Quale significato ha il ritorno del leader di Isis Abu Bakr al-Baghdadi

L’ultima volta che l’abbiamo visto, era sul pulpito della Grande Moschea di al-Nuri a Mosul, a proclamare un nuovo “Califfato”. Dopo quasi cinque anni di atrocità che hanno sconvolto il mondo intero, lo Stato islamico ha perso in sostanza tutti i territori che aveva conquistato e un mese fa, è caduta Baghouz, per mano dei militanti curdi, l’ultima roccaforte che aveva in Siria. Ma perché al-Baghdadi è tornato?

I motivi che l’hanno spinto a pubblicare questo video, potrebbero essere diversi, ma sono due gli eventi importanti delle ultime settimane che potrebbero essere associati a questa decisione. Anzitutto la caduta di Baghouz, che ha effettivamente messo fine al regno geografico dello Stato islamico. Le conseguenze di questa sconfitta sono evidenti: migliaia di combattenti sono fuggiti nel deserto, molti altri si sono arresi o sono stati catturati e tuttora detenuti dai curdi. L’altro evento tragicamente importante, riguarda gli attacchi nello Sri Lanka che hanno ucciso più di 250 persone. Con questo video, al-Baghdadi ha voluto contrastare le affermazioni che si sono susseguite in questi ultimi anni sulla sua scomparsa e ha voluto comunicare al mondo che Isis continuerà la sua guerra, indipendentemente dalle battute d’arresto subite. C’è poi da considerare che la perdita del Califfato ha sicuramente e fortemente abbassato il morale non solo tra i combattenti, ma anche tra coloro che lo sostengono in altri Paesi. Gli attacchi nello Sri Lanka, oltre all’apparizione di al-Baghdadi al comando del gruppo, costituiscono indubbiamente -per tutti loro- uno sprone non da poco per risollevare morale e fiducia.

Nel video, al-Baghdadi discute su varie questioni: della recente caduta dei regimi in Sudan e Algeria; dell’importanza della propaganda non solo da parte dei media ma anche da parte delle singole persone. Si congratula con i militanti in Somalia, Yemen, Caucaso, Africa occidentale e centrale e Turchia per aver giurato fedeltà allo Stato islamico. Afferma che gli attacchi nello Sri Lanka, sono stati condotti per “vendetta” nei confronti della sconfitta subita a Baghuz, che considera comunque come una battuta d’arresto temporanea da cui Isis si riprenderà presto. Parla dela rielezione del primo ministro Benjamin Netanyahu in Israele. Rende omaggio ai combattenti che sono morti nell’area di Baghouz, inclusi gli stranieri provenienti da Iraq, Arabia Saudita, Belgio, Francia, Australia, Cecenia ed Egitto e chiede vendetta per loro e per i membri incarcerati, incitando i militanti che operano nell’Africa occidentale a moltiplicare gli attacchi contro “La Francia e i suoi alleati crociati”. Afferma: “La nostra battaglia di oggi è una battaglia di logoramento con il nemico … il jihad continua fino al giorno del giudizio”. Infine, al-Baghdadi, indica ai suoi seguaci cosa dovrebbero fare e inserisce il Jihad nel contesto delle crociate, suggerendo che dureranno per un lungo periodo: “La verità è che la battaglia dell’Islam e della sua gente con i crociati e la loro gente è una lunga battaglia… la guerra di Baghouz è finita e si manifesta in essa la natura selvaggia e la ferocia del popolo della croce verso il popolo dell’Islam …”. Certamente non è la prima volta che Isis fa riferimento alle crociate, ma questa volta, è lo stesso al-Baghdadi a indicare il nemico nel “Popolo della croce” e istigare i suoi seguaci alla violenza, come parte della strategia di ripresa del gruppo: “Quindi raccomandiamo a tutti voi di attaccare i vostri nemici e di esaurirli in tutte le loro capacità -umane, militari, economiche, logistiche-”.

Il video in sé, comunque, non dice nulla di nuovo per quanto riguarda le ideologie e le strategie operative di Isis, ma la cosa più importante è che mostra al-Baghdadi come un leader che mantiene il comando sul gruppo e, soprattutto, lo certifica in vita. Al-Baghdadi sta essenzialmente riaffermando la sua leadership, comunicando di trovarsi in cima alla rete di comando e controllo del gruppo, non solo in Iraq e Siria ma, più ampiamente , nei suoi franchise e affiliati. In poche parole, con questo video, Isis dice al mondo, in particolare ai combattenti, sostenitori e simpatizzanti, che il “Califfo” al-Baghdadi è sopravvissuto alla caduta del Califfato. Nonostante una taglia di 25 milioni di dollari sulla sua testa e la massiccia caccia all’uomo che le unità d’intelligence occidentali e non solo hanno lanciato, è vivo e libero.

Il messaggio è chiaro: il Califfato può essere caduto, ma Isis è tutt’altro che finito. E lo dimostrano le migliaia di combattenti fuggiti in Africa e Afghanistan dove combattono e cercano di ricostruire un nuovo Califfato. Lo dimostrano i molti combattenti di Isis intervistati dopo la caduta di Baghouz, comprese le donne, che mostrano un sostegno incondizionato verso il califfato e la causa per cui hanno combattuto. Lo dimostra la solida rete d’ideologi online che alimentano continuamente video di propaganda pro-Isis, immagini, poster, scritti, audio e così via. E lo dimostrano le cellule dormienti, pronte a scatenare la loro furia assassina in tutto il mondo. Per il prossimo futuro, Isis opererà come organizzazione terroristica e cercherà di seguire il modello operativo degli attacchi nello Sri Lanka, organizzando e istigando i sostenitori a condurre attacchi in tutto il mondo.

Anche se le minacce di al-Baghdadi non rappresentano –in sé- niente di nuovo, costituiscono sicuramente una nuova sfida per i servizi d’intelligence e gli operatori nel settore della sicurezza di tutto il mondo.

IS-BAGHDADI

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Face to Face with women of ISIS

Ho scritto più volte sulle donne di Isis e anche se alcune di loro possono essere state irretite dalla propaganda dello Stato islamico, la maggior parte è profondamente radicalizzata e anche se hanno dovuto arrendersi ai combattenti SDF sostenuti dagli Stati Uniti, condividono tuttora e fermamente l’ideologia del gruppo terrorista. Queste donne possono essere ancora più fanatiche e aggressive delle loro controparti maschili (il che è tutto dire) e la realtà le vede ben lontane dall’immagine stereotipata della vittima di Isis spesso presentata dai media. Le vere vittime di Isis, sono le migliaia di bambine e donne Yazidi schiavizzate per anni dallo Stato islamico, non certamente le “mogli” che hanno condiviso con i miliziani le atrocità commesse.

Rola Al-Khatib, giornalista della rete Al-Arabiya, si è recata nel campo di Al-Hol nel nord della Siria, riservato alle donne straniere, ed ha intervistato alcune di loro e i loro figli. Il campo è uno dei tre gestiti dalle forze SDF sostenute dagli Stati Uniti, e ospita quasi 13.000 donne e bambini stranieri. Il video dell’intervista alle donne è stato pubblicato sul sito in arabo e inglese di Al-Arabiya il 16 aprile 2019. Rola al-Khatib ha incontrato negli altri campi anche i combattenti uomini di Isis, ma afferma che il suo tempo trascorso con le donne, è stato “Il più violento, fisicamente e psicologicamente”. Le donne, che indossano il niqab, parlano con Al-Khatib dall’interno del campo, dietro il recinto. Secondo Al-Khatib, “Le donne hanno iniziato a lanciare sassi contro di noi. Ci è stato detto che hanno bruciato la tenda di una donna che aveva rimosso il velo dal suo viso. Se fossimo entrati nel campo la nostra sicurezza non poteva essere garantita, così abbiamo condotto l’intervista da dietro la recinzione”.

Al-Khatib afferma che sebbene queste donne si siano arrese alle forze democratiche siriane “Stanno ancora seguendo il percorso e l’ideologia di Isis”. Alla domanda su cosa pensano delle decapitazioni, una di loro ha detto che il Corano afferma: “Colpisci il collo, taglia la punta delle dita. Questo è quello che abbiamo fatto, la decapitazione è una Sunnah del Profeta”. Un’altra donna ha detto: “Ci dispiace non rimanere ad Al-Baghouz per morire nel nome di Dio”. Le donne dicono che non tutte vogliono tornare ai loro Paesi di origine, alcune di loro desiderano rimanere in Siria e continuare a combattere. Un’altra donna dice: “Ascolta, non vederci come mostri o barbari, no. Non siamo barbari e l’Islam è buono….. Combattiamo quelli che combattono Allah e il Suo Profeta … “. Le donne hanno dichiarato ad Al-Khatib che una volta morto in battaglia il loro marito, si sono risposate perché non potevano rimanere nella “Terra dello Jihad” senza un protettore maschio. Una delle donne ha dichiarato che sua madre è stata la persona che l’ha accompagnata all’aeroporto all’inizio del suo viaggio in Siria e continua a incoraggiarla a essere risoluta e vittoriosa e le chiede di non tornare nelle terre degli infedeli.

Un’altra, ha affermato: “Il credo che è coltivato qui (riferito allo Stato islasmico) non sarà rimosso da nessuno. Non Trump, né l’America, né gli ebrei, né gli infedeli … nessuno. Questo credo è coltivato anche nei nostri figli”.

Di seguito, il video dell’intervista.

Isis: il massacro nello Sri Lanka non è una ritorsione per l’attacco in Nuova Zelanda

Alcuni esperti oltre che funzionari del governo dello Sri Lanka, hanno dichiarato che l’attacco dello Stato islamico nel Paese, che ha ucciso centinaia di cristiani nelle chiese e turisti stranieri negli alberghi, è stata una rappresaglia per il massacro neozelandese che ha ucciso decine di musulmani. Ma è una deduzione sbagliata per diversi motivi.

Anzitutto il mese scorso è stato divulgato dall’Isis un discorso di Abu al-Hassan al-Muhajir, portavoce dello Stato islamico, in cui ha fatto un breve accenno al massacro in Nuova Zelanda. Esattamente: ” … e la scena dell’uccisione nelle due moschee dovrebbe risvegliare i negligenti e incitare i sostenitori del Califfato che DIMORANO LÌ a vendicarsi dei figli della loro Ummah (società) che sono massacrati in ogni luogo della terra sotto la supervisione e la benedizione degli stati della Croce e dei governi apostati”. L’implicazione nella frase “dimorando lì”, è la Nuova Zelanda  e potrebbe anche essere estesa ai sostenitori del Califfato in altri stati che però “dimorano li”.

Inoltre, lo Stato islamico, nelle rivendicazioni che si riferiscono agli attacchi nello Sri Lanka, non ha parlato di ritorsione per il massacro in Nuova Zelanda. Invece, è stata seguita una logica coerente col pensiero di Isis e tipica del gruppo terrorista: gli stranieri uccisi negli hotel sono in gran parte cittadini dei Paesi occidentali che fanno parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro lo Stato islamico. E questo, coincide con i costanti appelli iniziati sin dal 2014 per colpire i cittadini della “Coalizione crociata”. E, sempre nelle rivendicazioni, Isis descrive i cristiani dello Sri Lanka come “muharibeen” (in guerra). Di seguito, a conferma, ecco alcune parti dell’articolo della newsletter al-Naba (settimanale dello Stato islamico), proprio sugli attacchi nello Sri Lanka: “Un gruppo di soldati del Califfato in Sri Lanka ha compiuto domenica mattina… 7 attacchi di martirio e inghimasi (inghimasi sono i terroristi combattenti che combattono sino alla loro morte) che hanno preso di mira un numero di chiese dei cristiani in guerra e raggruppamenti di cittadini degli stati crociati in un numero di città dello Sri Lanka ……Più di 350 sono stati uccisi e fino a 650 sono stati feriti negli attacchi… tra i quali più di 45 provenienti da Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Olanda, Spagna, Francia, Cina e India. Nello specifico, i fratelli inghimasi si sono diretti verso un certo numero di chiese e hotel frequentati dai cittadini dell’alleanza crociata….e hanno fatto esplodere una serie di esplosivi e poi le loro cinture esplosive sui crociati, abbattendo molti dei cittadini dell’alleanza crociata”. Per quanto riguarda i cristiani dello Sri Lanka, il concetto di “muharibeen” fa riferimento al versetto 9:29 del Corano, che stabilisce che i miscredenti, compresi ebrei e cristiani, dovrebbero essere combattuti fino a quando non si convertono o non pagano la jizya (tassa) all’autorità musulmana. Di conseguenza Isis li considera “in guerra”.

In conclusione, quindi, è sbagliato ritenere l’attacco dello Stato islamico in Sri Lanka una “vendetta per il massacro in Nuova Zelanda”, semplicemente perché questa convinzione non è supportata da ciò che lo stesso Stato islamico ha dichiarato in proposito. Gli attacchi nello Sri Lanka, sono da inquadrare, invece,  come parte di una grande lotta globale contro i “Crociati”. Isis vuole ferire in particolare i cittadini dei Paesi che l’hanno combattuto nella coalizione guidata dagli Stati Uniti e, più in generale, i cristiani e gli altri “miscredenti” nel mondo che non si sottomettono alla sua autorità.

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(Funerale, delle vittime a Negombo. Foto di Thomas Peter / Reuters)

Il futuro del movimento jihadista globale dopo il crollo del Califfato

Nonostante quasi due decenni di campagna antiterrorismo globale condotta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, ora ci sono non meno di quattro volte più combattenti jihadisti salafiti di quanti ce ne fossero l’11 settembre 2001. Il numero totale è attualmente stimato in 230.000 militanti dislocati in circa 70 Paesi. Il picco del numero di militanti, arriva nello stesso momento in cui Isis è collassato in Iraq e in Siria e questi numeri suggeriscono che, nonostante il declino del cosiddetto califfato, il movimento jihadista globale è vivo e vegeto, anche se attualmente è più fratturato di poco tempo fa. La domanda che molti si pongono, tuttavia, è che cosa significa questo per il futuro di al-Qaeda e Isis.

Nello schema allegato, sono rappresentati i possibili scenari futuri dei due gruppi terroristici. Questi scenari, valutano la forza e la debolezza riguardante ciascun gruppo e suggeriscono una miriade di fattori che potrebbero influire sulla probabilità relativa di ogni particolare scenario. Va notato che in ciascuno degli scenari descritti di seguito, i gruppi rimangono come entità separate, ma ciò non esclude del tutto la cooperazione occasionale e pragmatica in regioni specifiche in momenti diversi. Tuttavia, tale cooperazione non indicherebbe una riunificazione dei due gruppi.

Nel primo scenario, sia al Qaeda sia Isis hanno una forza maggiore. Ciò potrebbe derivare da sviluppi della situazione attuale, tra cui una diminuita presenza occidentale in Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, che potrebbe tradursi in un cambiamento di priorità per gli jihadisti, che potrebbero sentirsi più inclini a rivolgersi al “nemico vicino” dei regimi locali, considerati “apostati”. Questo scenario vedrebbe un’espansione dell’attuale ondata di terrorismo jihadista e potrebbe dare nuova vita al movimento jihadista globale nel suo complesso. Negli ultimi due decenni, diverse volte gli analisti hanno predetto la fine del movimento jihadista e cioè: quasi immediatamente dopo che gli Stati Uniti dichiararono la propria guerra globale al terrorismo; di nuovo, dopo la morte di Osama bin Laden, e più recentemente, in seguito alla riconquista delle roccaforti dello Stato islamico a Mosul e Raqqa e alla distruzione del progetto di costruzione del Califfato. Tuttavia, il movimento jihadista globale è un movimento sociale transnazionale, composto di organizzazioni, reti, cellule e individui. È tenuto insieme in gran parte da una narrativa condivisa che sottolinea la volontà ad affrontare un attacco prolungato e implacabile all’Occidente su più fronti: politico, religioso, militare. Piuttosto che vedere la fine del Califfato come l’inizio della fine del movimento, alcuni analisti vedono la sua rinascita in primo luogo per l’energia distruttiva prodotta e la capacità di attirare un gran numero di persone da tutto il mondo. Sia al Qaeda sia Isis, potrebbero trarre vantaggio anche da un’altra eventuale crisi finanziaria globale, che, in un mondo di risorse limitate, avrebbe un impatto diretto sulla capacità degli Stati nazionali di contrastare questi gruppi. Le organizzazioni d’insorti predatori festeggiano sulle carcasse degli stati, dove le guerre civili hanno devastato le istituzioni e le burocrazie, che sono gli organi ufficiali della proiezione e della legittimità del potere dello stato. I gruppi jihadisti prosperano in regioni del mondo caratterizzate dal fallimento dello stato, mancanza di un buon governo, incapacità di stabilire uno stato di diritto diffuso, servizi di sicurezza deboli e alti livelli di corruzione. Tutti questi fattori favorevoli sono abbondantemente presenti in Medio Oriente.

Il secondo possibile futuro scenario del movimento jihadista globale è il suo ridimensionamento a causa degli sforzi sostanziali contro il terrorismo e delle misure degli stati. Gli stati si stanno muovendo per rafforzare i confini, aumentare la condivisione delle informazioni e la cooperazione tra i servizi d’intelligence e accelerare i progressi nella tecnologia che favoriscono gli sforzi della lotta al terrorismo. L’uso della biometria e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nel processo di targeting potrebbero aiutare gli eserciti occidentali a essere più efficaci nella loro caccia ai leader terroristi. Un altro aspetto di questa futura possibilità è che la narrativa creata dallo Stato islamico e da gruppi simili potrebbe non riuscire a entrare in risonanza con le generazioni future. Questo scenario vede un cambiamento nel panorama delle minacce in cui persistono i pericoli posti dai gruppi terroristici, ma la minaccia di grandi combattimenti tra Stati nazionali ben equipaggiati potrebbe rendere meno probabili i conflitti per procura, poiché gli Stati in genere cercano di evitare azioni di escalation che potrebbero condurre a una guerra.

Un terzo scenario, vede al Qaeda è in ascesa e lo Stato islamico vacillante, derivante da un aumento del sostegno esterno al primo e dal crescente isolamento di quest’ultimo. Il conflitto tra i poteri sunniti e sciiti, rappresentato dalla faida tra Arabia Saudita e Iran, potrebbe portare alcuni poteri sunniti a diventare più tolleranti verso al Qaeda e persino a sponsorizzarli come forze sostitutive. Al Qaeda sarebbe indubbiamente favorito per ricevere questo tipo di supporto poiché ha lavorato diligentemente per rimodellare la sua immagine come entità più moderata dai tempi della primavera araba. Isis è ancora considerata troppo estrema dalla maggior parte del mondo musulmano, inclusi molti stati-nazione che hanno sostenuto gruppi jihadisti in passato. Inoltre, se al Qaeda concentra le sue risorse per colpire l’Occidente, -ed è assolutamente in grado di farlo con successo-, questo potrebbe fornire lo slancio necessario per sostituire l’Isis come leader del movimento jihadista globale. Al Qaeda possiede certamente la capacità di sfruttare i potenziali passi falsi di Isis e ha già fatto di tutto per ridefinire la sua strategia poiché mira a raccogliere il sostegno locale.

 Il quarto e ultimo scenario, vede la fine di Al Qaeda mentre lo Stato islamico si rafforza in una replica della situazione del periodo tra il 2014 e il 2016. Durante questo periodo che ha visto l’ascesa di Isis, Al Qaeda è stata colta alla sprovvista. L’organizzazione di Zawahiri non è riuscita ad anticipare l’evento che seguiva la Primavera araba e poi ha risposto in modo improvvisato, mentre altri gruppi hanno approfittato del vuoto di potere per promuovere i propri programmi e le proprie ideologie. Alla fine, al Qaeda ha beneficiato del caos derivante dalla primavera araba, ma ha avuto difficoltà a raggiungere un certo successo. C’è un’alta probabilità che l’Isis si ricostituisca davvero e quasi sicuramente lo farà in Iraq e in Siria, oltre ad altre posizioni in altri stati. Ma la domanda è: fino a che punto l’Isis può ancora una volta essere in grado di recuperare il suo precedente controllo territoriale? Perdere il Califfato fisico potrebbe aver offuscato la sua immagine agli occhi di alcuni, ma il fatto che sia stata comunque in grado di stabilire per prima e con successo un Califfato, resterà uno strumento di propaganda importante per il gruppo e per reclutare nuovi membri, sollevando il morale del movimento jihadista globale nel suo complesso. Resta il dubbio su quanto tempo la comunità internazionale, già una volta tanto negligente, impiegherebbe per organizzarsi e mobilitarsi nuovamente qualora il gruppo tenti di ricostruire uno stato. Per i Paesi più colpiti dall’aumento di Isis -quelli nella regione e altri in Occidente dove combattenti terroristi stranieri e le loro famiglie stanno ora tentando di tornare a casa-, il terrore e l’instabilità evocati dallo Stato islamico sono ancora abbastanza palpabili. Ma è questo il periodo cruciale che potrebbe generare questo scenario, perché è il periodo nel quale il Califfato è stato decimato e la strategia di al Qaeda di “ricostruire in silenzio e pazientemente” ha preso forma. La conseguenza potrebbe essere che al Qaeda sia temporaneamente percepita come l’obiettivo più pertinente per le forze antiterrorismo occidentali, che ancora una volta, attaccherebbero al Qaeda. Questo innalzerebbe Isis, dal momento che i suoi combattenti cercano e sono in una posizione migliore per ricostruire in silenzio e pazientemente il loro obiettivo con la maggior parte degli sforzi della lotta al terrorismo dirottati altrove.

Conclusione

La sfida nell’esaminare questi scenari è attribuire una probabilità o una percentuale a ciascuno dei due gruppi, tentando di valutare quali fattori si possano verificare con maggiore probabilità e incidere sulle posizioni di Isis e di al Qaeda come organizzazioni transnazionali, tenendo anche conto della miriade di affiliazioni locali, diramazioni e franchigie che ogni gruppo mantiene. Alcuni studiosi come Barak Mendelshon, prevedono un requiem per il jihadismo, osservando quello che ha definito il “problema dell’aggregazione” o l’incapacità di questi gruppi di tradurre le vittorie locali in un impatto transnazionale. Altri ancora, incluso Seth Jones, hanno notato il numero esagerato di salafiti-jihadisti e suggeriscono che sarebbe un grave errore dichiarare la vittoria prematuramente contro la minaccia terroristica. La mia opinione è che entrambe queste osservazioni possano essere vere: le organizzazioni jihadiste salafite possono ancora lottare per mobilitare una campagna transnazionale di violenza prolungata, mentre il numero di combattenti impegnati in questa ideologia continua a crescere.

Il futuro del movimento jihadista globale è quindi probabile che assomigli al suo passato, con gruppi divisi di militanti che si disperdono su nuovi campi di battaglia, dal Nord Africa al Sudest asiatico. Lì si uniranno alle guerre civili esistenti, stabiliranno rifugi sicuri e cercheranno modi per condurre attacchi spettacolari in Occidente che ispirino nuovi seguaci. In questa forma frammentata, Isis potrebbe diventare ancora più pericolosa e impegnativa per le forze antiterrorismo, poiché i suoi gruppi e le sue cellule minacciano, con violenza rinnovata e intensificata, tutto il mondo. Anche se i combattenti stranieri tornassero a casa in numero molto inferiore rispetto a quanto inizialmente previsto, il prossimo quinquennio potrebbe essere caratterizzato da un picco di attacchi.

(Questo articolo è un estratto dell’intervento del  Dr. Colin P. Clarke, Associato dell’ICCT e Senior Research Fellow presso il Soufan Center alla  conferenza  dell’ l’International Centre for Counter Terrorism tenuta a l’Aia l’11 dicembre 2018)

futuro AQ e IS

Terrorismo: come si diventa una bomba umana

La motivazione principale dei terroristi suicidi riguarda la certezza di entrare in “Paradiso … essere alla presenza di Allah … incontrare il profeta Maometto ” e raccogliere i frutti della partecipazione a una guerra santa. Il potere motivante dell’ideologia, risiede nel suo identificare una discrepanza da uno Stato ideale e offrire un mezzo per rimuovere la discrepanza attraverso l’azione. Un terrorismo che giustifica l’ideologia, identifica un colpevole (cioè l’Occidente) presunto responsabile per la discrepanza e descrive la violenza contro quel colpevole, il jihad, come mezzo efficace per spostarsi verso lo Stato ideale.

Nella percezione musulmana di un mondo diviso tra dar al-Islam (casa dell’Islam) e dar al-harb (sede della guerra), il jihad è necessario per perfezionare il primo e per estendere il secondo. L’obiettivo del jihad è chiaro: stabilire il dominio di Allah sulla terra costringendo i non-musulmani ad abbracciare l’Islam. Ayman al-Zawahiri (leader di al Qaeda) che ha chiamato al Jihad contro un nemico interno (regimi arabi infedeli) e nemici esterni (aree non controllate dai musulmani), ha affermato che la fede islamica è “Più importante della vita, dell’onore e della proprietà “. Slogan come “L’Europa è il cancro, l’Islam è la risposta” e “L’Islam dominerà il mondo”, per la “bomba umana” possono diventare una realtà attraverso il suicidio che è considerato, dall’estremismo, un mezzo legittimo per realizzare queste intenzioni.

Ma l’ideologia non è l’unica motivazione: militanti e bombe umane sono spinti anche dai legami sociali. E anche quando i jihadisti, usano il Corano e la Sunna per inquadrare la loro lotta, le loro giustificazioni per la violenza sono principalmente laiche e basate su rimostranze: lo sfruttamento del passato, l’oppressione attuale, le condizioni di vita povere e opportunità limitate. Unite a mancanza d’istruzione, alienazione politica, emarginazione sociale e isolamento culturale. Sostanzialmente, il Jihad dice a questi giovani: “Voi siete degli outsider, nessuno si occupa di voi. Insieme possiamo cambiare il mondo”. In breve, non esiste un profilo a livello individuale per il kamikaze. Le bombe umane sono un prodotto d’interazioni strutturali, sociali e individuali.

Una bomba obbediente e carica d’odio però, non s’improvvisa. Leader carismatici, guide spirituali (anche tramite Internet), moschee e madrase estremiste, riescono a utilizzare i normali desideri di una vita confortevole e la religione per creare delle microcomunità unite nella realizzazione di un progetto segreto considerato di vitale importanza, e pronte a esplodere in attentati verso l’esterno. Secondo Bruce Hoffman, direttore del più importante think tank privato di ricerca su strategia e organizzazione militare nel mondo, la Rand Corporation, la bomba umana è in definitiva un’arma intelligente, economica, efficace e in grado di cambiare traiettoria fino all’ultimo secondo. E in media, in grado di fare quattro volte il numero delle vittime di ogni altra tecnica di guerriglia.

Economicamente, con un attentato suicida, si va a colpire il nemico nel capitale umano più prezioso: la popolazione civile ma soprattutto, si va a strappare il tessuto della fiducia che tiene insieme le società. Ecco perché diventa di vitale importanza imparare a cogliere nei piccoli gruppi e nelle comunità presenti anche nelle nostre città e periferie i segni di una radicalizzazione di matrice terroristica, sondando ogni forma di aggregazione.

Siria: la sconfitta degli Stati Uniti e la battaglia per l’egemonia globale

La Siria, la Russia e l’Iran hanno vinto. La Turchia è paralizzata dalle perdite in Siria e sta cercando disperatamente un nuovo equilibrio geopolitico. La Francia e la Germania sono molto preoccupate per i profughi e gli estremisti che inondano i loro confini e sono disposti a contrastare –su questo tema- gli Stati Uniti. In breve, il cosiddetto “processo politico” in Siria, sarà quello che la Siria, la Russia e l’Iran vogliono che sia. I loro incontri ad Astana (la capitale kazaka, dove hanno avuto luogo una serie di colloqui di pace), hanno ottenuto la smilitarizzazione dei punti caldi in Siria, riportandoli sotto il controllo del governo. Nei loro incontri a Sochi (in Russia), sono riusciti a far incontrare siriani di ogni estrazione. Quindi, questi tre Paesi individueranno il processo costituzionale che, prevedibilmente, sarà per lo più sotto i termini del vincitore e riporterà la Siria al 2011, quando Assad aveva approvato delle riforme senza precedenti che la comunità internazionale aveva deciso di ignorare. Infatti, pochissime persone in Occidente sanno che Assad ha proposto numerose riforme in risposta ai disordini iniziali del 2011 e che alcune di esse sono sorprendentemente liberali.

Dal 2011, Assad ha emanato decreti che sospendevano quasi cinquant’anni di leggi d’emergenza che vietavano le assemblee pubbliche, mentre altri leader arabi stavano facendo il contrario in risposta alle loro “rivolte”. Altri decreti includevano l’istituzione di un sistema politico multipartitico, i limiti di scadenza per la presidenza, la sospensione dei tribunali per la sicurezza dello stato, la liberazione di prigionieri, accordi di amnistia, decentramento verso le autorità locali, licenziamento di figure politiche controverse, introduzione di nuove leggi sui media che vietavano l’arresto di giornalisti e prevedevano maggiore libertà di espressione, investimenti in infrastrutture, alloggi, fondi pensione, instaurazione di un dialogo diretto tra popolazioni e autorità governative e una commissione per dialogare con l’opposizione. Lo stato siriano non è ricco, ma ha sempre fornito servizi di base, oltre a istruzione, assistenza sanitaria, alimenti di prima necessità per la sua popolazione. E ha condiviso con loro una visione del mondo antimperialista, antisionista, resistenza contro i poteri interventisti, indipendenza, ecc. In poche parole, Assad ha sempre mantenuto il sostegno di alcuni collegi elettorali molto importanti quali i principali centri urbani di Aleppo e Damasco, la classe economica media e le élite, le forze armate (molto significativo), i gruppi minoritari (alawiti, cristiani, drusi, sciiti, ecc.) e i sunniti laici.

Premettendo che chiunque nell’apparato di sicurezza nazionale degli Stati Uniti abbia preso la decisione di reindirizzare le insurrezioni arabe contro avversari regionali, ha commesso un errore colossale, gli Stati Uniti hanno perso il conflitto con la Russia e i suoi alleati fin dai primi attacchi aerei russi del settembre 2015. La ragione è molto semplice. “Chi domina l’aria e la terra vince la guerra”: l’intervento russo ha fornito all’esercito siriano e ai suoi alleati di terra la copertura necessaria per svolgere efficacemente il proprio lavoro. Obama era felice di fare il “Cambio di regime” nel modo passivo-aggressivo che i democratici fanno: tutto “Humanitarian intervention”, “marketing spin” e tragici “Soundbites”. Ma il premio Nobel per la pace non avrebbe messo –per nessuna ragione- gli aerei degli Stati Uniti nello spazio aereo dominato dalla Russia in Siria.  Certamente non dopo l’Iraq e l’Afghanistan, e non dopo che i russi e i cinesi avevano bloccato la risoluzione dell’ONU del Consiglio di sicurezza ponendo il veto su tutte le risoluzioni che avrebbero potuto legittimare l’intervento.

Tutte le guerre occidentali moderne sono state combattute con immagini manipolate e disinformazione. La chiamiamo propaganda e accusiamo i nazisti e i sovietici di averlo fatto, ma gli Stati Uniti lo fanno meglio di chiunque altro. È letteralmente lo strumento principale del kit militare americano. Se avete la possibilità di leggere il manuale Unconventional Warfare delle forze speciali statunitensi, vedrete come la propaganda è fondamentale agli sforzi degli Stati Uniti per mantenere l’egemonia. Tutto inizia e finisce con “scene-setting” e “swaying perceptions” per preparare una popolazione a sostenere invasioni, occupazione, guerre di droni, “Interventi umanitari”, ribellione, cambio di regime. Non è stato diverso per la Siria fin dal primo giorno, ma i siriani hanno avuto l’audacia di resistere per otto anni e tramite Twitter, Facebook e i media alternativi, ogni giorno si son fatti buchi nella trama di Washington. Non si può tenere in piedi una “scene-setting” e “swaying perceptions” per 8 anni. Le persone finiscono col capire.

E poi c’è la questione delle armi. Elementi dell’opposizione erano armati fin dall’inizio delle proteste, anche se era difficile dimostrarlo perché erano stati compiuti notevoli sforzi per nasconderlo. Ma poi la Lega Araba (che aveva espulso la Siria e quindi imparziale) ha inviato una squadra di osservatori che ha prodotto un rapporto (di cui non si è letto sulla stampa occidentale). La missione di osservatori ha dettagliato gli attentati dell’opposizione, il terrorismo, gli attacchi a infrastrutture e a civili. Eppure, abbiamo continuato a sentire per diverso tempo sui media: “L’opposizione è disarmata e pacifica”. Oggi sappiamo che gli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Qatar, Arabia Saudita, U.A.E. e la Turchia sono i principali Paesi che hanno armato, addestrato, finanziato ed equipaggiato i militanti, e che hanno trovato modi complicati per evitare si sapesse, specialmente all’inizio. Le armi sono arrivate in Siria da tutti e cinque i Paesi di confine in diversi momenti di questo conflitto -Libano, Giordania, Turchia, Iraq, Israele – anche se la maggior parte delle armi sono probabilmente arrivate via Turchia, con trasferimenti coordinati con i partner della NATO.

I lanci di missili su Damasco nel dicembre 2011 e nel gennaio 2012, furono le prime azioni pubblicamente attribuite ad al-Qaida, e furono presto seguite da un video del capo di AQ Ayman al-Zawahiri che esortava i suoi compagni jihadisti a riversarsi nel teatro siriano. Non so se avete sentito parlare del documento declassificato del 2012 della Defense Intelligence Agency su AQ. Questo documento rivela che gli Stati Uniti e i loro alleati avevano identificato AQ come la forza di combattimento più forte e più capace in Siria contro il governo di Assad, che questi estremisti avevano intenzione di creare un “Salafist principality” sul confine siriano-iracheno e che gli Stati Uniti e i suoi alleati fondamentalmente lo sostenevano. Molti hanno cercato di minimizzare questo documento, ma poi Obama ha licenziato Michael Flynn da capo della DIA (Defense Intelligence Agency), e Flynn ha dichiarato che il documento era corretto, che gli Stati Uniti avevano “volontariamente” sostenuto questi estremisti. Ma gli Stati Uniti non riveleranno mai i gruppi militanti finanziati e armati, perché nel momento in cui dovessero farlo, troveremmo video di atrocità fatti da quei gruppi e la responsabilità sarebbe enorme. Ma soprattutto, il problema è che gli Stati Uniti hanno armato gruppi estremisti nel conflitto siriano, e non vogliono che il mondo sappia chi sono queste persone.

La battaglia per l’egemonia globale ha iniziato a svolgersi in Siria, tuttavia, quando i russi, gli iraniani e i cinesi hanno deciso di combattere, il mondo è cambiato. C’è stato un rimpasto negli equilibri del potere negli ultimi anni, con Russia, Cina, Iran in ascesa ed Europa e Nord America in declino. Ma è sul retro del conflitto siriano che è stata combattuta una battaglia di grande potenza, e sulla sua scia sono nate o trasformate nuove istituzioni internazionali per la finanza, la difesa e l’elaborazione delle politiche. Non si tratta solo del rafforzamento dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), della Shanghai Cooperation Organization, dell’Asian Infrastructure Investment Bank, dell’Eurasian Union, ecc.. Cosa succederà alle rotte marittime controllate dall’Occidente ora che l’Asia ha iniziato a costruire rotte terrestri più veloci e meno costose? Il sistema SWIFT sopravvivrà quando sarà concordata un’alternativa per aggirare le sanzioni statunitensi ovunque? Questi sono solo alcuni esempi di questi cambiamenti.

Non sono naturalmente dovuti agli eventi in Siria, ma piuttosto, i retroscena della guerra in Siria hanno innescato la grande battaglia che ha scatenato il potenziale di questo nuovo ordine molto più rapidamente ed efficientemente.

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(Fonte: Sharmine Narwani, reporter e senior associate al St. Antony’s College di Oxford)

Africa: chi sta vincendo nella corsa al Continente

L’Africa è stata definita “il continente del futuro” e, in effetti, rappresenta uno dei più grandi giacimenti di risorse naturali del mondo che hanno a lungo attirato le grandi potenze: Nigeria, Angola, Algeria e Libia producono una buona parte di tutto il petrolio greggio del mondo, oltre a gas naturale, carbone e stagno. Il Congo, lo Zambia e la Sierra Leone hanno le maggiori risorse di tutto il mondo d’oro, diamanti, cromo, coltan, bauxite, manganese e nichel; inoltre, nella Repubblica Democratica del Congo si trova anche la più grande riserva mondiale di radio mentre circa il 20% delle riserve mondiali di rame sono concentrate in Zambia, Repubblica Democratica del Congo, Sudafrica e Zimbabwe.  Il continente africano produce l’80% di platino al mondo; in Namibia c’è l’uranio oltre ai diamanti e il Ghana produce oro, bauxite e diamanti. Ricchi giacimenti di uranio si trovano anche in Sudafrica, nel Niger, nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centrafricana e nel Gabon.

Le potenze europee hanno combattuto per il controllo dell’Africa dagli albori dell’era coloniale fino all’indipendenza nazionale che ha raggiunto il suo apice negli anni ’60. Da allora, l’Africa è stata lacerata da conflitti, alimentati dalla polarizzazione generata dalle attività delle compagnie multinazionali. Un cambiamento avvenne con la fine della Guerra Fredda quando l’Africa iniziò a rivolgersi alla Cina per ottenere assistenza economica. Sono diverse le ragioni che spinsero i Paesi africani a preferire la Cina rispetto alle ex potenze coloniali e agli Stati Uniti. La più importante è che, a differenza dei Paesi occidentali, Pechino non è interessata a collegare l’assistenza a questioni come i diritti umani e la lotta alla corruzione. Inoltre, i progetti cinesi sono spesso meno costosi e le banche di Pechino e Shanghai offrono capitale iniziale e prestiti a condizioni più semplici e favorevoli rispetto ai loro omologhi occidentali. C’è quindi una relazione reciprocamente vantaggiosa tra Cina e Africa. I cinesi ottengono le materie prime di cui hanno bisogno a prezzi ragionevoli, mentre i Paesi africani ottengono i progetti infrastrutturali di cui hanno bisogno per le loro classi medie emergenti. La Cina ha contribuito alla costruzione di un gran numero di dighe africane, la maggior parte delle quali di piccole dimensioni ma non solo, Pechino è fortemente coinvolta nelle infrastrutture in Africa: strade, ferrovie, stazioni elettriche, progetti di acque reflue, edifici governativi, ecc.. La prima ferrovia cinese in Africa è stata costruita nel 1974. Collega le miniere di rame dello Zambia al porto di Dar es Salaam in Tanzania. Oggi ci sono piani per estendere la linea verso ovest fino a Lobito, in Angola, sulla costa atlantica, passando attraverso il sud della Repubblica Democratica del Congo. La Cina sta inoltre sviluppando la vecchia linea ferroviaria coloniale britannica tra il Kenya e l’Uganda che prevede di estendere a Juba, nel Sud Sudan e a Kigali, in Ruanda. Dei miliardi di dollari che la Cina ha investito in Africa, la Nigeria ha ottenuto la quota maggiore: $ 32 miliardi. Seguono l’Algeria ($ 19 miliardi), l’Etiopia ($ 17 miliardi), l’Angola ($ 16,5 miliardi), l’Egitto ($ 12 miliardi) e il Sud Africa ($ 9,5 miliardi).

Ma la Cina non è l’unica potenza straniera che investe in Africa. La Russia e gli Stati Uniti sono al primo posto per forniture di armi e gli Stati Uniti hanno investito più di altri nel petrolio e nel gas. Oltre alle armi, quasi tutti i Paesi africani ottengono assistenza militare da Washington sotto forma di addestramento e intelligence. Ma né Washington né Mosca sono state coinvolte in importanti progetti di sviluppo nel XXI secolo. (Al tempo dell’Unione Sovietica, Mosca contribuì pesantemente allo sviluppo dei Paesi nella sua orbita “socialista”).

Alcuni Paesi africani, continuano ad attrarre gli ex poteri colonizzatori: la Francia è intervenuta in forze per aiutare i Paesi francofoni a combattere il terrorismo, in particolare nel Sahel (Ciad, Niger, Mali, Burkina Faso e Mauritania), dove mantiene anche una presenza militare. Due delle più grandi basi militari francesi all’estero sono, infatti, in Ciad e Mali. Inoltre, la Francia desidera mantenere una presenza culturale e politica nel continente attraverso l’Organizzazione francofona o le organizzazioni culturali francesi. Il Ruanda è il Paese che rifiuta le connessioni con la Francia. Ha modificato, infatti, la sua costituzione sostituendo il francese con l’inglese come lingua ufficiale, poiché le forze francesi furono complici dei massacri del 1994 che causarono la morte di 800.000 tutsi e hutu. Altrove sul continente, le imprese francesi stanno completando una linea ferroviaria che collega Benin, Togo, Niger, Burkina Faso e Costa d’Avorio, tutti e cinque i Paesi ex colonie francesi. La presenza portoghese e brasiliana in Africa è limitata alle ex colonie del Portogallo, in particolare l’Angola e il Mozambico ricchi di petrolio. Lisbona è principalmente coinvolta in progetti agricoli e minerari in questi Paesi. Nuovi arrivati a sud del Sahara, sono la Corea del Sud e la Turchia: entrambi coinvolti in attività di costruzione anche se nessuno dei due Paesi può vantare una presenza estesa. Nemmeno Israele ha una presenza particolarmente significativa nel continente. Le sue vendite di armi da 400 milioni di dollari sono sminuite dai miliardi di dollari di hardware militare esportati da India e Cina. I progetti agricoli israeliani in Africa sono raramente più grandi di piccole imprese o laboratori sperimentali. La ragione principale per la presenza israeliana relativamente limitata in Africa è economica. Tel Aviv potrebbe voler diventare una sorta di hub IT, ma le parti e i programmi per computer cinesi sono più economici. Le armi russe sono più abbondanti di quelle israeliane e le imprese agricole cinesi, indiane e brasiliane sono meno costose da avviare rispetto alle loro controparti israeliane. Tuttavia, Tel Aviv se ne sta andando, soprattutto perché vuole rompere il sostegno di maggioranza che la causa palestinese ha nelle Nazioni Unite grazie al blocco africano.

In definitiva, nella corsa del 21° secolo per l’Africa, la Cina è in testa, anche se gli Stati Uniti rimangono il primo investitore nel settore petrolifero mentre Londra e Parigi mantengono il loro appeal culturale per le élite africane, nonostante la concorrenza delle università cinesi che offrono generose sovvenzioni.

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Nella foto: la sede dell’Unione africana situata ad Addis Abeba, in Etiopia, interamente finanziata e costruita dalla Cina

(Fonte: Mercator Institute for China Studies – Al-Ahram Weekly: The race for Africa)