Difesa ha nominato Alan Patterson come nuovo Vice Segretario aggiunto per gli affari africani (Patterson è stato responsabile delle operazioni clandestine in Africa). Che ex appartenenti alla CIA occupino due delle tre posizioni di comando per l’impegno degli Stati Uniti in Africa, è sconfortante. Non dimentichiamo che la CIA è stata implicata nell’assassinio del leader dell’indipendenza del Congo Patrice Lumumba, nel colpo di stato che rovesciò il primo presidente del Ghana, Kwame Nkrumah e nell’arresto di Nelson Mandela. Più recentemente, nel 2011, i ribelli armati della CIA hanno combattuto contro Gheddafi in Libia. La storia dell’agenzia non è certamente uno sfondo promettente della strategia americana in un continente di Paesi che il presidente degli Stati Uniti ha etichettato come ” shithole “.

(Nella foto: le principali basi USA)

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Immigrazione

L’acronimo OPL 245 significa poco per la maggior parte delle persone. Eppure, è il nome dell’accordo per l’acquisizione del più grande blocco petrolifero (oltre 9 miliardi di barili di greggio) in Africa. Si trova al largo delle coste della Nigeria che è il Paese più popoloso del continente e quello dal quale il maggior numero di migranti è arrivato via mare in Italia. La cifra di 1,1 miliardi di dollari investiti dalle compagnie europee di petrolio e gas nell’acquisizione di questo blocco, non è stata investita per i cittadini nigeriani, ma ne hanno beneficiato solo un numero molto limitato di funzionari corrotti. OPL 245 non è un caso eccezionale. In effetti, le risorse naturali (carburante, oro, gas, ecc.), della maggior parte, se non tutti, i Paesi africani e un certo numero di stati nel Mediterraneo orientale,  vengono ancora gestiti attraverso società offshore che, in larga misura, sono collegate ad aziende e uomini d’affari europei e americani. (Come confermato dai Panama Papers, le società anonime, circa 1400, e i paradisi fiscali vengono utilizzati per sfruttare la ricchezza naturale di alcuni dei Paesi più poveri del mondo). La “destabilizzazione” di alcuni Paesi poi, è un altro aspetto chiave da considerare quando si affrontano le condizioni strutturali che stanno promuovendo “la migrazione e la tratta di persone”. È una storia antica quanto il mondo: le persone tendono a emigrare quando si sentono insicure o incapaci di soddisfare i loro bisogni. In questo contesto, è sufficiente ricordare che, secondo i dati forniti dal Dipartimento di Stato americano, da quando George W. Bush ha dato il via nel 2001 alla cosiddetta “Guerra al terrorismo “, gli atti terroristici  sono aumentati del 6.500% (199 attacchi nel 2002, 13.500nel 2014). Nonostante 15 dei 19 dirottatori dei jet che hanno colpito le Twin Towers fossero cittadini sauditi, l’amministrazione Bush ha deciso di rispondere agli attacchi dell’11 settembre colpendo l’Afghanistan e l’Iraq. Non è un caso che questi due Paesi siano quelli che hanno subito la metà del numero totale degli attacchi sopra menzionati. La destabilizzazione di gran parte del Medio Oriente e del Nord Africa e la profonda influenza che questo ha avuto sulla stabilità delle regioni limitrofe è parzialmente, se non principalmente, un risultato diretto delle decisioni prese dagli USA.  Ma in che modo la migrazione influenzerà l’Africa e l’Europa nei prossimi decenni? La risposta è in larga misura legata ai dati demografici. La popolazione totale dell’Africa crescerà dagli attuali 1,2 miliardi a 2,5 miliardi entro il 2050, mentre alcuni Paesi europei vedranno diminuire la propria popolazione o rimanere relativamente stagnanti nello stesso periodo. Ad esempio, l’UE prevede che la popolazione italiana diminuirà da circa 61 milioni a meno di 59 milioni entro il 2050. Ciò significa che affrontare la migrazione e la tratta di persone schierando truppe o dirottando i flussi umani è una vera e propria falsa soluzione. E’ necessario  decostruire l’immagine comune di un’Europa generosa impegnata a trovare soluzioni umanitarie a “milioni di migranti”, e che deve far fronte alle conseguenze dei “problemi degli altri”. Troppo spesso tendiamo ad affrontare il presente drammatico di molti Paesi del Medio Oriente e dell’Africa come qualcosa che appartiene a popoli e contesti che sono in gran parte distaccati dal nostro passato e presente politico, storico ed economico. Dobbiamo accettare che sin tanto che sfrutteremo risorse e destabilizzeremo nazioni, niente e nessuno potrà fermare la migrazione di interi popoli.

(Nella foto: Le “rotte” migratorie di terra che dall’Africa subsahariana convergono verso la Libia e l’Egitto. Fonte: Esodi/MEDU 2017)

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Turchia

La Turchia continua indisturbata e nell’indifferenza del mondo intero, la sua oppressione nei confronti di chiunque manifesti dissenso. Venerdì scorso, più di 30 studenti delle scuole superiori sono stati arrestati a Istanbul, malmenati e caricati su autobus. Dal fallito golpe, sta avvenendo quella che è da considerarsi una  panoplia di crimini sui civili: abitanti tenuti in ostaggio, abusi sessuali, interrogatori, torture, uccisioni e minacce armate su intere famiglie e bambini.

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