#Sud Sudan: le armi europee e cinesi che alimentano la guerra civile.

Una notizia delle ultime ore che riporta come 125 donne e bambine (alcune con meno di 10 anni) siano state aggredite, picchiate e violentate mentre si dirigevano ad un centro di distribuzione di generi alimentari a Bentiu, nel nord del Paese, richiama l’attenzione su questa guerra civile iniziata nel 2013. Un conflitto che ha provocato quasi 400.000 vittime oltre ad aver innescato una delle peggiori emergenze umanitarie del mondo con circa 4 milioni di persone sradicate dalle loro città e villaggi. Il Sud Sudan è uno stato senza sbocco sul mare nell’Africa centro-orientale, la cui capitale è Juba. Il Paese confina con il Sudan a nord, l’Etiopia a est, il Kenya, l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo a sud, e con la Repubblica Centrafricana a ovest. E’ il Paese più “giovane del mondo”, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan nel 2011, ma da allora, ha vissuto un’instabilità continua per la gestione dei suoi vari gruppi etnici che si contendono il potere. La mancanza di accesso al mare ha limitato le sue prospettive economiche a causa del costo elevato associato alle importazioni e alle esportazioni, così come i collegamenti di trasporto con tutta l’Africa centrale e orientale, sono scarsi. Tuttavia, il Sud Sudan vanta riserve petrolifere comprovate, cosa che ha stimolato l’interesse straniero nell’area da decenni. Cinque anni di guerra civile, mostrano però città e villaggi saccheggiati, case e campi di grano bruciati e negozi sventrati. Cenere, devastazioni e violenze causati per lo più dalle forze filogovernative.

Ora, un nuovo rapporto, pubblicato dall’organizzazione Conflict Armament Research (http://www.conflictarm.com/reports/weapon-supplies-into-south-sudans-civil-war/) descrive in dettaglio la catena di approvvigionamento globale (segreta) che coinvolge esportatori d’armi e società in Europa, Asia e Africa, che elude gli embarghi internazionali. Gli investigatori, in quattro anni d’indagini, hanno analizzato centinaia di armi e oltre 200.000 munizioni, la maggior parte delle quali prodotte in Cina. Il report pone inoltre l’attenzione sull’Uganda (sebbene Kampala ora si dipinga come un intermediario neutrale negli ultimi colloqui di pace del Sud Sudan), che ha potenzialmente violato gli embarghi dell’Unione Europea per incanalare munizioni dalla Romania, Bulgaria e Slovacchia. Il report descrive il caso nel quale una rete di compagnie gestite da cittadini statunitensi, britannici, israeliani e ugandesi ha inviato un jet militare statunitense e un velivolo di sorveglianza austriaco alle forze armate sud-sudanesi. Mentre, in un altro caso, due società offshore registrate nelle Seychelles, hanno incanalato le spedizioni di munizioni dalla Romania attraverso la Slovacchia e attraverso l’Uganda per arrivare infine nel Sud Sudan (Sia la Romania sia la Slovacchia sono membri dell’Unione Europea, che nel 2011 ha imposto un embargo sulle forniture di armi al Sud Sudan). Il report rileva comunque che non ci sono “prove” che Stati Uniti o governi europei fossero consapevoli che queste spedizioni sarebbero state trasferite nel Sud Sudan.

Rimane il fatto che, anche se un embargo dichiarato dalle Nazioni Unite è tuttora in vigore, il Paese è saturo di armi e gli effetti si vedono, purtroppo per la popolazione civile, ogni giorno.

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Autore: niaguaita

Sociologa e scrittrice

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