La nuova strategia di #Isis: “Jihad of defiance” e il ruolo delle donne

Da quando, quasi cinque anni fa, ha dichiarato a Raqqa il “Califfato”, Isis si è dedicato, attraverso l’indottrinamento psicologico, la paura e l’intimidazione, a controllare i suoi seguaci. Ha controllato le persone attraverso sessioni ideologiche per isolarli meglio ed ha focalizzato la sua visione estremista anche nelle menti delle sue donne. Donne che hanno sostenuto gli aspetti estremi della brutalità del gruppo, così come l’odio contro le loro comunità d’origine. Chi ignora il problema o parla del loro reinserimento nelle nostre società -senza implementare adeguati (ma difficilissimi) programmi di riabilitazione-, non si rende conto di quanto possa essere rischioso.

Lo Stato islamico ha classificato le donne secondo cinque archetipi chiave: “supporters”, “mothers/sisters/wives”, “fighters”, “victims” and “corrupters”. Lo stato islamico inquadra “sostenitrici”, “madri / sorelle / mogli” e “combattenti” come ruoli ideali, qualcosa cui aspirare e in cambio, saranno liberate e protette da tutti i mali provocati dai nemici. Le “vittime” ispirano commiserazione, mentre “corruttrici” sono le donne subdole. E’ un gioco strategico che punta sui costi-benefici da un lato e fattori orientati all’identità -un senso di appartenenza- dall’altro. Quel senso di appartenenza allo Stato islamico così forte che, nonostante le difficoltà della guerra a Baghouz, ha portato molte donne a sostenere di aver lasciato la città solo perché il loro Califfo l’ha ordinato. Oppure, come Umm Hamza, che ha dichiarato: “I fratelli sono leoni, combatteranno. Lo Stato islamico rimane, siamo deboli ora, ma torneremo di nuovo”. Non ci sono dubbi, per molte donne che hanno aderito allo Stato islamico, la loro motivazione è stata la considerazione costi-benefici delle alternative. In molti casi, le donne hanno semplicemente cercato di migliorare le loro prospettive attraverso migliori mezzi di sussistenza, stabilità, sicurezza e appartenenza. E se questo significava il matrimonio con i militanti dello Stato islamico, non diminuiva però il fattore motivante dominante.

Isis ha affidato alle donne ruoli specifici all’interno della sua organizzazione e loro, hanno svolto un ruolo fondamentale nella creazione dello Stato islamico. Hanno ricoperto importanti ruoli educativi e sanitari. Hanno ricoperto ruoli tattici nelle operazioni terroristiche pianificate da Isis. Hanno avuto un ruolo chiave nel reclutamento, attraverso i social media e gestendo forum jihadisti. Hanno messo in contatto i nuovi aderenti con i dirigenti di Isis e convinto le donne a sposare i suoi membri. Hanno preso di mira le scuole e i quartieri poveri per fare proselitismo. Erano donne le appartenenti alla famigerata al-Khansaa, la polizia religiosa femminile che controllava le donne nei territori di Isis, assicurandosi che seguissero le prescrizioni del gruppo estremista. Queste donne hanno frustato, imprigionato e mutilato pubblicamente altre donne in gabbie di ferro, obbligandole a partecipare a sessioni per lo studio della sharia.

Quando il Califfato si è formato, ha promosso il “Jihad dell’empowerment” e cioè l’idea che il combattimento fa parte di un piano più ampio per stabilire uno stato islamico con un’autorità centralizzata. Tuttavia, dopo aver perso il suo territorio e subito il crollo dei suoi sistemi di controllo, Isis ha spostato la sua strategia verso quello che chiama il “Jihad of defiance” (La guerra della sfida) e questo significa “Harassing and wearing down enemies; while gaining new recruits in the process” (Perseguire e abbattere i nemici; guadagnando nuove reclute nel processo). Con questa evoluzione, il ruolo dei membri di Isis -uomini e donne- cambia. I singoli membri, avranno la libertà di pianificare operazioni terroristiche e colpire i loro obiettivi e Isis potrebbe raggiungere le sue donne per il supporto nelle operazioni clandestine. Le donne che sono ora confinate nei campi in Siria e che stanno cercando di rientrare nei Paesi d’origine, hanno costruito reti con altri jihadisti per anni. Queste reti altamente connesse e motivate, sono potenzialmente più significative ora che lo Stato Islamico ha perso il suo territorio: sono reti umane che possono costituire il fondamento su cui l’organizzazione tenterà di ricostruirsi.

Attualmente, ci sono non meno di 12.000 tra donne e bambini stranieri di Isis prigionieri in Siria. Se non potranno rientrare ed essere perseguite dai loro governi nazionali (Posizione del governo britannico e australiano), c’è la possibilità che possano essere rilasciate. Rilasciarle, significherebbe aiutare inavvertitamente a facilitare la prossima fase della strategia dello Stato islamico, poiché potrebbero assumere un ruolo centrale nell’agenda politico-militare del gruppo terrorista e nella rigenerazione della sua rete. Molti analisti sostengono che riportarle a casa per essere processate o monitorate sia più intelligente e più sicuro che lasciarle arenate nel deserto, anche se sarà praticamente impossibile distinguere tra chi ha commesso crimini da quelle che non l’hanno fatto.  Ma processarle o monitorarle non sarebbe comunque sufficiente: si dovrebbe procedere a un programma di deradicalizzazione che è un processo estremamente complesso e che spesso richiede un lavoro intenso e laborioso caso per caso, soprattutto in considerazione del fatto che Isis ha coltivato per anni la formazione ideologica dei suoi membri per continuare a produrre nuove generazioni di combattenti.

Certamente sono decisioni non facili da prendere, ma tentare di riabilitare queste donne, stabilendo programmi precisi per ognuna di loro, è un passo sicuramente difficile ma necessario e obbligato per impedire che l’organizzazione terroristica possa riprendersi con la violenza e l’estremismo che rappresenta. Fermarsi alla vittoria militare su Isis o ignorare il problema e il ruolo delle sue donne, è miope e troppo rischioso.

 

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Autore: niaguaita

Sociologa e scrittrice

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