Il futuro del movimento jihadista globale dopo il crollo del Califfato

Nonostante quasi due decenni di campagna antiterrorismo globale condotta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, ora ci sono non meno di quattro volte più combattenti jihadisti salafiti di quanti ce ne fossero l’11 settembre 2001. Il numero totale è attualmente stimato in 230.000 militanti dislocati in circa 70 Paesi. Il picco del numero di militanti, arriva nello stesso momento in cui Isis è collassato in Iraq e in Siria e questi numeri suggeriscono che, nonostante il declino del cosiddetto califfato, il movimento jihadista globale è vivo e vegeto, anche se attualmente è più fratturato di poco tempo fa. La domanda che molti si pongono, tuttavia, è che cosa significa questo per il futuro di al-Qaeda e Isis.

Nello schema allegato, sono rappresentati i possibili scenari futuri dei due gruppi terroristici. Questi scenari, valutano la forza e la debolezza riguardante ciascun gruppo e suggeriscono una miriade di fattori che potrebbero influire sulla probabilità relativa di ogni particolare scenario. Va notato che in ciascuno degli scenari descritti di seguito, i gruppi rimangono come entità separate, ma ciò non esclude del tutto la cooperazione occasionale e pragmatica in regioni specifiche in momenti diversi. Tuttavia, tale cooperazione non indicherebbe una riunificazione dei due gruppi.

Nel primo scenario, sia al Qaeda sia Isis hanno una forza maggiore. Ciò potrebbe derivare da sviluppi della situazione attuale, tra cui una diminuita presenza occidentale in Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, che potrebbe tradursi in un cambiamento di priorità per gli jihadisti, che potrebbero sentirsi più inclini a rivolgersi al “nemico vicino” dei regimi locali, considerati “apostati”. Questo scenario vedrebbe un’espansione dell’attuale ondata di terrorismo jihadista e potrebbe dare nuova vita al movimento jihadista globale nel suo complesso. Negli ultimi due decenni, diverse volte gli analisti hanno predetto la fine del movimento jihadista e cioè: quasi immediatamente dopo che gli Stati Uniti dichiararono la propria guerra globale al terrorismo; di nuovo, dopo la morte di Osama bin Laden, e più recentemente, in seguito alla riconquista delle roccaforti dello Stato islamico a Mosul e Raqqa e alla distruzione del progetto di costruzione del Califfato. Tuttavia, il movimento jihadista globale è un movimento sociale transnazionale, composto di organizzazioni, reti, cellule e individui. È tenuto insieme in gran parte da una narrativa condivisa che sottolinea la volontà ad affrontare un attacco prolungato e implacabile all’Occidente su più fronti: politico, religioso, militare. Piuttosto che vedere la fine del Califfato come l’inizio della fine del movimento, alcuni analisti vedono la sua rinascita in primo luogo per l’energia distruttiva prodotta e la capacità di attirare un gran numero di persone da tutto il mondo. Sia al Qaeda sia Isis, potrebbero trarre vantaggio anche da un’altra eventuale crisi finanziaria globale, che, in un mondo di risorse limitate, avrebbe un impatto diretto sulla capacità degli Stati nazionali di contrastare questi gruppi. Le organizzazioni d’insorti predatori festeggiano sulle carcasse degli stati, dove le guerre civili hanno devastato le istituzioni e le burocrazie, che sono gli organi ufficiali della proiezione e della legittimità del potere dello stato. I gruppi jihadisti prosperano in regioni del mondo caratterizzate dal fallimento dello stato, mancanza di un buon governo, incapacità di stabilire uno stato di diritto diffuso, servizi di sicurezza deboli e alti livelli di corruzione. Tutti questi fattori favorevoli sono abbondantemente presenti in Medio Oriente.

Il secondo possibile futuro scenario del movimento jihadista globale è il suo ridimensionamento a causa degli sforzi sostanziali contro il terrorismo e delle misure degli stati. Gli stati si stanno muovendo per rafforzare i confini, aumentare la condivisione delle informazioni e la cooperazione tra i servizi d’intelligence e accelerare i progressi nella tecnologia che favoriscono gli sforzi della lotta al terrorismo. L’uso della biometria e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nel processo di targeting potrebbero aiutare gli eserciti occidentali a essere più efficaci nella loro caccia ai leader terroristi. Un altro aspetto di questa futura possibilità è che la narrativa creata dallo Stato islamico e da gruppi simili potrebbe non riuscire a entrare in risonanza con le generazioni future. Questo scenario vede un cambiamento nel panorama delle minacce in cui persistono i pericoli posti dai gruppi terroristici, ma la minaccia di grandi combattimenti tra Stati nazionali ben equipaggiati potrebbe rendere meno probabili i conflitti per procura, poiché gli Stati in genere cercano di evitare azioni di escalation che potrebbero condurre a una guerra.

Un terzo scenario, vede al Qaeda è in ascesa e lo Stato islamico vacillante, derivante da un aumento del sostegno esterno al primo e dal crescente isolamento di quest’ultimo. Il conflitto tra i poteri sunniti e sciiti, rappresentato dalla faida tra Arabia Saudita e Iran, potrebbe portare alcuni poteri sunniti a diventare più tolleranti verso al Qaeda e persino a sponsorizzarli come forze sostitutive. Al Qaeda sarebbe indubbiamente favorito per ricevere questo tipo di supporto poiché ha lavorato diligentemente per rimodellare la sua immagine come entità più moderata dai tempi della primavera araba. Isis è ancora considerata troppo estrema dalla maggior parte del mondo musulmano, inclusi molti stati-nazione che hanno sostenuto gruppi jihadisti in passato. Inoltre, se al Qaeda concentra le sue risorse per colpire l’Occidente, -ed è assolutamente in grado di farlo con successo-, questo potrebbe fornire lo slancio necessario per sostituire l’Isis come leader del movimento jihadista globale. Al Qaeda possiede certamente la capacità di sfruttare i potenziali passi falsi di Isis e ha già fatto di tutto per ridefinire la sua strategia poiché mira a raccogliere il sostegno locale.

 Il quarto e ultimo scenario, vede la fine di Al Qaeda mentre lo Stato islamico si rafforza in una replica della situazione del periodo tra il 2014 e il 2016. Durante questo periodo che ha visto l’ascesa di Isis, Al Qaeda è stata colta alla sprovvista. L’organizzazione di Zawahiri non è riuscita ad anticipare l’evento che seguiva la Primavera araba e poi ha risposto in modo improvvisato, mentre altri gruppi hanno approfittato del vuoto di potere per promuovere i propri programmi e le proprie ideologie. Alla fine, al Qaeda ha beneficiato del caos derivante dalla primavera araba, ma ha avuto difficoltà a raggiungere un certo successo. C’è un’alta probabilità che l’Isis si ricostituisca davvero e quasi sicuramente lo farà in Iraq e in Siria, oltre ad altre posizioni in altri stati. Ma la domanda è: fino a che punto l’Isis può ancora una volta essere in grado di recuperare il suo precedente controllo territoriale? Perdere il Califfato fisico potrebbe aver offuscato la sua immagine agli occhi di alcuni, ma il fatto che sia stata comunque in grado di stabilire per prima e con successo un Califfato, resterà uno strumento di propaganda importante per il gruppo e per reclutare nuovi membri, sollevando il morale del movimento jihadista globale nel suo complesso. Resta il dubbio su quanto tempo la comunità internazionale, già una volta tanto negligente, impiegherebbe per organizzarsi e mobilitarsi nuovamente qualora il gruppo tenti di ricostruire uno stato. Per i Paesi più colpiti dall’aumento di Isis -quelli nella regione e altri in Occidente dove combattenti terroristi stranieri e le loro famiglie stanno ora tentando di tornare a casa-, il terrore e l’instabilità evocati dallo Stato islamico sono ancora abbastanza palpabili. Ma è questo il periodo cruciale che potrebbe generare questo scenario, perché è il periodo nel quale il Califfato è stato decimato e la strategia di al Qaeda di “ricostruire in silenzio e pazientemente” ha preso forma. La conseguenza potrebbe essere che al Qaeda sia temporaneamente percepita come l’obiettivo più pertinente per le forze antiterrorismo occidentali, che ancora una volta, attaccherebbero al Qaeda. Questo innalzerebbe Isis, dal momento che i suoi combattenti cercano e sono in una posizione migliore per ricostruire in silenzio e pazientemente il loro obiettivo con la maggior parte degli sforzi della lotta al terrorismo dirottati altrove.

Conclusione

La sfida nell’esaminare questi scenari è attribuire una probabilità o una percentuale a ciascuno dei due gruppi, tentando di valutare quali fattori si possano verificare con maggiore probabilità e incidere sulle posizioni di Isis e di al Qaeda come organizzazioni transnazionali, tenendo anche conto della miriade di affiliazioni locali, diramazioni e franchigie che ogni gruppo mantiene. Alcuni studiosi come Barak Mendelshon, prevedono un requiem per il jihadismo, osservando quello che ha definito il “problema dell’aggregazione” o l’incapacità di questi gruppi di tradurre le vittorie locali in un impatto transnazionale. Altri ancora, incluso Seth Jones, hanno notato il numero esagerato di salafiti-jihadisti e suggeriscono che sarebbe un grave errore dichiarare la vittoria prematuramente contro la minaccia terroristica. La mia opinione è che entrambe queste osservazioni possano essere vere: le organizzazioni jihadiste salafite possono ancora lottare per mobilitare una campagna transnazionale di violenza prolungata, mentre il numero di combattenti impegnati in questa ideologia continua a crescere.

Il futuro del movimento jihadista globale è quindi probabile che assomigli al suo passato, con gruppi divisi di militanti che si disperdono su nuovi campi di battaglia, dal Nord Africa al Sudest asiatico. Lì si uniranno alle guerre civili esistenti, stabiliranno rifugi sicuri e cercheranno modi per condurre attacchi spettacolari in Occidente che ispirino nuovi seguaci. In questa forma frammentata, Isis potrebbe diventare ancora più pericolosa e impegnativa per le forze antiterrorismo, poiché i suoi gruppi e le sue cellule minacciano, con violenza rinnovata e intensificata, tutto il mondo. Anche se i combattenti stranieri tornassero a casa in numero molto inferiore rispetto a quanto inizialmente previsto, il prossimo quinquennio potrebbe essere caratterizzato da un picco di attacchi.

(Questo articolo è un estratto dell’intervento del  Dr. Colin P. Clarke, Associato dell’ICCT e Senior Research Fellow presso il Soufan Center alla  conferenza  dell’ l’International Centre for Counter Terrorism tenuta a l’Aia l’11 dicembre 2018)

futuro AQ e IS

Autore: niaguaita

Sociologa e scrittrice

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